9 Agosto 2026
xxix domenica dell’anno/a
Onde
A tutti sarà successo di sentirci inutili, incapaci di aiutare qualcuno a cui tenevamo particolarmente: all’inizio siamo presi dalla presunzione di essere gli unici a poter fare qualcosa e che senza di noi tutto sarebbe più difficile, insopportabile; siamo animati da forti sentimenti di dedizione e di donazione. Poi, con il passare del tempo la situazione si normalizza e siamo noi però a destabilizzarci per un opprimente senso di inadeguatezza: tutto procede o precipita a dispetto di noi e delle nostre buone intenzioni; siamo assaliti da sensi di colpa per non riuscire a fare nulla di più, quasi immobilizzati dalla paura... fino a rinunciarci.
Ci ritroviamo come tra le onde della risacca: ci spingono a riva e poi ci risucchiano lontano e noi non possiamo fare altro che nuotare tentando di tenere fuori almeno la testa.
Anche io sto imparando ad accettare i miei slanci temerari nell’affrontare con lo scafo delle mie capacità le onde contrastanti e le mie paure di affogare irrimediabilmente, di cui spesso mi vergogno... senza nascondermi.
“Salvami Tu!” perché io da solo non posso farlo, nemmeno per gli altri a cui tengo molto.
La tua mano, la tua voce, i miei dubbi… ogni tanto tornano: è una lotta mai finita, mai vinta da me, ma da Te sì una volta per tutte e per tutti.
Contestualizzazione evangelica di Matteo 14,22-33
Il contesto continua a essere problematico: il martirio di Giovanni il battezzatore (14,1-13a), la situazione di indigenza della folla numerosa che segue Gesù per la quale Egli sente compassione esponendo anzitutto sé stesso e la sua vita donata dal Padre per le esigenze degli altri (vv. 13b-14; cf 4,23; 9,35-36, 15,32; 20,34). Quello è il miracolo che solo un Dio che ama può fare nella fraterna condivisione dei “cinque pani e due pesci” (vv. 15-21) e che continua nella cura personale da parte del Figlio amato e nella ricerca del suo rapporto esclusivo con il Padre (vv. 22-23 cf v.13a).
I discepoli sono coinvolti in questa esperienza, quasi costretti dal Maestro a crescere nella fiducia in Lui, vincendo le loro paure, affinché il loro rapporto non sia frutto di una suggestione ma di un autentico incontro con “Io-sono” (vv. 24-27).
Questa è anche la situazione della comunità di Matteo: come la barca che attraversa diverse prove e difficoltà [il vento], minacciata nella sua storia umana dal male [il mare], nella quale lo stesso Pietro viene vagliato per la sua fede (vv. 28-30). Infatti la sua autorevolezza poteva essere stata messa in discussione visti i suoi trascorsi (cf 26,69-75) e forse aveva bisogno una conferma proprio da parte del Signore, l’unico che può calmare le turbolenze esterne e interne alla comunità (cf v. 32; con gli altri tre episodi successivi).
In ogni caso la prova produce in tutti una fede più consapevole e matura che trova espressione nell’acclamazione comunitaria finale: “Tu sei veramente Figlio di Dio!” (v. 33).
Il capitolo 14 si conclude così con un riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio capace di sanare tutti quanti stavano male anche solo toccando il lembo del suo mantello (vv. 35-36; cf Mc 5,23-24). Si tratta di epilogo originale, in cui i protagonisti sono i guariti che ora si fanno “evangelizzatori”: la comunità del Risorto che viene confortata dalla sua presenza non può non invitare tutti a goderne i benefici.
Ambientazione liturgica
Anche “la barchetta” della nostra comunità solca i mari più tempestosi ed affronta onde che a volte rischiano di capovolgerla. La riflessione di papa Francesco nel fatidico 27 marzo 2020, in piena pandemia covid- 19, può valere anche per tutto quanto avviene nelle diverse parti del nostro pianeta, anche oggi: “Siamo tutti sulla stessa barca!”.
Ritrovandoci per la celebrazione eucaristica non possiamo pensare di “ormeggiare” tranquilli per poi riprendere la navigazione… il Signore ci parla proprio nel mezzo della tempesta come a Pietro, perché vuole che ci sentiamo responsabili anche per gli altri [Evangelo].
Possiamo anche “fuggire” come Elia, ma saremo sempre raggiunti dalla sua Parola e dalla sua Presenza, lieve e decisa che prevale su ogni appariscente mondana potenza [1Re – I lettura].
Sempre ci sentiremo amati come Paolo, pur scossi al fondamento delle nostre sicurezze, incapaci di dare certezze a noi stessi ed agli altri, esposti ai rischi di essere incompresi e travolti, eppure aperti ad accogliere “la brezza leggera” dello Spirito effuso da Colui che sulla croce ha compiuto il suo essere-per-gli-altri, affidandosi totalmente al Padre pur sentito assente.
Siamo raggiunti dalla sua Parola sconvolgente e pacificatrice [Salmo 84] che ci fa sentire solidali e unificati ciascuno responsabile per l’altro; possiamo sperimentare la comunione con Lui nella debolezza del suo Pane che dà a noi la forza del suo amore per sentirci sinceramente fratelli e sorelle.
Preghiamo con la Liturgia
O Padre,
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