venerdì 8 maggio 2026

L'Amore rimane... per sempre! - Domenica 10 maggio / VI di Pasqua'A

 Vicina è la PAROLA









Domenica 10 maggio 2026 - VI di Pasqua/a

Atti 8,5-8.14-17 / Salmo 65 / 1Pietro 3,15-18

Giovanni 14,15-21


L’AMORE rimane… per sempre!

Rimani o vai via?” è la domanda mai pronunciata, ma profondamente pensata anche in modo struggente dopo la prima notte d’amore. Il desiderio è l’eternità di quei momenti, che se anche imperfetti, sono di una pienezza unica!

Quasi si trattiene il fiato e poi esce un sospiro al constatare che quello sguardo, quel sorriso, quella carezza è di chi ha deciso di non andarsene più dalla nostra esistenza, ma di condividerla pur nella sua parzialità e imperfezione: tutto così ci dice che rimarrà per sempre!

Facendo sua la nostra umanità, fragile e vulnerabile, il Figlio ha deciso di rimanere in noi, con noi per sempre e paradossalmente è stato proprio quell’ultimo suo sospiro, nell’ultimo suo respiro, a far sì che fosse per sempre (cf Giovanni 19,30b).

L’alito vitale ha fatto sì che il Verbo diventasse carne in Maria ed ora agisce in noi nello stesso modo riguardo alle parole dell’unica Parola del Padre e altro non è che Amore.

Il suo compito non è di aggiungere ma di rianimare, riattivare ciò che è stato seminato in noi e che spesso giace lì… inerme, ma vitalmente presente.

In Lui, con attraverso di Lui tutto rimane!

Gesù, la sua esistenza umana, le sue parole rimangono in noi come Lui rimane nel Padre ed Egli in noi. Ma siamo anche noi a rimanere in loro per sempre.

Cos’altro desidera l’amore se non di rimanere per sempre?!

Anche quando “finisce” tra due persone… dove va a finire?

Da qualche parte ci deve essere un luogo dove tutti questi amori infranti, brandelli di sentimenti vissuti e di emozioni condivise, rimangano.

Ne sono profondamente convinto, rimangono nell’Uno, in Dio!

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 14,15-21

        È probabile che l’evangelista riporti queste parole di Gesù, collocate nei “discorsi d’addio” della cena pasquale ai suoi discepoli (capitoli 14 – 17), come rivolte anche alla comunità dei credenti travolti da persecuzioni: il Maestro stesso invoca lo Spirito “avvocato difensore [paràklètos] in un eventuale processo e protettore/consolatorenelle loro sofferenze interiori (cf v. 17). In ogni caso è Colui che li conferma, privi della presenza fisica del loro Signore ma che già vivono della vita di/in Cristo (cf v. 19) e “ricorda a loro le sue parole” affinché non si smarriscano, ma rimangano “nella via vera, che conduce alla vita” (v. 6).

Gesù, consapevole della sua futura “assenza”, vuole rassicurarli con “una sua nuova presenza”, attraverso appunto un altro “paràclito” (cf 15,26; 16,13).

Dimorare/rimanere”, di Gesù nei discepoli e nei credenti attraverso la sua parola, è un’esperienza di amore che il Figlio conosce bene, poiché è il suo modo di essere “nel Padre” (vv. 10-11) e che ora Egli vuole condividere con loro.

L’ascolto obbediente della parola non è quindi più un comando da eseguire, ma da assimilare affinché diventi modo di essere e di vivere, effetto di un rapporto d’amore. Per questo Egli chiede per noi al Padre il dono interiore e permanente dello “Spirito di verità” (vv. 15-17; cf 15,4-14). Anche il linguaggio usato indica una progressione di percezione in base alla familiarità: più aumenta la distanza da Gesù più si avvicina lo Spirito che stabilisce una relazione più interiore con Lui. (J. De La Potterie)

Tutto quello che Gesù ha comunicato ai discepoli giace ora nel loro profondo (cf 6,59; 7,14; 8,20) in attesa di essere “riattivato” dallo Spirito che lo ricorderà, rendendolo operativo nella loro esperienza di fede e rivelandone tutta la sua potenzialità nascosta.

Lo Spirito svolge un ruolo di verità, sia riguardo all’esperienza di vita nuova in Gesù, “un amore che si fa servizio”, sia di “guida” in percorsi esistenziali di smarrimento, pensando di essersi sbagliati e sentendosi “orfani” (v. 18).

L’assenza fisica di Gesù non priverà però i suoi dalla possibilità di “vederlo”, di sentirlo presente, infatti non si vede solo con gli occhi (questo è il peccato del mondo: cf 9,39); piuttosto è in virtù del rapporto con Lui - “perché io vivo e voi vivrete” (v. 19) - che l’esperienza del credente non si esaurisce, anzi raggiunge la sua pienezza: “In quel giorno voi conoscerete me nel Padre e voi in me e io in voi” (v. 20).

Smarrimento e desolazione, solitudine e disperazione, amarezza, delusione e scoraggiamento, buio interiore e sofferenze attorno, sono “il giorno” di una nuova conoscenza/esperienza interiore di Gesù da figli “nel Padre”, anche nel travaglio, in attesa di una nuova aurora di risurrezione.

La “rivelazione/manifestazione del Padre” a Filippo (cf v. 9) si conclude riprendendo le parole del v. 15 e aggiungendo che cosa succede a chi per amore si fa obbediente:

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.

Chi ha i miei comandamenti e li osserva è lui che mi ama;

e chi mi ama sarà amato dal Padre mio e io amerò lui e mi manifesterò a lui(v. 21).

Una bella conclusione, alla maniera di Giovanni, che apre ai credenti suggestive prospettive di continua crescita nella conoscenza/esperienza di Gesù e che consente alla comunità di affidarsi ad una norma di vita vincolante e liberante nello stesso tempo: l’amore.

Questa sintonia con lo Spirito di verità rende ogni discepolo profeta per la comunità, aiutandola a tener vivo e vivificante il messaggio di Gesù e a saper discernere la Parola tra le parole” (A. Maggi).

Ambientazione liturgica

Siamo un popolo radunato dalla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito come conclude il Vaticano II citando Cipriano (cf LG 4) e come ci viene ricordato in ogni “saluto iniziale” delle nostre celebrazioni liturgiche.

Un’assemblea convocata per l’ascolto della Parola, qui come alle origini in Samaria, composta da battezzati sempre nuovamente immersi nello Spirito [Atti 8 – I lettura] che ci identifica figlie e figli amati, non più orfani, e ci “consola” facendoci rivivere la sua fiducia nel Padre anche di fronte alle nostre esperienze di morte [1Pietro 3 – II lettura].

La celebrazione eucaristica è proprio un’esperienza pasquale!

Gesù consegna a noi la sua stessa esperienza abbandono al Padre, come promessa fedele che al di là di ogni morte preannunzia la vittoria pasquale, come speranza della quale Egli sta rendendo grazie con noi nella liturgia, con la scelta di donare la propria vita… fonte di fraternità e di gioia anche per la prima comunità cristiana” (CMdiViboldone)

Nella Liturgia che celebriamo veniamo uniti come corpo a quello glorioso di Cristo con tutti i santificati, in comunione con il Padre e con tutti fratelli e sorelle sparsi nel mondo innalziamo la nostra “lode cosmica” di liberazione [Isaia 48 – Ingresso].

Oggi, qui” si realizzano le realtà divine che il Signore promette a chi Lo ama.

La celebrazione è forza e sigillo dell’osservanza dei comandamenti del Signore che per questo “effonde” su di noi il suo Spirito ponendo nei credenti la sua dimora, attraverso il nutrimento della Parola ascoltata e del Pane mangiato [Comunione].


Preghiamo

O Padre,

che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio

messo a morte per noi

e risuscitato alla vita immortale,

confermaci con il tuo Spirito di Verità,

perché nella gioia che viene da te,

siamo pronti a rispondere

a chiunque ci domandi ragione

della Speranza che è in noi.

Amen.


venerdì 1 maggio 2026

AMARE è conoscere - Domenica 3 maggio 2026/V di Pasqua

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3 maggio 2026 - V Domenica di Pasqua/a

Atti 6,1-7 / Salmo 32 / 1Pietro 3,4-9

Giovanni 14,1-12


L’AMORE, Vera Via verso la Vita

Se aspettassimo ad amare solo dopo aver ben conosciuto non ameremmo mai!

Ci innamoriamo a prescindere dal conoscere… anzi quando ci confidiamo chi ci ascolta esclama: “Te ne sei innamorato, vero?!”.

Cosa abbiamo “visto” in quella persona di così interessante? L’amore apre alla conoscenza, così chi si sente amato si lascia conoscere… in profondità: l’amore ci fornisce una luce così penetrante da darci addirittura la presunzione di sapere già tutto, di non aver bisogno di altro.

Ben presto sperimenteremo che non è così: proseguendo nel cammino dell’amore, vedremo quanto abbiamo ancora da scoprire e quanto ancora ci sorprenderà come un’autentica novità. All’opposto, purtroppo, possiamo anche arrivare a dire: “Non ti riconosco più!”.

L’Amore è unica via alla conoscenza vera non perché fornito di chissà quali strumenti diagnostici, ma perché si connette direttamente, senza intermediari, con la “ragion prima di vita” del suo destinatario. Fin dall’infanzia infatti necessitiamo di “essere amati”, impariamo poi ad amare e questo determina anche il nostro percorso di “conoscenza” (come annota Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi al capitolo 13 vv. 11-13.).

Giovanni ci rivela: “Chi ama, chi è capace di amare, conosce Dio… chi non è capace di amare non può conoscerlo” (cf 1Lettera 4,7-8).

E questo ci dà anche la possibilità di conoscere davvero noi stessi, un’impresa improbabile… se non vedessimo noi stessi nello sguardo altrui.

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 14,1-12

Attraverso i discorsi dei capitoli dal 14 al 17, il redattore finale del vangelo Giovanni immerge i suoi lettori nel “clima” dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli, così rende anche noi partecipi, in una dimensione reale ma senza tempo e quindi sempre attuale, di come Dio agisca da Padre manifestando il suo amore nel destino tragico del Figlio per il bene di tutti i suoi figli e figlie.

Non si tratta solo di accorati consigli in un’atmosfera di addio, sono una parola profetica sul destino messianico di Gesù e sul percorso di fede e di vita anche dei suoi discepoli nel futuro ai quali il Signore consegna il mistero dell’amore come ermeneutica della sua e della loro esistenza dove Dio vi rivela il suo volto di Padre (cf 13,1; 14,9; 17,26).

Emerge qui anche il vissuto della “comunità implicita” dei discepoli e dell’evangelista: le loro relazioni, il rapporto con “il mondo” circostante, l’intensità della loro esperienza di fede e nello stesso tempo dell’assoluta novità offerta a tutti gli esseri umani che vede nella sua comunità il luogo di comunione con Lui (cf 13,34-35; 15,9-10;12-14; 14,23-25; 15,4-7; 17,11.20-23.26); sono quindi raccomandazioni di alto valore e perenne significato (M. Nicolacci).

       Il capitolo 14 in particolare è formato da due brevi dialoghi tra Gesù e i discepoli Tommaso e Filippo (vv. 1-4 e 9-14) seguiti da due monologhi, dopo che il Signore ha lavato i piedi dei suoi discepoli, predetto il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, e consegnato loro ilcomandamento nuovodell’amore reciproco (cf 13, 1…38).

Gesù invita a non farsi sopraffare dal turbamento del cuore ma a perseverare nel fidarsi di Dio e di Lui, rinnovando così la loro fiducia (vv. 1-2) e guardando “oltre” l’attuale situazione.

Con l’immagine suggestiva della “casa” del Padre, Gesù non vuole condurli in un’esperienza evasiva, piuttosto immergerli ancora più profondamente nella sua relazione con il Padre, proponendo sé stesso “Via Veritiera di Vita” verso il pieno e autentico approdo di ogni esistenza umana (vv. 3-4.6).

Tommaso dà voce all’interrogativo confuso nella mente dei discepoli: “dove… come?”; in realtà solo Gesù compie questo “passaggio” anche per noi ed introduce tutti in un rapporto unico e nuovo con il Padre (v. 5).

Filippo interviene dopo la dichiarazione di Gesù: “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio, e fin d’ora lo conoscete e lo avete visto” (v. 7) e lo incalza, quasi ingenuo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta!” (v. 8).

Vedere/conoscere Gesù ci svela il Padre perché Egli opera nella parola del Figlio.

Credendo, cioè fidandoci, nella “parola fatta carnenoi vediamo il Padre e lo conosciamo così come noi siamo conosciuti da Lui, figli e figlie (cf 1,14.18; 14,9b-11; 15,11). E affinché non rimanga una speculazione anche se devota, Gesù chiarisce che si tratta di un rapporto interpersonale di reciproca comunione nel quale vivere e crescere. È una verità che è comunicazione e partecipazione ad una relazione filiale attraverso il Figlio che è per noi Vita (cf v. 12), Il Creatore che continuamente alimenta la vita nelle sue creature… non è prerogativa esclusiva di Gesù, ma l’attività di quanti gli danno adesione… che tutti i credenti possono compiere… a favore dell’essere umano che la comunità cristiana deve prolungare e intensificare nel tempo” (A. Maggi).

Con il suo “andare al Padre”, è come se Gesù lasciasse campo libero ai suoi discepoli, come Dio creatore ha poi lasciato liberi gli esseri umani di continuare la sua opera (cf Genesi 2,1-3): liberi, non orfani! (cf v. 18).

Ambientazione liturgica

La nostra celebrazione eucaristica è “il memoriale” della cena pasquale ed è quindi l’ambientazione migliore nella quale riascoltare i discorsi di Gesù ai suoi discepoli.

La loro proclamazione liturgica ci consente anzitutto di riconoscere la sua presenza, vivo e risuscitato, nella comunità dei credenti come “luogo naturale” in cui egli si manifesta a ciascuno e da cui irradia il suo amore come testimonianza e missione (J. Mateos – J. Barreto), e di vivere la celebrazione liturgica comunitaria, “luogo” dove la fede nella risurrezione del Signore è creduta – annunciata – testimoniata in un solo e unico atto in quanto incontro con Lui e da Lui offerto (G. Ghiberti). “Alcuni passi, tanto commoventi, ci confermano nella realtà di ciò che siamo poiché le parole di Gesù, rivolte un giorno ai discepoli, oggi si rivolgono a noi” (A. Nocent).

È sorprendente come la liturgia ci restituisca il processo di composizione di questi testi, nati appunto dall’esperienza post pasquale dei discepoli e delle prime comunità, alla cui luce si rileggono le parole stesse di Gesù ed i suoi gesti (B. Maggioni).

Preghiamo

Signore risorto,

nel tuo volto vedo il Padre

e contemplo il mio corpo;

con te posso imparare

a camminare da risorto:

Tu sei la Via che non inganna

la Verità che illumina

la Vita che fa rivivere. 

Amen.

venerdì 24 aprile 2026

Fuori da ogni recinto - Domenica 26 Aprile / IV di Pasqua

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Domenica 26 Aprile 2026

IV di Pasqua/A

Atti 2,14.36-41 / Salmo 22 / 1Pietro 2,20-25

Giovanni 10,1-10

        

            FUORI da ogni recinto

    Recinti” nella società odierna ce ne sono di subdoli come la stessa “rete” digitale che prima ci unisce e poi ci imbriglia; o le varie influenze e omologazioni di pensiero, anche politicamente ed ecclesialmente corrette.
            Forse non è sempre necessario stare “fuori dal coro”, ma farsi qualche domanda sì!
            Anche i recinti che ci costruiamo noi stessi, dove stiamo stretti, ma che sono confortevoli e o per distinguerci, difenderci e tenere gli altri lontani, o per rinchiudere anche loro in un ghetto.
            Così temiamo il momento in cui qualcuno venga a spingerci fuori, a mischiarci con gli altri… a farci “prendere il largo”: così siamo finalmente liberi anche se non più al sicuro.
            La libertà non è per chi cerca sicurezze!
            Gesù è Colui che ci spinge fuori da una religiosità rassicurante dove trovare rifugio quando siamo oppressi da problemi e preoccupazioni, ci conduce verso un nuovo rapporto con la nostra esistenza umana fatto di responsabilità personale e di fiducia, una relazione vitale con il Padre nella quale riconoscerci figli e figlie, fratelli e sorelle… con tutti!
            Non ci sono più steccati, barriere, ostacoli… ma trampolini e percorsi sui quali avventurarci vincendo le nostre innate paure, verso un’inedita esperienza di Vita.

Contestualizzazione evangelica e biblica di Giovanni 10,1-10

Io-Sono la porta per le pecore”.

I vv. 1-10 contengono la prima delle similitudini che si susseguono nel capitolo 10 ed è il nucleo originario dell’insegnamento di Gesù [B. Maggioni].

Al v. 6 si annota che essa non è capita... ma da chi?

Gli ultimi interlocutori di Gesù, non subito menzionati, sono i farisei con i quali aveva avuto una forte discussione a riguardo della guarigione dell’uomo nato cieco (cf 9,40-41) e che essi avevano espulso fuori dal Tempio, “il sacro recinto” (cf v. 34b, 6,37). Così Gesù, saputa la cosa, incontrandolo gli aveva chiesto un’attestazione di totale fiducia in Lui (cf vv. 35-39).

La similitudine dunque, e l’intero capitolo, illustra con un linguaggio allegorico il segno del capitolo 9. Infatti, con “Amen, amen vi dico” (v. 1), Gesù inizia un nuovo insegnamento ma collegandosi a ciò che prima era avvenuto nel Tempio e ancora i suoi ascoltatori si ritroveranno divisi; i capi giudei: “Ha un demonio e delira”; “Può forse un demonio aprire gli occhi a dei ciechi?!” (vv. 19-21 omessi però nella proclamazione liturgica).

La similitudine è abbastanza lineare: il recinto custodisce le pecore; chi entra per la porta è il pastore; chi invece scavalca per entrare è un ladro o un brigante; il custode apre al pastore; le pecore ascoltano la sua voce; il pastore, chiamandole ciascuna per nome, le fa uscire, anzi le spinge fuori e poi cammina davanti a loro; le pecore lo seguono riconoscendo la sua voce; non così con un estraneo di cui non conoscono la voce (cf vv. 1-5). Che cosa dunque non capiscono o “fanno finta” di non capire gli ascoltatori? Il fatto che Egli stia parlando proprio di loro identificandoli come ladri e briganti! [A. Maggi]

L’ermeneutica della similitudine è poi esposta da Gesù stesso.

Anzitutto Egli si “auto-rivela divinamente”: Io-sono la porta” attraverso la quale si può uscire ed entrare liberamente per pascolare (cf vv. 7 e 9); questo costituisce il motivo e il senso della sua venuta messianica: “dare Vita in abbondanza” (cf v. 10b).

Se “il recinto” - non l’ovile - è il “luogo sacro” nel quale Dio raduna, “custodisce/guida” da Pastore il suo gregge/popolo con la sua gloriosa presenza (cf Esodo 40), Gesù identificandosi come “la porta” si sostituisce anche alla funzione esercitata dalla “Porta delle pecore nel Tempio di Gerusalemme (cf 5,2).

Egli si pone come passaggio unico per la salvezza, sia a favore del popolo sia di chi ne è a guida: Lui è il solo che può “entrare nel recinto” (cf Ebrei 9 e 10) per “condurre fuori” da esso “spingendo fuori”, poiché è un compito faticoso quello di convincere a uscire fuori da un luogo che, pur costringendo, protegge garantendo il “minimo vitale assicurato” per intraprendere un cammino di libertà e di autonomia, la stessa fatica di Mosè nel condurre “fuori dall’Egitto” il popolo (cf Esodo 15. 16. 17).

Per contro, i suoi interlocutori “venuti prima di lui, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati” perché vengono “per rubare, uccidere e distruggere” (cf vv. 8 e 10a). Il ruolo delle “guide di Israele” era di continuare la “cura” di Dio per il suo popolo e di avvicinare a Lui le persone che hanno bisogno della sua presenza e della sua misericordia. Già Ezechiele, con le sue profezie, inveiva sui cattivi pastori che diventavano “lupi che dilaniano la preda, versano il sangue, fanno perire la gente per turpi guadagni” (cf 22,27) pronunciando “Guai ai pastori di Israele” (34,1-34; cf 1Enoch 89,41-50).

Gesù presenta sé stesso come l’atteso Messia, il “re pastore” [Davide], e identifica gli altri come “ladri e briganti” nel senso del profeta. Così si capisce meglio la reazione successiva dei capi (cf vv. 19-21 e 31) che, smascherati e denunciati da Gesù, si rendono perfettamente conto di essere ubbiditi ma “non ascoltati” dalla gente che li considera “estranei” alle loro necessità di vita (cf v. 8 e 10b): loro infatti non attendono la venuta messianica del “vero pastore”, anzi la temono (cf Isaia 29,13).

Attraverso Gesù,la porta”, il popolo è finalmente libero di “entrare e di uscire” in una totale libertà di movimento da parte di chi vive ormai in una piena comunione di vita e di fiducia [S. Panimolle]. Libertà nel nutrirsi della vita di Dio che è amore e non più una norma della Legge (cf v. 9 dove si gioca sui termini nomē = pascolo e nòmos = legge); Vita donata gratuitamente e “in abbondanza”, cioè totalmente e pienamente (cf 2,6-10; 6,11ss.).

Ambientazione liturgica

Il capitolo 10 del racconto evangelico di Giovanni viene letto nella IV domenica del “tempo pasquale”: nel ciclo A i vv. 1-10; nel ciclo B i vv. 11-18; nel ciclo C i vv. 27-30, essa è anche denominata del “Buon Pastore” con un’improbabile intenzione “vocazionale”.

Noi conveniamo per la celebrazione liturgica pensando di “entrare in un luogo sacro”, mentre Gesù vuole sì incontrarci ma per “condurci fuori”.

Anzitutto la sua Parola ci conduce dalla conversione all’amore, come fece la predicazione di Pietro ai suoi concittadini [Atti – I lettura]. Egli, “il Signore”, può farlo poiché ha condiviso con noi integralmente il nostro umano cammino che conduce anche Lui alla morte ma per amore di noi umani suoi fratelli e suo gregge [1Pietro – II lettura]; è con noi “agnello” e per noi “pastore” che ci guida da dentro della nostra precaria condizione umana ma per non rimanerne condizionati per sempre [Giovanni – Evangelo].

È un cammino di liberazione, iniziato nell’immersione pasquale, che alla fine della celebrazione eucaristica ci “spinge fuori” verso gli altri, tutti, a condividere la stessa esperienza vitale che il Risorto ha fatto scaturire in noi dal suo amore.

Preghiamo

Apre il guardiano al pastore,

la sua voce le pecore ascoltano,
perché le chiama una per una 
e fuori dal recinto le conduce.

Il pastore esperto le guida 
e le pecore tutte lo seguono, 
la sua voce conoscono bene, 
tutte insieme le ha convocate. 

Vanno errando le pecore mie 
come pecore senza pastore, 
nel paese nessuno le cerca
e non c'è chi si cura di loro.

Preda è ormai il mio gregge,
il suo pascolo è calpestato,
la sua acqua intorbidata,
mercenari sono venuti.

Gesù dice alla folla raccolta:
Sono io il buon pastore,
vengo a prendere il mio gregge
e chiunque ascolta la mia voce.

Do la vita per le mie pecore,
sono deboli, inferme, perdute,
in un solo ovile raccolte,
saran gregge di un solo pastore.

[Inno – Comunità di Sant’Egidio]


venerdì 17 aprile 2026

"stanchi di camminare... si misero a correre" - Domenica III di Pasqua A

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19 aprile 2026

III Domenica di Pasqua/A

Atti 2,14.22-23 / Salmo 15 / 1Pietro 1,17-21

Luca 24,13-35

Stanchi di camminare… si misero a correre

Questa descrizione, oltre ad essere il titolo di un libro edito dalla Comunità di Caresto (Sant’Angelo in V. - PU) per coppie che vogliono continuare la loro crescita relazionale alla luce del Vangelo, sintetizza benissimo l’esperienza dei due discepoli di Emmaus narrata da Luca 24,13-35.

Sul fatto che i due fossero delusi e amareggiati non vi è dubbio, anche il loro percorso “in discesa” ce li descrive quasi sprofondando nella loro tristezza. La loro stessa discussione non fa altro che peggiorare: non c’è ascolto tra loro, ma solo uno sfogo di delusione.

L’ascolto furtivo dell’ignoto viandante, apparentemente forestiero al contenuto della loro narrazione che si fa loro prossimo nel cammino, sblocca la situazione e, interrogato, interpella!

Quante nostre discussioni, di coppia e di comunità, sono prive di ascolto reciproco, vero, profondo! Ce ne rendiamo ben conto che non portano a nulla, se non peggiorano la situazione.

I fatti sono ben noti ma ciascuno li narra a modo suo, privi di prospettiva e dell’indispensabile ricerca di un senso che dia significato, facendo uscire fuori dal “senso di colpa” che priva di ogni speranza: “Noi speravamo…”.

"Una speranza priva di fondamento è più pericolosa di una disperazione senza scampo” avrebbe detto Agostino d’Ippona. Solo una promessa d’amore può sostenere una tale speranza.

Un giorno ormai al tramonto diventa così l’albeggiare di un nuovo mattino e i passi stanchi ritrovano nuova energia per altri undici 11 km, in salita!

Parole e gesti d‘amore hanno riempito un vuoto tra loro due e dentro ciascuno, facendo divampare un fuoco capace di illuminare tutto, di luce nuova.

Adesso “narrare” non è più un amaro sfogo, ma diventa un reciproco annuncio di vita con gli altri e della riconosciuta Presenza “nello spezzare il pane”.


Contestualizzazione liturgica

La nostra celebrazione liturgica ripropone in qualche moto la narrazione di Luca 24:

vv. 13-17: il nostro convenire, ciascuno “preso” dai suoi pensieri, problemi, interrogativi…

vv. 25-27: liturgia della Parola

vv. 28-30 liturgia Eucaristica

vv. 31-32 condivisione fraterna

vv. 33-35 missione e annuncio

Ascoltiamo e accogliamo la proclamazione dell’annuncio di Pietro e degli altri Undici in testimonianza di Gesù risorto [Atti – I lettura]. È un’attestazione di fede, non di certezza nata da facili evidenze, un misto di gioia e timore, esultanza e stupore, tentazione di fuggire e meraviglia per una nuova chiamata in Galilea… da dove tutto ha avuto inizio.

La nostra umanità è così liberata da una sua “vuota conduzione”, da non senso, vissuti da Dio stesso che nel sangue del Figlio ridona fiducia e speranza [1Pietro – II lettura].

Ne abbiamo un segno tangibile nel “pane spezzato”: l’amore che invera la parola.

Il “tempo pasquale”: un cammino con il Risorto

per vivere da risorti nel cammino della Chiesa

È possibile individuare, nei brani evangelici proclamati in questo “tempo pasquale” sia festivo che feriale, un percorso di approfondimento della nostra fede che motiva maggiormente la nostra partecipazione “attiva e fruttuosa” ai misteri celebrati e il nostro impegno nella società.

Sono brani - tranne alcune eccezioni - del vangelo secondo Giovanni, il che compensa un po’ il fatto che non gli sia stato riservato un ciclo liturgico come ai tre sinottici1, e che richiede un approfondimento particolare.

Siamo nel tempo della “mistagogia”, in approfondimento delle catechesi impartite per l’iniziazione cristiana e di crescita nella grazia donata dai sacramenti ricevuti2 e siamo anche noi invitati a fare l’esperienza del Risorto che ridona a Pietro e ai primi discepoli la sorprendente scoperta di essere nuovamente chiamati a seguirlo con rinnovato amore (Gv 21). Infatti, dopo la risurrezione, la sua sequela cambia modalità: Egli ci raggiunge dove noi siamo riuniti insieme (cf Luca 24,36; Gv 20, 19.26; 21,4; Atti 1,3; Matteo 18,20) e attraverso di Lui porta e pastore (Gv 10) Via di Verità (Gv 14) siamo condotti nella pienezza della Vita. Dimorare in Lui è il nostro nuovo rapporto con il Signore, come lo è stato per i discepoli (Gv 15), che si esprime nell’amore reciproco tra fratelli e sorelle (Gv 13) e attraverso la forza dello Spirito donato dal Risorto (Gv 14). In Lui nasce un’esperienza di piena unità con il Padre e tra tutti gli esseri umani (Gv 17).

L’itinerario dell’attuale anno liturgico A ci propone di entrare sempre più nella celebrazione unica e continua “della risurrezione di Cristo, e in Lui della nuova vita donata all’umanità, sottolineando le sfaccettature e le manifestazioni dell’unico volto glorioso del Risorto - l’uomo nuovo - che dopo aver sconfitto definitivamente la morte abbandonandosi all’amore del Padre, comunica ad ogni vivente la gioiosa notizia della vittoria, anzitutto ai discepoli sorpresi e impauriti come compimento delle promesse dell’AT” (C. M. di Viboldone).

È un percorso molto ricco e significativo anche per le nostre comunità chiamate oggi ad annunciare e testimoniare il Risorto, ed in Lui la reale possibilità di vivere come “donne e uomini nuovi”: al centro è il Signore che si dona nella Pace al discepolo incredulo, offrendo la sua carne trasfigurata dall’amore, ma ancora ferita, da toccare e adorare come umanità stessa di Dio (II domenica: Gv 20,19-31). È una presenza che vince la delusione e compie le promesse riportando ciascuno di noi a un’autentica esperienza fraterna di comunità (III: Lc 24,13-35). Il Risorto si propone come Colui che fa entrare nella Vita (IV: Gv 10,1-10): Egli è infatti la Via Vera alla Vita (V: Gv 14,1-12) stabilendo con ciascuno una relazione nello Spirito che genera il dono dell’Unità (VI: Gv 14,15-21).


Preghiamo

Signore,

che nessun nuovo mattino

venga ad illuminare la mia vita

senza che il mio pensiero

si volga alla tua risurrezione…

ogni risveglio mi permetterà

di rivolgermi dalla tua immagine di ieri a quella di oggi!

che io ti senta chiamarmi per nome”. (Un monaco orientale)

1Riflessioni per vivere la liturgia con il vangelo secondo Giovanni, in Giovanni. Milano 2021, pp. 303-314. 2Luigi D'Ayala Valva, Entrare nei misteri di Cristo. Qiqajon 2012.



sabato 11 aprile 2026

Vedere è come toccare - 12 aprile II domenica di Pasqua

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12 aprile 2026

Domenica di Pasqua

Atti 2,42-47 / Salmo 117 / 1Pietro 1,3-9

Giovanni 20,19-31

            Guardare dentro per vedere oltre…è come toccare

Volgere frettolosamente lo sguardo da un’altra parte per non rivivere un disagio o una sofferenza già provata è un meccanismo di difesa istintivo, ed è anche quello che siamo tentati di fare ogni volta che siamo raggiunti dalle immagini di un pianeta devastato, delle rovine sotto i bombardamenti e dei corpi dilaniati.

Fermare l’immagine…” è cercare dove si nasconda ancora la Vita, da dove possa venire un tenue raggio di luce che ce la faccia scorgere con stupore e meraviglia, così da poter dire anche noi: “Non è qui… è risorto!”.

Ed è proprio “da qui” che dobbiamo passare, senza scorciatoie o “uscite di sicurezza”, calpestando macerie o raccogliendo cadaveri spiaggiati in questa deriva dell’umanità. Seppure inermi, incapaci a vincere un’irresistibile voglia di evasione, occorre che tendiamo le nostre mani tremanti... protesi verso ciò che più ci fa male, dove anche il cuore sanguina.

Ficca il tuo dito e guarda; allunga la tua mano e mettila…” dice a Didymos - il nostro “gemello” - la voce ancora familiare del Maestro che riecheggia fino a noi (Giovanni 19,27a).

Non tutto è spento, inerme… lentamente, quasi impercettibile ritorna il battito vitale in chi “comincia a credere e continua…” (cf v. 27b) e da qui continuando a fidarci incominciamo a vedere… e sempre meglio!

Così, solo persone create nuove dal suo Soffio vitale, possono riconoscere nel crocifisso il risorto, accogliendo il dono della sua Pace come impegno e responsabilità verso tutti per cominciare un “mondo nuovo” da un “modo nuovo”, riconciliato, e vivere nel perdono ricevuto e donato.

L’amore è quel che rende l’uomo un essere vivente” (A. Maggi).

Uomini e donne interiormente rigenerati potranno dar vita a nuove relazioni, in una “nuova giustizia” evangelica, principio di una “civiltà dell’amore” di cui fa parte chi ama e non pretende un’appartenenza etnica o religiosa, non pone la difesa delle proprie frontiere e i condizionamenti dal passato… protesa verso il futuro.

Il mondo non penserà più a questo crocifisso, ma i discepoli lo vedranno vivo, risorto e glorioso” (A. Nocent).

Contestualizzazione liturgica

L’esperienza di credere avviene sempre all’interno di una comunità ed è nello stesso tempo un processo personale a volte faticoso e incerto, ma sempre accompagnato dalla Parola che interpella e illumina.

Non siamo forse anche noi così, radunati nel “Giorno del Signore”, ogni domenica nelle nostre assemblee liturgiche come quel primo gruppo di Gerusalemme di cui gli Atti ci dà testimonianza?! Un’esperienza che non può rimanere individualistica, che si alimenta dell’amore fraterno ed è contraddistinta da una gioiosa semplicità: Parola ascoltata insieme e Pane spezzato in comunione sono i “segni” della comunità nella quale il Risorto manifesta la sua presenza [Atti – I lettura].

L’azione liturgica è “culmine e fonte” di una rigenerazione continua che avviene nel nostro vissuto quotidiano, che ci anima di fiducia e di speranza nelle prove e nelle difficoltà: raggiungeremo la pienezza di questa trasfigurazione di cui la gioia è già un vitale anticipo. [1 Pietro - II lettura]

Il corpo trafitto e glorioso del Signore che i primi discepoli, pur increduli, vedono e vorrebbero toccare, come Tommaso, narra in modo inconfutabile l’amore che ha sostenuto in tutta la sua esistenza e che ora trasmette come un respiro vivificante, e rende anche noi capaci di amare nello stesso modo: l’agape. [Evangelo]

Il corpo risorto annuncia un amore vissuto fino alla fine ed effuso come inarrestabile flusso che ora anima la vita dei credenti e delle comunità nella loro esperienza di compagnia e fraternità.

L’amore è all’origine della risurrezione e permette di vedere dentro quel corpo e oltre: “nella morte fino alla vita, nella colpa fino al perdono, nella divisione fino all’unità, nella piaga fino allo splendore, nell’uomo fino a Dio, in Dio fino all’uomo, nell’io fino al tu” (K. Hemmerle, Occhi di Pasqua).

Egli chiede alla Chiesa, attraverso il nostro corpo di credenti, di narrare la misericordia con il perdono e di testimoniare una gioia che non elude la sofferenza ma la trasfigura.

Guardare dentro per vedere oltre questa è l’esperienza di Tommaso che siamo chiamati a rivivere anche noi in ogni eucaristia, e questo ce ne fa cogliere tutto il suo insostituibile valore.

Preghiamo con la liturgia

Padre di misericordia,
che in questo giorno santo

raduni il tuo popolo

per celebrare il memoriale
del Signore morto e risorto,
effondi il tuo Spirito sulla Chiesa
perché rechi a tutti
l’annuncio della salvezza e della pace.
Amen.



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