venerdì 30 gennaio 2026

Beati! ...cioè felicemente realizzati

 

Vicina è la Parola



1 febbraio 2026
Domenica IV anno a
Sofonia 2,3; 3,12 / Salmo 145
1Corinti 1,26-31
Matteo 5,1-12a

 

         Beaticioè felicemente realizzati

            Beato te!”.

        Un apprezzamento che non ho mai gradito perché forse motivato dall’invidia o dalla scarsa conoscenza della reale situazione altrui, oppure dal sopravvalutare i propri problemi. Comunque sentirsi appellati così è davvero una magra consolazione.

Fortunato te!” è il vero senso di quanto si vuol dire, il che è anche peggio perché discrimina fatalisticamente: “Io? E gli altri allora!”.

            Beati voi!”.

            Lo ascoltiamo ancora nel vangelo proclamato in questa domenica.

Una beatitudine rivolta all’assemblea che ascolta, ma che riguarda in realtà ogni essere umano che si riconosca nelle “nove” situazioni esistenziali descritte.

Chissà cosa avrà voluto davvero dire Gesù ai suoi discepoli da definirli così, con lo sguardo però rivolto alle folle che lo seguivano.

Quante volte le abbiamo interpretate come ingenue definizioni che “il mondo” non è in grado di capire o come l’ennesimo conforto ultraterreno ad un’esistenza vissuta nelle privazioni e nella tristezza: la rivincita dei perdenti!

 

Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,1-12

Stupisce, all’ingresso della proclamazione evangelica di Matteo, l’irrompere delle Beatitudini dopo il sintetico insegnamento del Nazareno sulla definitiva prossimità del regno di Dio e in modo inclusivo la sua azione curativa nei confronti della folla (cf 4,17.23-24).

Ora lo sguardo di Gesù prende voce, la sua postura “sinaitica” dà una prospettiva messianica alle sue enunciazioni : Egli proclama ad alta voce il suo modo di considerare l’esistenza umana e di viverla in prima persona, proponendola a quelli più vicini a Lui (cf 5,1-2). Infatti, il suo non è un “manifesto teorico e programmatico” che realizza la profezia (Isaia 61,1-3) bensì la reale possibilità, da Lui innanzitutto vissuta e inaugurata, di un’esistenza “felice subito… anche se non del tutto” (L. Evely).

Accettare questo “realismo evangelico”, non con rassegnazione ma con responsabilità, costituisce proprio il contenuto della prima beatitudine, quella della “povertà” (cf 5,3).

La comunità palestinese, contesto esistenziale del racconto evangelico matteano, ha sicuramente fatto nella sua pur breve esistenza l’esperienza di una vita cristiana connotata dalla gioia, pur tra le insidie causate dall’aver aderito a questa nuova proposta religiosa. La comunità delle beatitudini non è certo un gruppo di esaltati o di ingenui sognatori, anestetizzati verso le problematiche storiche e sociali. È una comunità dove ai piccoli ed ai poveri sono riconosciuti valore e dignità, poiché tutti hanno scelto di seguire Cristo sulla via del perdono e del servizio reciproco (vedi tutto il capitolo 18!).

La povertà economica e sociale non è di per sé fonte di felicità, come la ricchezza non lo è d’insoddisfazione! La “beatitudine evangelica” ci chiede e ci consente di non essere sprovveduti e nemmeno ipocriti: ricchi pur aiutando i poveri e poveri maledicendo i ricchi…

La povertà interiore è indicata come prima beatitudine, a patto che non rinunciamo a essere felici nelle altre diverse o avverse situazioni della vita anche se non possiamo esserlo completamente. Forse è anche questo il motivo del verbo al presente che la connota, come l’ultima (cf v.3b e 10), mentre le altre sono declinate al futuro. Gesù nazareno ha pensato e vissuto così, da figlio del Padre, povero per libera scelta perché totalmente affidato a Lui (cf Mt 11,29): mite, afflitto, misericordioso, portatore di pace e assestato della comunione con Lui. Egli chiama anche noi a essere e agire come lui (la conversione di 4,17a), come è stato “subito” per quei quattro pescatori di Cafarnao, nella loro libertà e prontezza a seguirlo (cf vv. 18-22).

 

Ambientazione liturgica

Beato chi siede nell’assemblea dei giustificati” (Salmo 1).

Questa beatitudine è rivolta a noi nel momento del culto: siamo insieme, in compagnia di altri, salvati. Questo inizio del salterio descrive il nostro inizio liturgico: siamo riuniti perché salvati, questa è già la nostra beatitudine! (cf Apocalisse 7)

Beati coloro che ascoltano e osservano la Parola di Dio” (Luca 11,28).

Anche questo è da ricordare bene quando ascoltiamo le letture nella liturgia della Parola: siamo beati perché possiamo ancora ascoltarla, insieme… ma molto di più quando potremo praticarla.

La beatitudine evangelica ci dà anche il senso e incarna oggi l’esperienza del popolo ormai sull’orlo della rovina per la sua presunzione di “farsi grande” in mezzo agli altri, dimenticando di essere stato liberato dalla schiavitù del potere umano per la potenza della Parola. Sofonia annuncia l’incedibile: solo coloro che si affidano al Signore, i poveri umanamente diseredati, potranno godere di una vita serena. [I lettura]

Nella comunità cristiana serpeggia però la stessa tentazione di confidare nella propria presunta ricchezza e umana sapienza. Ad essa Paolo annuncia che Dio sceglie i poveri in quanto capaci, vuoti di sé, di accogliere il suo amore gratuito. [II lettura]

Beati gli invitati alla cena di nozze dell’Agnello(Apocalisse 19,1 ss.).

Non ne saremo mai abbastanza degni, ma possiamo dirci beati di essere stati invitati e di aver accettato l’invito! Fin dal mattino possiamo lodare: “Egli dà il pane all’affamato… libera il prigioniero… protegge lo straniero... ama e sostiene l’orfano e la vedova”. [Salmo 146]

 

Una traduzione possibile

            Coloro che si fidano solo di Dio sono beati,

                        perché Egli è già tutto per loro.

            Soffrono oppressi eppure sono beati,

                        perché sarà Dio a liberarli.

            Non sono prepotenti e sono beati,

                        perché Dio donerà a loro un mondo migliore.

            Quanti desiderano e cercano il bene che Dio vuole per noi

                        sono beati, perché Egli per primo realizzerà i loro desideri.

            Provano amore e tenerezza per gli altri:

                        sono beati, perché Dio li avrà nel suo cuore.

Coloro che sono semplici e sinceri sono beati,

             perché Dio si farà conoscere a loro.

Quanti che realizzano la pace sono beati,

             perché Dio li considererà suoi figli.

I maltrattati per aver compiuto la volontà di Dio sono beati,

             perché Egli la compie in loro.

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che nel tuo Figlio Gesù

hai promesso ai poveri e agli umili

la gioia piena del tuo regno,

dona alla tua Chiesa

di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore

sulla via delle beatitudini evangeliche.

Amen.

venerdì 23 gennaio 2026

Il futuro… “terra straniera” - Domenica 25 gennaio 2026

 

Vicina è la Parola


25 gennaio 2026

Domenica iii anno/a

"La Parola"

Isaia 8,23b- 9,3 / Salmo 26

1Corinti 1,10-13.17

Matteo 4,12-17*23


Il futuro… “terra straniera”

Siamo a conoscenza che le prime comunità cristiane hanno cercato di “leggere” la loro storia e le loro esperienze alla luce di quella del Nazareno e anche nel raccontarla si sono concentrati su ciò che poteva dare un senso ai loro interrogativi e alla loro ricerca di fede.

Per le comunità palestinesi, provenienti dal giudaismo, le antiche profezie e le tradizioni sempre vive, come i luoghi da loro abitati, avevano un valore a noi sconosciuto ed estraneo, tanto che nel leggere le loro memorie evangeliche ci sembra normale che i fatti si siano svolti in quel modo; produciamo così stereotipi poco realistici e quindi insignificanti per noi credenti di oggi.


Contestualizzazione evangelica di Matteo 4,12…23

Nel racconto evangelico di Matteo, scritto in greco dopo il 70 d. C. su un testo in aramaico del 40/50, ritroviamo il laborioso percorso di “ancorare” la figura e l’operato di Gesù alla storia di Israele (capitolo 1) senza nascondere il rifiuto delle sue autorità e l’accoglienza da parte dei pagani (cap. 2), anche nel contesto della predicazione del Battista quando diventa decisivo il riconoscimento di quell’uomo che “veniva da Nàzaret” come “il Figlio amatoche avrebbe compiuto volentieri la volontà del Padre e questo sarebbe stato sia la sua stessa consapevolezza nello svolgere la propria missione sia il primo ostacolo a fidarsi di Lui (capp. 3 – 4).

Radicati nella storia passata e aperti al “nuovo” i cristiani di tradizione giudaica avvertirono “il passaggio epocale” che umanamente e storicamente costituiva la vicenda messianica di Gesù e ne collocarono l’esordio in un luogo “aperto”, la riva del mare, contaminato da pagani e da commerci di ogni tipo “nel territorio di Zàbulon e di Nèftali”, straniero per Lui stesso.

Matteo, che leggeremo in diversa misura lungo tutto quest’anno, inaugura la predicazione del Nazareno "quando seppe che Giovanni [il battezzatore] era stato arrestato", un momento dunque drammatico nel quale la prima reazione poteva essere quella di starsene tranquillo a Nàzaret. Invece Gesù lascia le sue sicurezze familiari e il suo paese per trasferirsi a Cafarnao e starsene ritirato nella Galilea [Matteo 4,12-17 - Evangelo].

Si tratta di iniziare una nuova vita da espatriato in un territorio abitato anche da stranieri, considerati "bastardi", sulla riva del mare... il luogo più prossimo al "male" che egli avrebbe combattuto prendendosi cura di tutti coloro che ne erano contaminati (vv. 23-25).

Prima di annunciare con le parole "il regno di Dio vicino", è Lui stesso che si fa prossimo di coloro che gli altri ebrei scartavano considerandoli inavvicinabili. E tra questi chiama a seguirlo dei pescatori che intende trasformare perché facciano quello fa Lui, salvare: tirar fuori dal mare/male altra gente (v. 19).

Questa prossimità è descritta dai suoi passi sulla spiaggia del mare/lago di Galilea (Tiberiade o Gennèsaret), dalla sua partecipazione alla vita quotidiana dei pescatori, dal suo sguardo su di loro che non esitano a lasciare reti e legami familiari per seguirlo: sono Simon Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, i primi discepoli del Nazareno.

Avranno raccontato loro stessi questa storia?

Ambientazione liturgica

Il vangelo che ascoltiamo non vuole tanto geolocalizzarci dove è avvenuta una vicenda storica, ma fondarla teologicamente, accreditata dalle profezie [Isaìa 8 – I lettura], e questo ci chiede un cambiamento di mentalità [conversione] nell’accogliere una presenza di Dio [regno] che si fa vicina a tutti.

Come quei primi rozzi discepoli o Paolo - il dotto e influente esponente del fariseismo -, anche noi siamo chiamati a diventare “relativi” a Gesù di Nàzaret: la nostra umanità piena emerge e si manifesta nel rapporto con Lui, con la sua esistenza di Figlio in mezzo a noi; il nostro posto nella storia, il nostro compito sarà quindi a vantaggio degli altri… in riferimento alla sua Parola [1Corinti 1 – II lettura].

Questa forza emerge ogni volta dal suo ascolto: gente comune, perfino disprezzabile, diventa testimone ed annunciatrice della buona notizia che è possibile riorientare la propria esistenza in vista dell’amore, accolto e ricambiato, condiviso… camminando nella sua luce che dilata gli occhi al sorriso di gente ripiegata sul proprio vuoto, che rende improvvisamente chiare e semplici realtà che la penombra deformava in fantasmi paurosi [Salmo 26].

Vivere nell’Amore è l’invito a seguirlo!

La chiamata dei discepoli è il paradigma per tutti noi che nella quotidianità, spesso abitudinaria e banale, abbiamo la possibilità di incontrarlo, in territori stranieri anche per noi stessi a volte e per nulla “predestinati” se non a subire deportazione, ma considerati “lontani”.

Nei territori dove, oggi come allora marginali e periferici, albergano soltanto le tenebre e la morte, tra gente malfamata “una luce è sorta” ed illumina l’esistenza dei più poveri chiamandoli ad una vita nuova che li orienta verso il futuro di un mondo rinnovato.

Dovunque i credenti - come i discepoli - si avventureranno, in luoghi drammaticamente feriti, sperimenteranno che già prima erano abitati da una presenza silenziosa ma efficace di vita [lievito] e questo cambierà tutto, anzitutto il modo di pensare e di valutare ogni situazione, e spingerà a nuove e impensate esperienze che daranno alla propria esistenza un valore insperato (cf 28,16-20).

Preghiamo con la Liturgia

Padre,

nel tuo Figlio hai fondato la tua Chiesa

sulla fede degli Apostoli,

fa’ che le nostre comunità,

illuminate dalla tua Parola

e unite nel vincolo del tuo amore,

diventino segno di salvezza e di speranza

per tutti coloro che dalle tenebre

anelano alla luce.

Amen.


venerdì 16 gennaio 2026

Essere riconosciuti

 

    Vicina è la Parola


18 gennaio 2026

II Domenica dell’Anno/A

Isaia 49,3…6 / Salmo 39

1Corinzi 1,1-3

Giovanni 1,29-34


Essere riconosciuti

Per ogni persona sembra essere fondamentale, nella formazione della propria identità e consapevolezza di sé, il fatto che qualcun altro possa “riconoscerla” nella sua individualità.
Il percorso di conoscenza di sé, con la necessaria autostima, si afferma nel sentirsi percepiti come tali e riconosciuti anche nella propria alterità.
Che qualcuno dica: “Ah… ma sei tu!”, costituisce un piccolo ma fondamentale contributo al nostro diventare adulti.
Scambiati per qualcun altro, non chiamati per nome, non ricordati per chi siamo… rischia di minacciare in misura diversa la nostra stabilità affettiva e di creare un dispiacere sottile ma profondo. Così, a volte, ci sentiamo in dovere di chiarire chi siamo davvero noi, sia per uscire da ogni fraintendimento, sia per affermare la nostra identità… ben lungi da quel supponente: “Lei non sa chi sono io!”.

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 1,29-34

La testimonianza del Battezzatore, annunciata già nel prologo (cf Giovanni 1,6-8.15.19.32.34), ora prende parola e anzitutto attesta la sua identità incalzato dalla domanda “Chi sei tu?” (v. 19). È un’affermazione che non nega sé stesso ma mette in evidenza qualcun altro (cf v. 8.20-23); “una voce nel deserto” la cui missione è “preparare la Via” indicando a chi lo segue: Ecco è Lui! che percorre le nostre strade e cammina con noi (v. 29).
Il racconto evangelico di Giovanni, nella sua narrazione originaria, si fonda sulla dinamica della conoscenza nella dialettica «luce/tenebre» e «mondo/suoi» (cf 1,5.10.11).
Il termine «mondo = kòsmos» è citato nel vangelo circa 78 volte e 105 nell’intera opera giovannea ed è usato con quattro significati diversi:
1. geografico di terra: “[Egli] è venuto nel mondo…
2. antropologico di umanità: “Egli era nel mondo…
3. cosmologico di universo: “...e il mondo fu fatto per mezzo di lui…
4. teologico (= la religiosità mondana): “...eppure il mondo non lo riconobbe” (cf vv. 31.33).
Con l’incarnazione del Figlio/Logos, noi umani possiamo passare dalla non-conoscenza alla visione/contemplazione, senza più barriere: vedere, manifestare, contemplare e testimoniare sono tutti verbi inerenti a una conoscenza basata su una relazione che impone un'esperienza, cioè un contatto e una trasfusione di vita (cf vv. 12-14.18) fino all’intimità con Colui che passeggiando ora lungo il litorale incrocia il nostro cammino: chiunque infatti ora può incontrarlo! (cf vv. 29.33.34).
Spesso non conosciamo perché non vogliamo sperimentare e ci limitiamo alla superficie; non vediamo perché guardiamo distrattamente; non contempliamo perché abbacinati da luci appariscenti; non ci apriamo alla visione perché navighiamo a vista, senza farci guidare. Abbiamo paura di Dio perché temiamo noi stessi o non ci fidiamo a sufficienza di noi stessi di cui abbiamo poca stima.
Giovanni ri-conosce Gesù solo dopo avere visto su di Lui lo Spirito di Dio (v. 34), comprende le parole di Isaia (cf Is 11,2; 42,1-7; 61,1) ed è ora in grado di riconoscere e presentare Gesù come «agnello di Dio che toglie/porta via il peccato del mondo» (v. 29), attribuendogli la funzione del Servo di YHWH: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… è stato trafitto per le nostre colpe» (Is 53,4; in aramaico, tàlya significa sia «servo» che «agnello» per cui è lecito supporre anche in Gv questa ambivalenza).
Siamo difronte a un anticipo della Pasqua dove il servo sarà immolato come agnello, e in germe alla fede pasquale: «E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (v. 34 cf 1Gv 1,1-4) già presente nella comunità giovannea che deve diventare nostra nel riconoscere e testimoniare che la missione di Gesù Cristo nel mondo è la sua liberazione da ogni incapacità di autentica realizzazione. Attraverso la sua morte donata per amore di tutti Egli libera ogni essere umano da questa impossibilità “mondana” di autentica conoscenza dell’amore di Dio [= peccato] e si pone come principio di una nuova creazione (cf 15,16; Colossesi 1,15).
Ascoltando questo evangelo siamo immersi in un cammino catecumenale che ci introduce nella piena conoscenza della personalità di Gesù. Il vangelo di Giovanni ruota attorno alla domanda cruciale: «Chi è Gesù» (cf 12,34; 1,21.22; 8,25; 21,12). La nostra esistenza ora può rispondervi, l'ascolto comunitario e interiore della Parola ci dà forza e senso per affrontare questo cammino. Anche noi lo interrogheremo, alle sue calcagna come i due discepoli del battezzatore, incuriositi dalla sua dichiarazione: “Ecco l’Agnello di Dio. Allora Egli ci parlerà: Venite e vedrete! La Parola del Padre che ha attraversato i secoli e che “in molti modi ha parlato a noi… il Figlio” (Ebrei 1,1-3) taceva fino a quel momento, ma quando sarà possibile instaurare un dialogo si porrà come domanda e come proposta di vita insieme.

Annotazione liturgica

Siamo nel “Tempo della Manifestazione del Signore” celebrata nei “tria miracula”: l’Epifania ai Magi (6 gennaio) il Battesimo nel Giordano (11 gennaio) le Nozze di Cana (II domenica/c). Gesù Nazareno si manifesta come l’Inviato del Padre prima ai lontani (i maghi d’oriente), poi al suo popolo Israele nel fiume Giordano e indicato da Giovanni come l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo (cf 1.29, infine ai suoi discepoli in Cana di Galilea (cf Gv 2,11-12).
La sua esistenza storica manifesta Gesù come “il Figlio amato e inviato” (documentata dalle diverse narrazioni evangeliche), ma questi tre eventi “inaugurali” ci rivelano che essa parte dai più lontani per arrivare i più vicini, dai pagani erranti e in ricerca ai discepoli attratti dal Maestro… per una conoscenza inclusiva e unificante che indica anche a noi come vivere in una comunità cristiana che cerca di seguirlo.
Questa II domenica dell’anno, nei cicli A e B, ci propone la “testimonianza di Giovanni il battezzatore ai suoi discepoli (cf 1,19.29-34) e la loro successiva chiamata a seguire il Maestro (cf vv. 35-42). Questa singolare collocazione liturgica nel ciclo A esula dallo schema generale che legge quasi integralmente il vangelo secondo Matteo; inoltre nel triennio si propone la lettura dell’intera prima settimana della vita pubblica di Gesù nel racconto evangelico di Giovanni che, dopo il Prologo, è cadenzata dal ritmo dei giorni: da «il giorno dopo» (per tre volte cf 29.35.43) fino alle nozze di Cana, introdotte dall’indicazione temporale «tre giorni dopo/il terzo giorno» (cf 2,1).
La nostra assemblea liturgica è così connessa non solo a quella di Israele ai piedi del Sinai che si purificava per tre giorni prima di ricevere la Toràh, ma al nascente gruppo dei discepoli nell’accogliere il dono della nuova ed eterna alleanza (vino / sangue) per una nuova umanità.

La Parola liturgica

Fin dall’inizio della celebrazione eucaristica sperimentiamo la vittoria dell’amore su ogni forza ostile alla nostra umanità, che proprio in essa si è immerso e ha iniziato il suo cammino di liberazione non come “sovrano” (Ciro) ma da “servo” che, proprio perché “libero”, prende su di sé e toglie da ogni persona il peso del suo fallimentare destino [Isaia 49 – I lettura].
Siamo chiamati anche noi, “tutti insieme” a questa esperienza, immergendoci nel suo amore gratuito che per primo in noi e in tutti si è immerso [1Corinti 1 – II lettura].
Così ci sarà possibile riconoscerlo e chiamarlo con il suo vero “nome” [Giovanni - Evangelo] e proclamarlo vero liberatore di tutti con il canto della lode e della gratitudine [Salmo 39].

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,
che per mezzo di Cristo,
Agnello pasquale e luce delle genti,
chiami tutti gli esseri umani superstiti
a formare il popolo della nuova alleanza,
conferma in noi la grazia del Battesimo,
perché con la forza del tuo Spirito
proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo.
Amen.

venerdì 9 gennaio 2026

IMMERGERSI


Vicina è la Parola
11 gennaio 2026
Battesimo del Signore/A


 Isaia 42, 1…7 / Salmo 28
Atti 10,34-38
Matteo 3,13-17
 
Immersione
Quelli che pensavano di non poter essere amati da Dio,
quelli che non osavano andare al di là della soglia del Tempio,
quelli che non pregavano perché non se ne sentivano degni.
Gesù è venuto per tutti, anche per loro,
e comincia proprio unendosi a loro.
Gesù apre la porta dei Cieli,
e da quella breccia discende lo Spirito
E dall’alto una voce proclama la verità stupenda:
Tu sei il Figlio mio, l’amato”.
Francesco, 28 ottobre 2020

Scendere
Io pensavo che per arrivare a Dio fosse necessario salire,
salire, e invece, leggendo il Vangelo, ho capito
che per arrivare a Dio bisogna scendere,
scendere, scendere.
Perché tutto il mistero di Gesù Cristo non è altro che una discesa:
è disceso per farsi uomo,
è disceso nascendo a Betlemme nella povertà,
è disceso vivendo a Nazareth nell’umiltà,
è disceso soprattutto nel mistero della croce”.
Charles de Foucauld
 
Contestualizzazione evangelica e liturgica di Matteo 3,13-17
Tutti i racconti evangelici, nel loro inizio, si riferiscono alla figura di Giovanni “il battezzatore”, la sua predicazione che attualizza le profezie di Isaia riguardo al Messia, il suo incontro con Gesù Nazareno e, con più o meno enfasi, la sua immersione nel fiume Giordano (Marco 3,13-17; Matteo 1,9-11; Luca 3,1-20).
Il gesto proposto dal profeta predicatore, faceva rivivere al popolo quanto era avvenuto al suo ingresso nella “terra promessa” dall’attuale Giordania dopo 40 anni di vagare nel deserto. Il guado del fiume in piena fu, per le tribù guidate da Giosuè, il rinnovamento dell’alleanza con Dio: “Onorerete il Signore, vostro Dio, e gli ubbidirete per sempre” (Giosuè 3,1- 4,11).
Giovanni era consapevole che per la sua gente, quell’immersione nel Giordano, poteva essere un segno della volontà di ritornare al Signore e di ritrovare la propria dignità di Popolo in un momento di oppressione e di sfiducia, ma che occorreva in realtà un’immersione nello Spirito e questa poteva compierla solo il suo Inviato (cf Matteo 3,11).
Paradossalmente, il Nazareno inizia invece il suo ministero messianico immergendosi, mescolandosi tra la folla dei “peccatori” e facendosi immergere dal Battezzatore proprio in quelle acque. Così, mentre riemergere, vede che anche l’Altissimo “rompe il suo cielo” e scende con il suo Spirito secondo le memorabili profezie di Isaia [42,1 – I lettura; 11,2; 63,11.19]. “È il punto di inserimento ultimo della Presenza di Dio nella nostra umanità: l’identificazione fino al limite estremo, la condizione di peccatori. Condivide da servo, per liberare da ogni schiavitù il suo popolo e il genere umano” (Comunità monastica di Viboldone).
Così Egli esprime il suo essere Figlio obbediente al Padre, nell’amore che si china per servire fino all’immersione nell’oscurità della morte (cf Isaia 9,1) per riemergere, non più da solo ma con tutta l’umanità, alla vita nuova nello Spirito, nell’amore.
Il Giordano è infatti anticipo della Pasqua: “Gesù, passando ovunque in mezzo a noi, apre una via di umanizzazione aperta a orizzonti inauditi, proprio attraverso il servizio da sorelle e fratelli tra altri fratelli e sorelle”, risvegliando in noi la forza feconda dell’Amore, Soffio vitale, Fuoco che consuma e unisce” [Atti 10 – II lettura].
“Egli entra nelle acque dove Naaman il Siro si era bagnato sette volte e la sua carne lebbrosa divenne quella di quando era giovinetto (2Re 5,14). Si immerge fra pietre e sabbie del fiume entro un involucro di natura severa e bella. E immergendovi la sua umanità divina, è lui che consacra e battezza il mondo, le acque, le sponde, la terra… il cosmo.
Il Giordano è questo punto d’innesto della divinizzazione della terra da parte del Figlio di Dio!
Uscendo dall’acqua, egli sta nell’atteggiamento di chi consente una relazione di filialità semplice, delicata, compassionevole e accetta l’irruzione dell’energia divina su di sè; corifeo di quanti, battezzati in lui, sono al suo seguito nel cammino verso il Padre, inizio di una nuova storia dell’umanità rigenerata nell’acqua e dallo Spirito (Giovanni 3,5).
Il Giordano è questo silente testimone di un abbraccio che unisce il mondo di Dio con il mondo umano. È lo scenario di questa penetrante effusione spirituale dall’Alto… Dialogo eterno, comunione intimissima ed effusiva che per un istante si fa udibile nell’indicazione dell’identità di Figlio, nell’accento della predilezione, nella profusione del compiacimento”.
(Cesare Massa, I giorni ardenti. 2002, pp. 98-100)
 
Ambientazione liturgica
Abbiamo appena concluso il “Tempo Natalizio” e siamo entrati con l’Epifania nel “Tempo della Manifestazione del Signore” che celebriamo nei “tria miracula”: l’Epifania ai Magi (6 gennaio) – il Battesimo nel Giordano (11 gennaio) – le Nozze di Cana (II domenica/c).
Gesù Nazareno si manifesta come l’Inviato del Padre prima ai più lontani, rappresentati dai maghi d’oriente, poi al suo popolo Israele ed infine ai suoi discepoli in Cana di Galilea (cf Gv 2,11-12).
Così li scandisce la Liturgia: “I magi vanno a Betlem e la stella li guida: nella sua luce amica cercan la vera luce. / Il Figlio dell’Altissimo s’immerge nel Giordano, l’Agnello senza macchia lava le nostre colpe. / Nuovo prodigio a Cana: versan vino le anfore, si arrossano le acque, mutando la natura” (Inno dei Vespri).
Oggi la Chiesa, lavata dalla colpa nel fiume Giordano, si unisce a Cristo, suo Sposo, accorrono i magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa, alleluia”. (Antifona al Benedictus)
Nei giorni dal 7 all’11 gennaio le preghiere introduttive alla celebrazione eucaristica chiedono che il Signore si manifesti anche noi con la luce della sua presenza nel mondo come si è manifestato ai Magi nella nostra carne umana, ai nostri antenati nella storia…”.
Tutta la sua esistenza storica ha manifestato di Gesù “il Figlio amato e inviato” e diverse narrazioni evangeliche lo denotano, ma questi tre eventi sono per così dire “inaugurali” e quest’anno abbiamo la possibilità di viverli nelle due domeniche dopo l’Epifania.
È significativo che si parta dai più lontani per arrivare i più vicini, dai pagani erranti e in ricerca ai discepoli attratti dal Maestro… si tratta di una manifestazione inclusiva e unificante che può indicare anche a noi come vivere in una comunità cristiana che cerca di seguirlo.
 
 
Preghiamo con la Liturgia
O Dio, nostro Creatore e Padre,
che nel fiume Giordano
proclamasti Cristo
il tuo amato Figlio
mentre discendeva su di lui il tuo Spirito,
fa’ che anche noi, tuoi figli di adozione,
rinati dall’acqua e dallo Spirito,
possiamo vivere sempre nel tuo amore.
Amen.

mercoledì 24 dicembre 2025

Ancora e sempre NATALE

 

Vicina è la Parola

Giovanni 1,1-18:

Giorno del Natale e Domenica di Natale

Luca 2,1-52:

Notte / Aurora del Natale – Santa Famiglia

 Ancora e sempre Natale…

Comunque sia nata questa Festa nelle comunità cristiane, essa non ci viene riproposta annualmente per celebrare il compleanno di Gesù o per rappresentare la sua presenza di bambino in mezzo a noi.

Continuiamo a festeggiare con ammirazione stupita il mirabile prodigio del “Dio Bambino” che riesce sempre, in qualche modo e dopo duemila anni, a suscitare i nostri migliori sentimenti di tenerezza e di bontà... che nel mondo in cui ci troviamo a vivere, sarebbe già un grande successo!         Tuttavia non credo che Dio abbia “progettato” dal “principio” di “farsi uomo” solo per risvegliare quel tanto di infantile che ancora languisce in noi, ma piuttosto per continuare a tener vivo il senso di umanità che spesso rischiamo di smarrire se non di distruggere!

Contemplarlo Bambino ci permette di arrenderci all’evidenza di un’umanità ancora degna di essere assunta e amata, sempre nuovamente rigenerata.

 

Il Verbo-Parola del Padre è diventato carne

Questo è l’annuncio dell’Evangelo secondo Giovanni (1,14) che ascoltiamo nella celebrazione del “Giorno” del Natale e che riecheggerà nelle liturgie domenicali natalizie.

La comunità cristiana, nata dall’evento della risurrezione, ha sviluppato la sua esistenza storica da quel mistero di morte-vita che il Crocifisso-Risorto continua a celebrare con noi e che ha già iniziato ad esistere nel ventre di Maria quando la divinità del Figlio si è unita con la sua e nostra umanità.

Una Parola che è Vita / Luce di ogni essere umano e che noi abbiamo visto nella sua piena manifestazione [gloria del Padre], amore gratuito e verità.

Un dialogo primordiale che coinvolge ed include silenziosamente ogni essere vivente, inesorabilmente prima ancora che qualcuno riesca a sentirlo.

La Parola proclamata ora nella comunità non viene più dall’alto, ma emerge dalla nostra stessa umanità, si esprime con le nostre parole… finalmente udibile e comprensibile.

Le Letture bibliche che ascoltiamo in questo tempo natalizio ci testimoniano “le cose che si dicevano di Lui”… mentre ancora nessuno nemmeno lo aveva sentito parlare.

Eppure quanto dice a chi lo incontra!

I pastori se ne tornarono, glorificando Dio, per tutto quanto avevano udito e visto” (Luca 2,20). Se lo passano di braccia in braccia, e chi lo vede finalmente vede la Luce (cf 2,28.32); gli altri dicono di Lui cose mai udite che fanno lo stupore di suo padre e sua madre (cf 2,33), ma Lui tace ancora.

È ancora Maria che custodisce tutte questi fatti-parole [cose] meditandole nell’intimo di lei…. come è chiamato a fare ciascuno di noi “vivendo la Parola”.

 

Cieco Natale

Natale: i temi sono esauriti.

E tuttavia c’è sempre spazio

nel cuore perché un altro

fiocco di neve riveli lo schema.

 

L’Amore bussa con dita così gelate.

Guardo fuori. Nell’ombra

di un Dio così vasto, io tremo, incapace

a causa del bianco di scoprire il bambino

R.S. Thomas, Blind Noel, in No Truce with the Furies.

 

 

In preghiera

O Dio, nostro Creatore e Padre,

in modo mirabile hai fatto l’essere umano a tua immagine,

e in modo ancor più meraviglioso

lo hai rinnovato con la nascita umana del tuo Figlio,

concedi a noi di partecipare alla vita divina di Cristo,

che oggi è divenuto nostro fratello.

Beati! ...cioè felicemente realizzati

  Vicina è la Parola 1 febbraio 2026 Domenica IV anno a Sofonia 2,3; 3,12 / Salmo 145 1Corinti 1,26-31 Matteo 5,1-12a         ...