venerdì 5 giugno 2026

CARNE da mangiare come PANE - "Corpus Domini" / Domenica 7 giugno 2026

 

Vicina è la PAROLA










7 giugno 2026

Corpo&Sangue del Signore/a

Deuteronomio 8,2-3.14-16 / Salmo 147

1Corinzi 10,16-17

Giovanni 6,51-58


Carne da mangiare come PANE

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 6,51-58

Siamo al finale del lungo capitolo VI nel racconto evangelico Giovanni che ha un posto centrale sia per la comprensione della messianicità di Gesù che vuole dare ai suoi lettori, che per il profondo contenuto catechetico in riferimento all’Eucaristia e soprattutto all’intera esistenza cristiana che ha in Cristo colui che dà sé stesso a noi come pane/nutrimento di Vita incorruttibile per un’esistenza autentica e piena.

La sua ambientazione cronologica e narrativa è all’interno dei capitoli 5-12 e il suo contesto “teologico” nel significato di “segno”.

Nei vv. 35-58 emerge il “tenore eucaristico” di tutto il discorso dove “nutrirsi di Lui”, per gli ascoltatori e interlocutori - tra i quali ci siamo anche noi - significa fare propri gli atteggiamenti del Figlio nei confronti della volontà del Padre (cf 4,34), accogliendo il suo dono vitale e vivificante (cf vv. 53-57). Proprio questo è il contenuto del “gesto eucaristico”! (S. Panimolle).

Il realismo dei verbi ricorrenti: mangiare, bere, masticare, suppone un’esperienza già in atto dell’eucaristia, di essere in comunione fisica e vitale con il Figlio e come Lui con il Padre: “Chi mangia Gesù, partecipa al dinamismo vitale che deriva dal Padre e che, attraverso il Figlio, si trasmette a ogni credente in Lui”. La finalità di questa lunga “catechesi” è di “accendere in noi la voglia di vivere come Lui, di risvegliare la nostra vita. Senza cristiani che si nutrano di Gesù, la Chiesa languisce senza rimedio”. (J. A. Pagola)

Io-Sono il pane della Vita” (v. 48) è la nuova affermazione che chiude quella del v. 41 e apre il ragionamento successivo giungendo a uno sviluppo che abbina “pane vivente” (v. 51) a “carne” da mangiare (v. 51c): Gesù è per noi colui che ci dona Vita e che la alimenta costantemente.

Ora il nuovo dono di Dio all’umanità passa attraverso la “carne” del Figlio (cf 1,14; “bisrà” in aramaico e “sarx” in greco) che dà Vita nel deporre la sua vita (cf 10,17): questo è il vero “pane” che nutre infinitamente e in modo definitivo. Come Dio si fa incontrare e conoscere attraverso l’umanità del Figlio (cf 1,18; 14,9), così ora ogni essere umano, nella debolezza della sua condizione, addirittura “si nutre” di Lui. L’originaria fragilità umana che Gesù recupera con il dono di sé stesso, trova la sua compiutezza nella capacità di donarsi.

Questo è uno scandalo intollerabile non solo per i Giudei, ma per ogni proposta religiosa che voglia “spiritualizzare” l’avvicinarsi alla divinità: in Gesù, il Figlio “Parola fatta carne”, Dio e l’essere umano si incontrano, viceversa si allontanano e si pèrdono per sempre. Se già risultava inaccettabile da parte dei Giudei che Gesù si definisse “vero pane da Dio”, comprensibile è allora la loro furibonda reazione nel rifiutare la proposta di Gesù di dare “la [sua] carne da mangiare” (v. 52). Ma Lui insiste che per avere Vita in noi stessi non possiamo rifiutarci di “mangiare la sua carne e bere il suo sangue”, nutrendoci di Lui che ha preso la nostra carne umana (dal v. 54 subentra il verbo mangiare ma masticare, cioè ruminare).

            È questo il senso globale dei vv. 53-55, dove l’evangelista sembra spingere sul realismo del “nutrirsi masticando” la carne e il sangue umani del Figlio, perché sono “realmente cibo e bevanda”. Probabilmente questa crudezza motiva la reazione degli uditori per l’infrangersi del tabù del cannibalismo: “come mai può [dirci di] fare questo!” (cf Levitico 17,10-14).

            La circolarità del discorso imprime una ripetizione che marca molto il cibarsi come via di accesso alla Vita di Dio! Quindi i motivi di scandalo e di protesta sono due, uno ancestrale, antropologico e l’altro religioso: nutrirsi della carne umana del Figlio del Padre per diventare figli e figlie suoi!

        Questo nutrimento dà origine a una relazione stabile tra noi e Gesù: “rimanere/dimorare(costanti dal capitolo 15 in poi), che ci permette di vivere attraverso di Lui nello stesso modo in cui Egli vive grazie al Padre che lo ha inviato a noi: una relazione d’amore filiale (vv. 56-57).

            Notiamo il crescendo del “simbolismo eucaristico” in quest’ultima parte del discorso, in parallelo con il “realismo di nutrirsi”: mangiando il pane e bevendo il vino nel banchetto eucaristico noi ci nutriamo di Cristo nel suo corpo e sangue, di tutta la sua persona di Figlio del Padre mandato a noi, Egli in noi è Vita piena, indefettibile e incorruttibile, fino alla nostra risurrezione finale. L’efficacia del sacramento eucaristico ha la sua origine nel dono della Vita da parte del Padre attraverso il suo Figlio, quella sua carne umana assunta da noi fin dall’inizio (cf 1,14).

        I vv. 58-59 chiudono l’insegnamento di Gesù nella sinagoga a Cafarnao ricollegandosi all’esperienza degli antenati nel deserto con cui il discorso è iniziato (cf vv. 49 e 31).

Ambientazione liturgica

        È nella celebrazione eucaristica che si rivela la pienezza di questo dono vitale per la nostra esistenza affinché essa sia significativa e realizzata nell’amore.

        Ricordati!” è perciò un invito a non barattare questa esperienza di cura e di nutrimento sostanziale con un ritualismo “sacro” ma non “santificante” [Deuteronomio 8 – I lettura], e a farci coinvolgere nell’intimità tra il Padre che dona il Figlio così da “rimanere/dimorare” in noi fonte inesauribile di Vita [Evangelo].

            Nessuno vi partecipa per sé in modo esclusivo: questa realtà si attiva in noi se anche gli altri possono farne parte, nessuno escluso, tutti! [1Corinti 10 – II lettura].


Preghiamo con la Liturgia

Padre, Dio fedele,

che nutri il tuo popolo con amore,

saziaci alla mensa della Parola

e del Corpo e Sangue del tuo Figlio,

affinché nella comunione con Te

e con i fratelli e sorelle,

camminiamo verso il convito del tuo regno.

Amen.

sabato 30 maggio 2026

Il NOI generativo - Domenica 31 maggio 2026/Dio, Trinità d'Amore

 

Vicina è la Parola










31 maggio 2026 - DIO: Trinità d’Amore

Esodo 34,4…9 / Daniele 3,52-56 / 2Corinzi 13,11-13

Giovanni 3,16-18

NOI, il grembo generativo di esistenza in relazione

Chi spinge “da dentro” ogni persona a uscire da sé, attratta dalla ricerca di un nuovo habitat dove lasciarsi andare ed esplorare le proprie capacità di essere libera in/con/per un altro da sé? È un’esperienza che porta a picchi di felicità e precipitose cadute di delusione, sempre però alimentata da nuove aspettative nonostante i presagi di una fine.

Il fatto che un essere umano abbia avanzato “la pretesa” di essere “figlio unigenito e primogenito”, come se dicesse a ciascuno di noi: “mio fratello è figlio unico”, apre un varco nell’umanità e nell’intimo umano rivelando un orizzonte capace di contenere ogni relazione e di evidenziarne il senso e il valore, di facilitarne la riuscita... “un grembo paterno”.

Che questo non avvenga in modo indolore ce lo dicono sufficientemente le nostre e altrui peripezie affettive; che il “figlio/fratello” le assuma volontariamente e liberamente nella sua massima estensione d’amore, chiede da parte nostra un atto di fiducia totale e una disponibilità a provare sulla nostra pelle e sul nostro cuore quanto ciò sia umanamente possibile.

L’effetto, anche a lunga durata, è l’essere pervasi nuovamente dall’afflato vitale che in momenti di sua assenza ci pareva di asfissiare e da un’energia vitale che credevamo esaurita; da un fuoco interiore che sembrava estinto; da una luce pervasiva che illumina il nostro procedere ora più sicuro, e con stupore ci accorgeremmo che ciò è avvenuto anche negli altri e che quando diciamo Trinità, forse senza saperlo, intendiamo tutto questo!


Contestualizzazione evangelica di Giovanni 3,16-18

Il colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo, il fariseo che era andato a casa sua di notte (cf 3,1) è ricco di contenuti che si riferiscono agli inizi della missione del Nazareno: già a Cana si era manifestato suscitando un’adesione fiduciosa da parte dei suoi primi discepoli (cf 2,11), ma anche in Gerusalemme da parte di molti a cui però Egli non dà molto credito perché conosce l’intimità di ogni persona (cf vv. 23-25).

L’esistenza umana pone infatti tanti interrogativi e non tutti trovano risposta e soluzione (E. Borghi); la possibilità reale di quanto è invece umanamente inattuabile, come “rinascere” per iniziare una vita nuova (cf 3,4ss.), viene dall’amore di Dio per il mondo che lo spinge a “donare il suo Figlio unigenito” (cf 3,16; 4,9s.; 16,19).

L’amore gratuito di Dio [“grazia”] raggiunge in modo sorprendente ed inequivocabile anche chi si oppone a Lui [“mondo”], permettendo a ogni persona di “essere sé stessa” e di non fallire l’obiettivo per cui è stata “creata” [“peccato”] e questo lo ha manifestato il Figlio innalzato (vv. 14-15) (S. Fausti). L’amore fa sì che la vita donata da Gesù, e non “strappata via” (cf 10,18), generi “persone nuove” e sempre nuove possibilità di vivere e di amare (S. Palumbieri).

In questa dimensione, della vita donata e non posseduta, l’essere umano supera l’innata paura di perdersi, di essere condannato e può vivere della sola gratitudine di essere salvato (cf vv. 17-18).

Ambientazione liturgica

Può sembrare superfluo dedicare una festa liturgica alla “Trinità” quando tutta l’azione della comunità celebra il “rendimento di grazie” (eukaristìa) per il dono perenne che il Padre fa del suo Figlio crocifisso e risorto per amore dell’umanità, animato dalla potenza del loro Spirito.

Tuttavia ci aiuta ricordare che la nostra esistenza e storia trovano senso, valore e piena realizzazione nel loro reciproco comunicarsi a noi, dono di Vita, Amore… che in-con-tra noi!

In noi perché lo è in sé stesso; con noi in quanto comunione di persone, intercorrere di relazioni identitarie basate sul dono di sé – per noi - che suscita reciprocità e realizza così l’unità.

Ogni espressione di vita è dunque celebrazione della Trinità e trova nella Liturgia la sua profetica trasfigurazione: amore che vuole donarsi e perciò sempre eternamente creativo.

L’attuale riforma conciliare celebra ciclicamente ogni persona divina e in questo “anno A” il Figlio Gesù: la fiducia in Lui vincitore della morte fonda la nostra speranza e ci impegna nell’amore fraterno estensione di quello trinitario e compimento vero della nostra umanità.

Lo aveva già percepito Mosè come lo esprime Esodo: Colui-che-è-per-noi tenerezza materna, fedeltà paterna, pazienza compassionevole, misericordia assoluta e infinita [Esodo 34 – I Lettura] addirittura risolta al suo opposto, “il mondo”. Ogni parola della Parola sarà non di condanna ma di salvezza per tutti e per ciascuno, portatrice di Vita e di Luce da parte dello Spirito di Verità [Evangelo].

Lo stesso Spirito legame di comunione reciproca nell’unità divina continua a operare tra noi e in noi questo processo unitivo imprimendolo all’interno della nostra stessa umanità e della nostra umana convivenza affinché non perda i tratti costitutiva della sua umanità [2Corinzi 13 – II lettura].

Preghiamo con la Liturgia

O Dio Padre,

che hai mandato nel mondo il tuo Figlio,

Parola di Verità, 

e lo Spirito santificatore

per rivelarci il mistero della tua Vita, 

fa’ che amandoci reciprocamente

partecipiamo alla tua comunione d’Amore.

Amen.



venerdì 22 maggio 2026

"Senza lo Spirito..." - Domenica 24 maggio 2026: Pentecoste

 Vicina è la PAROLA


24 maggio 2026

Pentecoste dello Spirito

Atti 2,1-11 / Salmo 103

1Corinzi 12,3-7.12-13

Giovanni 20,19-23


Senza lo Spirito…

«Senza lo Spirito santo, Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il vangelo una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, e l’agire morale un agire da schiavi. Ma nello Spirito santo il cosmo è nobilitato per la generazione del Regno, il Cristo risorto si fa presente, il vangelo si fa potenza e vita, la Chiesa realizza la comunione trinitaria, l’autorità si trasforma in servizio, la liturgia è memoriale e anticipazione, l’agire umano viene deificato»                                               (Atenagoras I, patriarca di Costantinopoli dal 1948 al 1972).


Contestualizzazione evangelica di Giovanni 20,19-23

Gli apostoli vedono ora quelle “mani” e quel “costato” che si erano rifiutati di guardare allora, quando Gesù veniva crocifisso (cf 19,35-37).

Adesso Lui è lì, piombato in mezzo a loro, ed ha una sola parola per loro: “Pace a voi!”, un saluto che li riempie di gioia, che vince l’iniziale chiusura e paura, e che la seconda volta, diventa addirittura un mandato e una missione (20,19-21).

Ma com’è possibile questa trasformazione in così poco tempo e senza alcuna fatica per loro?

Ricevete lo Spirito” (v. 22), fonte di una vita nuova riconciliata e pacificata, offerta a tutti: il perdono ricevuto e donato è l’unico potere loro conferito.

Anche a noi il Risorto si manifesta con i “segni” compiuti da Lui, gli stessi “in presenza dei suoi discepoli” (v. 30) e lo fa sempre “otto giorni dopo”, come con Tommaso (cf. vv. 26-29).

Nel quarto vangelo la fede o è suscitata dal “segno” oppure ne è l’effetto (cf 2,11; 5,54; 11,45; 12,37). Questo avviene anche per la vita sacramentale offerta dalla Chiesa. Per essere trasformati e vivere nel Cristo occorre “credere in Lui” (cf 9,35-38; 11,26) che ci tende la mano, ci viene incontro, per farci entrare nella realtà che quei segni offrono (A. Nocent ).

Anche noi ascoltiamo, leggiamo quello che è stato scritto affinché possiamo anche noi “credere” (cf 2,11.23; 3,18; 20,30-31) che vuol dire “venire a Lui per avere da Lui la Vita” (cf 5,40).


Ambientazione liturgica

A cinquanta giorni dalla Pasqua, la Chiesa annuncia l’irruzione dello Spirito in essa e in tutta l’umanità: ha voluto stabilire in questo Giorno l’effusione dello Spirito sugli apostoli e il loro mandato per essere testimoni dell’esistenza storica, morte e risurrezione del Signore.

Le liturgie di questo “cinquantesimo giorno”, da quella vigiliare (che vuole parzialmente ricalcare quella della veglia pasquale priva però di simboli e riti originali) a quella dei vespri conclusivi, pongono l’accento sulla “pienezza” del mistero pasquale e di tutta la storia della salvezza: tutto è “pieno”, il tempo/giorno come lo sono la casa e le persone, lo Spirito infatti “riempie il vuoto” lasciato da Gesù e ciò che è carente, incompleto in noi.

Lo Spirito, che fin dalla creazione anima l’azione di Dio così da far diventare l’adàm un “essere vivente”[Genesi] pervade ora di sé, liberamente ed efficacemente, l’esistenza “carnale” di ogni credente e della storia umana [Ezechiele] È una presenza che fino alla fine continuerà a far lievitare l’intero universo nella sua evoluzione e renderà possibile la novità del regno di Dio [Gioele], un soffio inarrestabile, un vento che ci sospinge verso tutti e sempre verso “terre straniere”, un amore [Romani 5,5] che unisce e fa diventare fratelli/sorelle di tutti rispettando ogni differenza, capace di creare legami finora sconosciuti [Atti 2 – I lettura].

Nasce una nuova consapevolezza: lo Spirito del Risorto dona a ciascuno la capacità di essere e di vivere ciò per cui Egli ha dato la sua vita, non per sé in modo esclusiva ma per il bene di tutti e come parte di una fede vissuta e professata insieme nell’amore fraterno [1Corinti 12– II lettura].

Anche noi, nella celebrazione liturgica, possiamo fare la stessa esperienza degli Apostoli: proprio perché la parola del Signore risorto è rivolta a noi che ci illumini, ci conosca come verità di noi stessi e ci permetta di riconoscerlo, di incontrarlo entrando attraverso il sacramento in un “contatto fisico” con Lui [Giovanni 20 – Evangelo].

Otto giorni dopo” (v. 26) è la scansione settimanale che ci dà appuntamento con il Risorto, e costituisce il punto di incontro con Lui visto, ascoltato e toccato, che abbiamo cercato lungo tutto il nostro percorso di fede, da lontano nel dubbio o dell’incredulità, da più vicino nella confessione in Lui. Con quale pretesa la Chiesa può utilizzarli per annunciare la Risurrezione del Signore? Solo con la forza dello Spirito del risorto invocato (vedi la seconda invocazione nelle preci eucaristiche).

Preghiamo

Padre santo,

che nell’evento di Pentecoste
santifichi la tua Chiesa
in ogni popolo e nazione,
diffondi su tutta la terra

i doni del tuo Spirito,
e rinnova anche oggi nell’intimo dei credenti
i prodigi che nel tuo amore universale
hai operato agli inizi

della predicazione del Vangelo.
Amen.


venerdì 15 maggio 2026

Non stare a guardare in alto - Ascensione 17 maggio 2026

 Vicina è la PAROLA










17 maggio 2026 - Ascensione/a

Atti 1,1-11 / Salmo 46 / Efesini 1,17-23

Matteo 28,19-20


Non stare a guardare in alto…

La tentazione c’è di “stare a guardare in alto” mentre a terra si consumano le peggiori atrocità umane nei confronti dei più deboli, degli innocenti. Ma non è distogliendo lo sguardo e invocando chissà quale intervento “dall’alto” che comunichiamo fiducia e speranza.

Credo che sia sempre più necessario un corretto “sguardo” da credenti sulla realtà e sulla storia, anche perché tutti vorremmo essere visti e guardati correttamente e imparare così che anche questo dipende molto da come noi guardiamo gli altri e egli avvenimenti.

È un’attività introspettiva: “guardare dentro per vedere oltre”, una vera “mistica contemplativa del reale” che oltre alla prospettiva dall’alto, “dal punto di vista di Dio”, prosegue l’incarnazione del Figlio che in Gesù di Nazaret Dio ha cominciato a guardare le cose dal basso, dal punto più infimo (cf Filippesi 2) e permettere a noi di vedere Lui, la sua presenza d’amore in tutti ed in tutto!

Come credenti siamo nel tempo prezioso del distacco e dell’allontanamento, dell’adultità di discepoli del Signore, autonomi ma non autosufficienti, animati dal suo Spirito e non dipendenti da Lui (come ci attestano le reazioni degli apostoli al suo “staccarsi da loro”), disponibili a educarsi a una “presenza altra”.

Ciò che sembra un “limite” diventa invece un’opportunità per evitare di evadere altrove e scoprire la portata della realtà e della storia, dentro la quale di svolge anche la nostra, il senso e il valore di tutti percorsi “storti” in mezzo ai quali incessantemente si fa strada l’Amore, la Vita.

Un tale sguardo ci permetterà di essere autentici testimoni in base una trasparenza che aiuterà ciascuno a vedere la sua situazione già ascoltata, “presa in carico”, amata… da Lui che vedremo “venire nello stesso modo in cui è andato”.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 28,16-24

Sembra che i discepoli si siano dati appuntamento in Galilea sul monte da dove Gesù ha pronunciato il suo primo discorso messianico (cf 5,1 …).

Le sue “ultime parole”: Io sono con tutti per sempre, tutti i giorni (v. 24) sono una promessa che conferma l’annuncio dato di Lui a Giuseppe e il suo nome: Emmanuele, Dio-con-noi (1,23); e la sua costante presenza nella comunità (cf 18,20).

Anche il dubbio che prevale nei discepoli, messo in evidenza anche dagli altri evangelisti negli incontri con il Risorto, fa parte della dinamica quotidiana del credente sia nel suo rapporto con il Signore che nella missione affidata da Lui alla comunità: ogni potere è stato dato. Questo non vuol dire essere onnipotenti, ma capaci di formare altri cristiani immergendoli nella loro stessa esperienza pasquale (vv. 18-19).

Ambientazione liturgica

La “nuova presenza” di Cristo è sicuramente più percepibile nella celebrazione eucaristica in cui la Chiesa fa memoria della sua venuta nella nostra umanità [Atti 1 - I lettura] ora per noi nel segno del pane e profezia di un evangelo che incontra tutti, senza distinzioni etniche, promessa di una definitiva presenza del Signore “l’Emmanuele” che nessun avvenimento potrà mai più smentire [Matteo 28 Evangelo].

Lo Spirito donato dal Risorto occupa lo spazio intermedio e lo anima della sua Presenza attraverso il nostro “stare insieme”, comunità che vive, crede e celebra la Pasqua attraverso la Parola, i segni eucaristici, i volti dei fratelli e sorelle radunati da Lui.

Avvenimento che sempre sconcerta le nostre misure umane di valutazione della prossimità di Dio e ci conduce ad aprirci alla misura unica, vera, che coglie la prossimità dell’altro: l’Amore, Dio in Gesù ama l’umanità introducendola nella sua e nostra “pienezza” [Efesini 1 II lettura].

Dio rimane ormai per sempre vicino: questo annuncio di gioia che già i discepoli portavano in cuore vedendo Gesù sottrarsi ai loro sguardi, questo vangelo, è il Dono affidato alla Chiesa che, come corpo di Cristo, è chiamata a manifestare ogni giorno la sua pienezza che si realizza interamente in tutte le cose, poiché in tutte le cose l’Amore può realizzarsi” (CMViboldone).

Risorgere pone Gesù di Nazareth in un nuovo rapporto con il Padre di piena unità dopo l’esperienza di aver vissuto umanamente (cf Giovanni 3,13) ed è come se abbia “trascinato con sé” la natura umana e l’umanità nella sua divinizzazione.

Ascensione di Cristo e assunzione dell’essere umano si intrecciano nei testi liturgici [Colletta – Offerte – Prefazio I e II – Comunione] e si sviluppano le tradizioni neotestamentarie sulla glorificazione di Cristo e sul destino dell’umanità, del suo “stare in Dio” in forza di questa “nuova relazione” con Lui. Qui si sente l’influsso della teologia patristica di Agostino, Gregorio di Nazianzo, Leone magno, Origene…

La Liturgia della Chiesa spalanca il cielo in terra e porta la terra in cielo.

L’ascensione è il momento eterno del nostro accesso alla comunione con il Padre, ma anche con i nostri fratelli e sorelle ogni volta che “usciamo da noi stessi” per entrare nelle situazioni altrui con quella tenerezza e compassione che ha caratterizzato il calarsi del Figlio nella nostra vicenda umana. Più scendiamo abbassandoci (cf Filippesi 2) e più con l’umanità ascendiamo in Colui che dell’umanità ha fatto la sua sposa, infatti “non si è separato dalla nostra condizione umana… dove è Lui, nostra testa, siamo anche siamo anche noi suo corpo” [Prefazio I; cf Efesini 5].


Preghiamo con la Liturgia

Padre santo,
che nell’ora della croce
hai glorificato il tuo Figlio,
concedi alla tua Chiesa,
che attende il dono dello Spirito,
di gustare la beatitudine
promessa a coloro che partecipano
alle sofferenze di Cristo.
Amen.


venerdì 8 maggio 2026

L'Amore rimane... per sempre! - Domenica 10 maggio / VI di Pasqua'A

 Vicina è la PAROLA









Domenica 10 maggio 2026 - VI di Pasqua/a

Atti 8,5-8.14-17 / Salmo 65 / 1Pietro 3,15-18

Giovanni 14,15-21


L’AMORE rimane… per sempre!

Rimani o vai via?” è la domanda mai pronunciata, ma profondamente pensata anche in modo struggente dopo la prima notte d’amore. Il desiderio è l’eternità di quei momenti, che se anche imperfetti, sono di una pienezza unica!

Quasi si trattiene il fiato e poi esce un sospiro al constatare che quello sguardo, quel sorriso, quella carezza è di chi ha deciso di non andarsene più dalla nostra esistenza, ma di condividerla pur nella sua parzialità e imperfezione: tutto così ci dice che rimarrà per sempre!

Facendo sua la nostra umanità, fragile e vulnerabile, il Figlio ha deciso di rimanere in noi, con noi per sempre e paradossalmente è stato proprio quell’ultimo suo sospiro, nell’ultimo suo respiro, a far sì che fosse per sempre (cf Giovanni 19,30b).

L’alito vitale ha fatto sì che il Verbo diventasse carne in Maria ed ora agisce in noi nello stesso modo riguardo alle parole dell’unica Parola del Padre e altro non è che Amore.

Il suo compito non è di aggiungere ma di rianimare, riattivare ciò che è stato seminato in noi e che spesso giace lì… inerme, ma vitalmente presente.

In Lui, con attraverso di Lui tutto rimane!

Gesù, la sua esistenza umana, le sue parole rimangono in noi come Lui rimane nel Padre ed Egli in noi. Ma siamo anche noi a rimanere in loro per sempre.

Cos’altro desidera l’amore se non di rimanere per sempre?!

Anche quando “finisce” tra due persone… dove va a finire?

Da qualche parte ci deve essere un luogo dove tutti questi amori infranti, brandelli di sentimenti vissuti e di emozioni condivise, rimangano.

Ne sono profondamente convinto, rimangono nell’Uno, in Dio!

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 14,15-21

        È probabile che l’evangelista riporti queste parole di Gesù, collocate nei “discorsi d’addio” della cena pasquale ai suoi discepoli (capitoli 14 – 17), come rivolte anche alla comunità dei credenti travolti da persecuzioni: il Maestro stesso invoca lo Spirito “avvocato difensore [paràklètos] in un eventuale processo e protettore/consolatorenelle loro sofferenze interiori (cf v. 17). In ogni caso è Colui che li conferma, privi della presenza fisica del loro Signore ma che già vivono della vita di/in Cristo (cf v. 19) e “ricorda a loro le sue parole” affinché non si smarriscano, ma rimangano “nella via vera, che conduce alla vita” (v. 6).

Gesù, consapevole della sua futura “assenza”, vuole rassicurarli con “una sua nuova presenza”, attraverso appunto un altro “paràclito” (cf 15,26; 16,13).

Dimorare/rimanere”, di Gesù nei discepoli e nei credenti attraverso la sua parola, è un’esperienza di amore che il Figlio conosce bene, poiché è il suo modo di essere “nel Padre” (vv. 10-11) e che ora Egli vuole condividere con loro.

L’ascolto obbediente della parola non è quindi più un comando da eseguire, ma da assimilare affinché diventi modo di essere e di vivere, effetto di un rapporto d’amore. Per questo Egli chiede per noi al Padre il dono interiore e permanente dello “Spirito di verità” (vv. 15-17; cf 15,4-14). Anche il linguaggio usato indica una progressione di percezione in base alla familiarità: più aumenta la distanza da Gesù più si avvicina lo Spirito che stabilisce una relazione più interiore con Lui. (J. De La Potterie)

Tutto quello che Gesù ha comunicato ai discepoli giace ora nel loro profondo (cf 6,59; 7,14; 8,20) in attesa di essere “riattivato” dallo Spirito che lo ricorderà, rendendolo operativo nella loro esperienza di fede e rivelandone tutta la sua potenzialità nascosta.

Lo Spirito svolge un ruolo di verità, sia riguardo all’esperienza di vita nuova in Gesù, “un amore che si fa servizio”, sia di “guida” in percorsi esistenziali di smarrimento, pensando di essersi sbagliati e sentendosi “orfani” (v. 18).

L’assenza fisica di Gesù non priverà però i suoi dalla possibilità di “vederlo”, di sentirlo presente, infatti non si vede solo con gli occhi (questo è il peccato del mondo: cf 9,39); piuttosto è in virtù del rapporto con Lui - “perché io vivo e voi vivrete” (v. 19) - che l’esperienza del credente non si esaurisce, anzi raggiunge la sua pienezza: “In quel giorno voi conoscerete me nel Padre e voi in me e io in voi” (v. 20).

Smarrimento e desolazione, solitudine e disperazione, amarezza, delusione e scoraggiamento, buio interiore e sofferenze attorno, sono “il giorno” di una nuova conoscenza/esperienza interiore di Gesù da figli “nel Padre”, anche nel travaglio, in attesa di una nuova aurora di risurrezione.

La “rivelazione/manifestazione del Padre” a Filippo (cf v. 9) si conclude riprendendo le parole del v. 15 e aggiungendo che cosa succede a chi per amore si fa obbediente:

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.

Chi ha i miei comandamenti e li osserva è lui che mi ama;

e chi mi ama sarà amato dal Padre mio e io amerò lui e mi manifesterò a lui(v. 21).

Una bella conclusione, alla maniera di Giovanni, che apre ai credenti suggestive prospettive di continua crescita nella conoscenza/esperienza di Gesù e che consente alla comunità di affidarsi ad una norma di vita vincolante e liberante nello stesso tempo: l’amore.

Questa sintonia con lo Spirito di verità rende ogni discepolo profeta per la comunità, aiutandola a tener vivo e vivificante il messaggio di Gesù e a saper discernere la Parola tra le parole” (A. Maggi).

Ambientazione liturgica

Siamo un popolo radunato dalla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito come conclude il Vaticano II citando Cipriano (cf LG 4) e come ci viene ricordato in ogni “saluto iniziale” delle nostre celebrazioni liturgiche.

Un’assemblea convocata per l’ascolto della Parola, qui come alle origini in Samaria, composta da battezzati sempre nuovamente immersi nello Spirito [Atti 8 – I lettura] che ci identifica figlie e figli amati, non più orfani, e ci “consola” facendoci rivivere la sua fiducia nel Padre anche di fronte alle nostre esperienze di morte [1Pietro 3 – II lettura].

La celebrazione eucaristica è proprio un’esperienza pasquale!

Gesù consegna a noi la sua stessa esperienza abbandono al Padre, come promessa fedele che al di là di ogni morte preannunzia la vittoria pasquale, come speranza della quale Egli sta rendendo grazie con noi nella liturgia, con la scelta di donare la propria vita… fonte di fraternità e di gioia anche per la prima comunità cristiana” (CMdiViboldone)

Nella Liturgia che celebriamo veniamo uniti come corpo a quello glorioso di Cristo con tutti i santificati, in comunione con il Padre e con tutti fratelli e sorelle sparsi nel mondo innalziamo la nostra “lode cosmica” di liberazione [Isaia 48 – Ingresso].

Oggi, qui” si realizzano le realtà divine che il Signore promette a chi Lo ama.

La celebrazione è forza e sigillo dell’osservanza dei comandamenti del Signore che per questo “effonde” su di noi il suo Spirito ponendo nei credenti la sua dimora, attraverso il nutrimento della Parola ascoltata e del Pane mangiato [Comunione].


Preghiamo

O Padre,

che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio

messo a morte per noi

e risuscitato alla vita immortale,

confermaci con il tuo Spirito di Verità,

perché nella gioia che viene da te,

siamo pronti a rispondere

a chiunque ci domandi ragione

della Speranza che è in noi.

Amen.


CARNE da mangiare come PANE - "Corpus Domini" / Domenica 7 giugno 2026

  Vicina è la PAROLA 7 giugno 2026 Corpo & Sangue del Signore / a Deuteronomio 8,2-3.14-16 / Salmo 147 1Corinzi 10,16-17 Giov...