sabato 14 febbraio 2026

LIBERI da…di… per… con… - Domenica 15 febbraio 2026

 

Vicina è la Parola










15 febbraio 2026

Domenica VI anno/a

Siracide 15,16-21 / Salmo 118

1Corinti 2,6-10

Matteo 5,17-37*

LIBERI da…di… per… con…

            La nostra esistenza è segnata da scelte che in gran parte ne determinano la direzione. In molte di queste siamo stati consapevoli, in molte altre solo parzialmente o addirittura completamente ignari. Non sapremo mai veramente come e dove saremmo se avessimo scelto diversamente, ma ora siamo qui e ogni giorno abbiamo la possibilità di fare nuove scelte, liberandoci anzitutto “dai” ripensamenti nostalgici e “dai” rimorsi, e cogliendo nuove opportunità “di” proseguire il nostro percorso ponendo come obiettivo il “per” chi valga la pena spendere le nostre energie e investire le nostre personali risorse.
            Non siamo soli in questa impresa, sappiamo di poter contare sulla presenza di Qualcuno che si pone in dialogo con noi attraverso l’incontro con altri e altre che possono diventare compagni in questa avventura che è l’esistenza umana.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,17-37*
            Cosa c’è “di più” nel Vangelo di Gesù rispetto a quello che ci ha trasmesso la Legge di Mosè, una giustizia sempre più grande? Questo è stato per un po’ di tempo l’interrogativo che ha animato le prime comunità cristiane provenienti dal giudaismo (cf Galati 4,31). Hanno cercato una risposta nelle memorie dell’insegnamento proposto dal Nazareno e la narrazione di Matteo ha elaborato una proposta più articolata ed esaustiva.
            Forse a noi sembra che questa problematica non ci riguardi più direttamente, ci pare di avere altri problemi da affrontare oggi come credenti nel mondo.
Eppure l’appello evangelico è lo stesso: la libertà dell’amore (cf Galati 5,1-18; 1Corinzi 8,1.9; 9,1 ss.). Era già questo ad essere contenuto nella Torah: un dono di Dio offerto gratuitamente al suo popolo, un’alleanza per imparare a “vivere nella libertà” sostenuta solo dalla sua tenerezza e misericordia, fedeltà e compassione (cf Esodo 34,6) che Gesù stesso ha compiuto e che noi possiamo soltanto accogliere e fare nostra come avvenimento di salvezza che viene da Dio.
            Forse una pretesa troppo ingenua, troppo facile da eludere e deludere?
            La storia della salvezza contenuta nella Scrittura ce lo attesta.
            Una proposta troppo fiduciosa nelle reali possibilità umane, abili a trovare scorciatoie e contraffazioni che finiscono per snaturarne il senso?
            Gesù ha ben chiaro tutto questo e il racconto evangelico di Matteo nei capitoli dal 5 al 7 smaschera ogni inganno in quel “Ma io vi dico” così perentorio e nello stesso tempo innovativo: la tangenza con la giustizia di Dio è così all’infinito, nella fede in Lui giustizia che viene da Dio (cf Filippesi 3,9). “Ma io faccio così…” potrebbe essere il senso di quell’ammonizione.
             Non un “rammendo su uno strappo”, ma “vino nuovo in otri nuovi” (cf 9,16-17), cominciando proprio a far nuove le persone con la sua parola e la sua cura (cf 4,23-25) vera novità messianica (cf Isaia 43,18, Apocalisse 21,5).
            Un “compimento” che non è la ciliegina sulla torta, ma la reale possibilità di non fallire ancora verso le promesse contenute nella Legge stessa. L’amore, che il Nazareno porta a compimento nella sua morte (Luca 23,47) e che dona come unico “suo e nuovo comandamento” (cf Giovanni 15,12; 13,34), è l’unico tracciato di sviluppo autentico della libertà umana.
            Da essa la parola evangelica, articolata in tutto “il discorso della montagna”, intende far emergere il meglio dell’umano che c’è in ciascuno di noi “davanti al Padre” che è tale perché di tutti senza distinzioni [celeste], in un rapporto di filiale fraternità: “il tuo fratello”, ripetuto come un ritornello qui e lungo tutto il racconto evangelico di Matteo (cf 5,23.45).
       Le sei ipertesi che l’insegnamento di Gesù -in Matteo- pone, affermano con forza la “novità” di Chi, da ebreo radicale, ha l’autorità di porsi in alternativa a ogni precettistica fine a se stessa, di superarla e di ritornare alla radice di ogni comportamento etico: “per Chi, perché e come” dove lealtà e sincerità declinano la gratuità e la creatività dell’amore!

Ambientazione liturgica
        L’ingresso nella celebrazione liturgica di questa domenica è accompagnato da un’antifona che si rivolge al Signore “difesa, rocca e fortezza che mi salva… mio rifugio; guidami per amoreche implica nella piena libertà [Salmo 30,3-4] e ci ricorda anzitutto che il Risorto è in mezzo ed             Egli compie anzitutto in sé quello che nella Parola chiede a noi.
     Il richiamo “Se tu vuoi puoi…” fa leva proprio sulla piena libertà umana e sulla sua responsabilità nelle scelte - spesso in alternativa tra loro - ma sempre in relazione alla volontà del Signore [Siracide 15 – I lettura] che non si pone come spettatore imparziale, ma in costante dialogo con noi; così su di Lui si fonda la nostra “beatitudine”, non sulla nostra riuscita!
      Egli ci dona una nuova e profonda capacità di vedere e di discernere che ci consente di “custodire con tutto il cuore la Parola… di metterla in pratica” [Salmo 118] nel realizzare la nostra esistenza.
      Opposto è l’atteggiamento dei “dominatori di questo mondo” che sotto la pretesa di renderci autonomi e indipendenti, addirittura più sicuri, contrabbandano ben altre leggi, mentre lo Spirito di Dio scruta tutto e ci permette di vedere quanto Dio ci ami. Lo abbiamo visto compiuto nella morte e risurrezione, nella cui esperienza riceviamo anche la vera sapienza [1Corinzi 2 – II lettura].
        È stato infatti lo sguardo illuminato di Gesù nel “togliere il velo” su quello che, anche se non del tutto capito, può però essere anche da noi vissuto. [Acclamazione all’Evangelo Mt 11,25].
        Nel momento in cui presentiamo le nostre offerte all’altare ricordiamoci bene delle parole del Rabbi Nazareno: sono rivolte a noi oggi che purtroppo abbiamo abolito anche il timido segno del dono di Pace, con l’alibi del contatto contagioso.

Preghiamo con la Liturgia
O nostro Padre,
che nel tuo Figlio riveli la pienezza della Legge
fondata sul tuo amore,
fa’ che il popolo cristiano qui radunato
per offrirti l’offerta di sé stesso a noi,
sia coerente con le esigenze del Vangelo,
diventando così strumento fraterno di riconciliazione
e di pace in questo mondo.
Amen.

venerdì 6 febbraio 2026

Una Luce che dà sapore - 8 febbraio 2026

 

Vicina è la Parola








8 febbraio 2026

Domenica V anno/a

Isaia 58,7-10 / Salmo 111

1Corinti 2,1-5

Matteo 5,13-16


            Una LUCE che dà SAPORE

            Mi passi il sale, per favore?”

            Accendi la luce che qui non si vede nulla?!”

            Ma non sa di niente...!

Parole e gesti quotidiani che vanno al di là del loro uso abituale e che noi applichiamo alla sensazione che ci danno le persone “insipide” o le situazioni poco chiare.

Di sale sappiamo bene che non ce ne vuole troppo, ma nemmeno deve mancare… il giusto è per “far esaltare” il buono che già c’è, non per sostituirlo o per uniformarlo!

Anche la luce deve permettere di “vedere” non di accecare gli occhi!

Il sale in fondo non deve avere un suo sapore… ma piuttosto deve avere la capacità di farlo percepire.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,13-16

Come potevano credere i cristiani delle prime comunità alla reale possibilità che le parole di Gesù: “Voi siete la luce, voi siete il sale del mondo” potessero avere un riscontro nel loro vissuto quotidiano e nell’incidenza della loro presenza nel mondo?

Non erano già loro tentati dallo scoraggiamento e dal ripiegamento su di sé in una stasi di autoconservazione, in attesa del risolutivo “ritorno del Signore”?

Come possiamo credervi oggi noi che ci diciamo “i credenti”, di fronte all’incidenza che riscontriamo avere il messaggio evangelico così come lo viviamo e siamo capaci di annunciarlo?

Il regno di Dio” annunciato e già attuato dal Nazareno è “lievito” che tocca a noi ammassare come Chiesa nel mondo (cf Mt 13,33) o come “rete gettata nel mare” (cf v. 47)!

Quale senso possiamo dare a queste affermazioni così sicure, fondate certo sulla sua auto consapevolezza di “Emmanuele - Dio-con-noi” e non tanto sulle nostre reali capacità di conservare l’autenticità delle realtà umane, come il sale per gli alimenti, così da esaltare il gusto, la bellezza, la bontà… che già troviamo nel mondo?

Il racconto evangelico di Matteo riporta queste parole subito dopo la proclamazione delle “beatitudini del regno” (cf 5,1ss.): evidentemente dall’esperienza di un’esistenza pienamente aperta all’amore del Padre, il Figlio Gesù annuncia (cf 4,23) e comanda ai discepoli - e quindi a noi - di dare sapore all’esistenza del mondo illuminandola di luce nuova, la sua!

Qui si intende però di un sapore che anche brucia, di una luce che penetra e denuda, smaschera; tale è infatti “la vita delle beatitudini”: e noi cristiani dobbiamo rifletterla totalmente come chiamata e come missione, mai in autonomia e indipendenza, pena la nostra inefficacia! (Comunità di Viboldone)

Anche queste sono, come spesso lo sono le parole del vangelo, “promesse/comando” che ci riportano ancora una volta alla potenza della Parola: ciò che essa promette è possibile, realizza in quanto espressione dell’amore di Dio per noi.

Sono anche le “opere buone” che possono essere “viste” da chi è stato illuminato e ora è capace di gustarne la bontà e di ringraziare il Padre per il dono del suo amore che rende possibile un’esistenza felicemente realizzata in questo mondo. Luce in quanto e perché poveri, miti, puri di cuore, operatori di pace… Infatti, alla fine del racconto di Matteo il giudizio sarà proprio su di esse (cf 25,35ss.).

Ambientazione liturgica

L’azione liturgica che ci vede radunati in assemblea ci pone nella stessa situazione del popolo ebraico preoccupato di una pratica esteriore ed irreprensibile del culto, indaffarato a ricostruire il tempio distrutto, ma a cui il Signore Dio ricorda che, più dello splendore del culto, gli è gradito l’ospitare i senza tetto, il dividere il pane con l’affamato: “Allora sì la tua luce sorgerà come l’aurora” [Isaia 58,7-10 – I lettura].

Il rischio è quello che privilegiando il sapore e lo scintillio liturgico, la vita rimanga poi insipida e al buio, priva della sua amorevole presenza e azione [Antifone d’ingresso - Salmo 94,6-7 e alla Comunione – Sal 106,8-9]!

Nel rito del battesimo è affidata alla famiglia del neobattezzato una candela accesa al cero pasquale. Cristo risorto è “la luce”, noi battezzati siamo gli “illuminati” che, innestati nella sua morte-risurrezione, possiamo fare “opere buone”. Anticamente si metteva anche un pizzico di sale sulle labbra del battezzato…

Tale conformazione a Lui, che si rinnova nel sacramento eucaristico, ci permette di “vedere”, di comprendere cioè il cammino non mai misurabile nei suoi esiti, perché da inventare e da percorrere ogni giorno, che ci fa diventare come Lui “persone-per-gli-altri” (cf 4,18; 23,19): a contatto diretto con la misericordia sempre solo proveniente dal Padre e la novità imprevedibile di chi ci vive accanto [Acclamazione al Vangelo Giovanni 8,12].

Preghiamo con la Liturgia

O nostro Padre,

che fai risplendere la tua amorosa presenza
in chi opera per la giustizia e con amore,
dona alla tua Chiesa di essere
luce del mondo e sale della terra,
per testimoniare con la vita
la potenza di Cristo crocifisso e risorto.

Amen.

venerdì 30 gennaio 2026

Beati! ...cioè felicemente realizzati

 

Vicina è la Parola



1 febbraio 2026
Domenica IV anno a
Sofonia 2,3; 3,12 / Salmo 145
1Corinti 1,26-31
Matteo 5,1-12a

 

         Beaticioè felicemente realizzati

            Beato te!”.

        Un apprezzamento che non ho mai gradito perché forse motivato dall’invidia o dalla scarsa conoscenza della reale situazione altrui, oppure dal sopravvalutare i propri problemi. Comunque sentirsi appellati così è davvero una magra consolazione.

Fortunato te!” è il vero senso di quanto si vuol dire, il che è anche peggio perché discrimina fatalisticamente: “Io? E gli altri allora!”.

            Beati voi!”.

            Lo ascoltiamo ancora nel vangelo proclamato in questa domenica.

Una beatitudine rivolta all’assemblea che ascolta, ma che riguarda in realtà ogni essere umano che si riconosca nelle “nove” situazioni esistenziali descritte.

Chissà cosa avrà voluto davvero dire Gesù ai suoi discepoli da definirli così, con lo sguardo però rivolto alle folle che lo seguivano.

Quante volte le abbiamo interpretate come ingenue definizioni che “il mondo” non è in grado di capire o come l’ennesimo conforto ultraterreno ad un’esistenza vissuta nelle privazioni e nella tristezza: la rivincita dei perdenti!

 

Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,1-12

Stupisce, all’ingresso della proclamazione evangelica di Matteo, l’irrompere delle Beatitudini dopo il sintetico insegnamento del Nazareno sulla definitiva prossimità del regno di Dio e in modo inclusivo la sua azione curativa nei confronti della folla (cf 4,17.23-24).

Ora lo sguardo di Gesù prende voce, la sua postura “sinaitica” dà una prospettiva messianica alle sue enunciazioni : Egli proclama ad alta voce il suo modo di considerare l’esistenza umana e di viverla in prima persona, proponendola a quelli più vicini a Lui (cf 5,1-2). Infatti, il suo non è un “manifesto teorico e programmatico” che realizza la profezia (Isaia 61,1-3) bensì la reale possibilità, da Lui innanzitutto vissuta e inaugurata, di un’esistenza “felice subito… anche se non del tutto” (L. Evely).

Accettare questo “realismo evangelico”, non con rassegnazione ma con responsabilità, costituisce proprio il contenuto della prima beatitudine, quella della “povertà” (cf 5,3).

La comunità palestinese, contesto esistenziale del racconto evangelico matteano, ha sicuramente fatto nella sua pur breve esistenza l’esperienza di una vita cristiana connotata dalla gioia, pur tra le insidie causate dall’aver aderito a questa nuova proposta religiosa. La comunità delle beatitudini non è certo un gruppo di esaltati o di ingenui sognatori, anestetizzati verso le problematiche storiche e sociali. È una comunità dove ai piccoli ed ai poveri sono riconosciuti valore e dignità, poiché tutti hanno scelto di seguire Cristo sulla via del perdono e del servizio reciproco (vedi tutto il capitolo 18!).

La povertà economica e sociale non è di per sé fonte di felicità, come la ricchezza non lo è d’insoddisfazione! La “beatitudine evangelica” ci chiede e ci consente di non essere sprovveduti e nemmeno ipocriti: ricchi pur aiutando i poveri e poveri maledicendo i ricchi…

La povertà interiore è indicata come prima beatitudine, a patto che non rinunciamo a essere felici nelle altre diverse o avverse situazioni della vita anche se non possiamo esserlo completamente. Forse è anche questo il motivo del verbo al presente che la connota, come l’ultima (cf v.3b e 10), mentre le altre sono declinate al futuro. Gesù nazareno ha pensato e vissuto così, da figlio del Padre, povero per libera scelta perché totalmente affidato a Lui (cf Mt 11,29): mite, afflitto, misericordioso, portatore di pace e assestato della comunione con Lui. Egli chiama anche noi a essere e agire come lui (la conversione di 4,17a), come è stato “subito” per quei quattro pescatori di Cafarnao, nella loro libertà e prontezza a seguirlo (cf vv. 18-22).

 

Ambientazione liturgica

Beato chi siede nell’assemblea dei giustificati” (Salmo 1).

Questa beatitudine è rivolta a noi nel momento del culto: siamo insieme, in compagnia di altri, salvati. Questo inizio del salterio descrive il nostro inizio liturgico: siamo riuniti perché salvati, questa è già la nostra beatitudine! (cf Apocalisse 7)

Beati coloro che ascoltano e osservano la Parola di Dio” (Luca 11,28).

Anche questo è da ricordare bene quando ascoltiamo le letture nella liturgia della Parola: siamo beati perché possiamo ancora ascoltarla, insieme… ma molto di più quando potremo praticarla.

La beatitudine evangelica ci dà anche il senso e incarna oggi l’esperienza del popolo ormai sull’orlo della rovina per la sua presunzione di “farsi grande” in mezzo agli altri, dimenticando di essere stato liberato dalla schiavitù del potere umano per la potenza della Parola. Sofonia annuncia l’incedibile: solo coloro che si affidano al Signore, i poveri umanamente diseredati, potranno godere di una vita serena. [I lettura]

Nella comunità cristiana serpeggia però la stessa tentazione di confidare nella propria presunta ricchezza e umana sapienza. Ad essa Paolo annuncia che Dio sceglie i poveri in quanto capaci, vuoti di sé, di accogliere il suo amore gratuito. [II lettura]

Beati gli invitati alla cena di nozze dell’Agnello(Apocalisse 19,1 ss.).

Non ne saremo mai abbastanza degni, ma possiamo dirci beati di essere stati invitati e di aver accettato l’invito! Fin dal mattino possiamo lodare: “Egli dà il pane all’affamato… libera il prigioniero… protegge lo straniero... ama e sostiene l’orfano e la vedova”. [Salmo 146]

 

Una traduzione possibile

            Coloro che si fidano solo di Dio sono beati,

                        perché Egli è già tutto per loro.

            Soffrono oppressi eppure sono beati,

                        perché sarà Dio a liberarli.

            Non sono prepotenti e sono beati,

                        perché Dio donerà a loro un mondo migliore.

            Quanti desiderano e cercano il bene che Dio vuole per noi

                        sono beati, perché Egli per primo realizzerà i loro desideri.

            Provano amore e tenerezza per gli altri:

                        sono beati, perché Dio li avrà nel suo cuore.

Coloro che sono semplici e sinceri sono beati,

             perché Dio si farà conoscere a loro.

Quanti che realizzano la pace sono beati,

             perché Dio li considererà suoi figli.

I maltrattati per aver compiuto la volontà di Dio sono beati,

             perché Egli la compie in loro.

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che nel tuo Figlio Gesù

hai promesso ai poveri e agli umili

la gioia piena del tuo regno,

dona alla tua Chiesa

di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore

sulla via delle beatitudini evangeliche.

Amen.

venerdì 23 gennaio 2026

Il futuro… “terra straniera” - Domenica 25 gennaio 2026

 

Vicina è la Parola


25 gennaio 2026

Domenica iii anno/a

"La Parola"

Isaia 8,23b- 9,3 / Salmo 26

1Corinti 1,10-13.17

Matteo 4,12-17*23


Il futuro… “terra straniera”

Siamo a conoscenza che le prime comunità cristiane hanno cercato di “leggere” la loro storia e le loro esperienze alla luce di quella del Nazareno e anche nel raccontarla si sono concentrati su ciò che poteva dare un senso ai loro interrogativi e alla loro ricerca di fede.

Per le comunità palestinesi, provenienti dal giudaismo, le antiche profezie e le tradizioni sempre vive, come i luoghi da loro abitati, avevano un valore a noi sconosciuto ed estraneo, tanto che nel leggere le loro memorie evangeliche ci sembra normale che i fatti si siano svolti in quel modo; produciamo così stereotipi poco realistici e quindi insignificanti per noi credenti di oggi.


Contestualizzazione evangelica di Matteo 4,12…23

Nel racconto evangelico di Matteo, scritto in greco dopo il 70 d. C. su un testo in aramaico del 40/50, ritroviamo il laborioso percorso di “ancorare” la figura e l’operato di Gesù alla storia di Israele (capitolo 1) senza nascondere il rifiuto delle sue autorità e l’accoglienza da parte dei pagani (cap. 2), anche nel contesto della predicazione del Battista quando diventa decisivo il riconoscimento di quell’uomo che “veniva da Nàzaret” come “il Figlio amatoche avrebbe compiuto volentieri la volontà del Padre e questo sarebbe stato sia la sua stessa consapevolezza nello svolgere la propria missione sia il primo ostacolo a fidarsi di Lui (capp. 3 – 4).

Radicati nella storia passata e aperti al “nuovo” i cristiani di tradizione giudaica avvertirono “il passaggio epocale” che umanamente e storicamente costituiva la vicenda messianica di Gesù e ne collocarono l’esordio in un luogo “aperto”, la riva del mare, contaminato da pagani e da commerci di ogni tipo “nel territorio di Zàbulon e di Nèftali”, straniero per Lui stesso.

Matteo, che leggeremo in diversa misura lungo tutto quest’anno, inaugura la predicazione del Nazareno "quando seppe che Giovanni [il battezzatore] era stato arrestato", un momento dunque drammatico nel quale la prima reazione poteva essere quella di starsene tranquillo a Nàzaret. Invece Gesù lascia le sue sicurezze familiari e il suo paese per trasferirsi a Cafarnao e starsene ritirato nella Galilea [Matteo 4,12-17 - Evangelo].

Si tratta di iniziare una nuova vita da espatriato in un territorio abitato anche da stranieri, considerati "bastardi", sulla riva del mare... il luogo più prossimo al "male" che egli avrebbe combattuto prendendosi cura di tutti coloro che ne erano contaminati (vv. 23-25).

Prima di annunciare con le parole "il regno di Dio vicino", è Lui stesso che si fa prossimo di coloro che gli altri ebrei scartavano considerandoli inavvicinabili. E tra questi chiama a seguirlo dei pescatori che intende trasformare perché facciano quello fa Lui, salvare: tirar fuori dal mare/male altra gente (v. 19).

Questa prossimità è descritta dai suoi passi sulla spiaggia del mare/lago di Galilea (Tiberiade o Gennèsaret), dalla sua partecipazione alla vita quotidiana dei pescatori, dal suo sguardo su di loro che non esitano a lasciare reti e legami familiari per seguirlo: sono Simon Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, i primi discepoli del Nazareno.

Avranno raccontato loro stessi questa storia?

Ambientazione liturgica

Il vangelo che ascoltiamo non vuole tanto geolocalizzarci dove è avvenuta una vicenda storica, ma fondarla teologicamente, accreditata dalle profezie [Isaìa 8 – I lettura], e questo ci chiede un cambiamento di mentalità [conversione] nell’accogliere una presenza di Dio [regno] che si fa vicina a tutti.

Come quei primi rozzi discepoli o Paolo - il dotto e influente esponente del fariseismo -, anche noi siamo chiamati a diventare “relativi” a Gesù di Nàzaret: la nostra umanità piena emerge e si manifesta nel rapporto con Lui, con la sua esistenza di Figlio in mezzo a noi; il nostro posto nella storia, il nostro compito sarà quindi a vantaggio degli altri… in riferimento alla sua Parola [1Corinti 1 – II lettura].

Questa forza emerge ogni volta dal suo ascolto: gente comune, perfino disprezzabile, diventa testimone ed annunciatrice della buona notizia che è possibile riorientare la propria esistenza in vista dell’amore, accolto e ricambiato, condiviso… camminando nella sua luce che dilata gli occhi al sorriso di gente ripiegata sul proprio vuoto, che rende improvvisamente chiare e semplici realtà che la penombra deformava in fantasmi paurosi [Salmo 26].

Vivere nell’Amore è l’invito a seguirlo!

La chiamata dei discepoli è il paradigma per tutti noi che nella quotidianità, spesso abitudinaria e banale, abbiamo la possibilità di incontrarlo, in territori stranieri anche per noi stessi a volte e per nulla “predestinati” se non a subire deportazione, ma considerati “lontani”.

Nei territori dove, oggi come allora marginali e periferici, albergano soltanto le tenebre e la morte, tra gente malfamata “una luce è sorta” ed illumina l’esistenza dei più poveri chiamandoli ad una vita nuova che li orienta verso il futuro di un mondo rinnovato.

Dovunque i credenti - come i discepoli - si avventureranno, in luoghi drammaticamente feriti, sperimenteranno che già prima erano abitati da una presenza silenziosa ma efficace di vita [lievito] e questo cambierà tutto, anzitutto il modo di pensare e di valutare ogni situazione, e spingerà a nuove e impensate esperienze che daranno alla propria esistenza un valore insperato (cf 28,16-20).

Preghiamo con la Liturgia

Padre,

nel tuo Figlio hai fondato la tua Chiesa

sulla fede degli Apostoli,

fa’ che le nostre comunità,

illuminate dalla tua Parola

e unite nel vincolo del tuo amore,

diventino segno di salvezza e di speranza

per tutti coloro che dalle tenebre

anelano alla luce.

Amen.


venerdì 16 gennaio 2026

Essere riconosciuti

 

    Vicina è la Parola


18 gennaio 2026

II Domenica dell’Anno/A

Isaia 49,3…6 / Salmo 39

1Corinzi 1,1-3

Giovanni 1,29-34


Essere riconosciuti

Per ogni persona sembra essere fondamentale, nella formazione della propria identità e consapevolezza di sé, il fatto che qualcun altro possa “riconoscerla” nella sua individualità.
Il percorso di conoscenza di sé, con la necessaria autostima, si afferma nel sentirsi percepiti come tali e riconosciuti anche nella propria alterità.
Che qualcuno dica: “Ah… ma sei tu!”, costituisce un piccolo ma fondamentale contributo al nostro diventare adulti.
Scambiati per qualcun altro, non chiamati per nome, non ricordati per chi siamo… rischia di minacciare in misura diversa la nostra stabilità affettiva e di creare un dispiacere sottile ma profondo. Così, a volte, ci sentiamo in dovere di chiarire chi siamo davvero noi, sia per uscire da ogni fraintendimento, sia per affermare la nostra identità… ben lungi da quel supponente: “Lei non sa chi sono io!”.

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 1,29-34

La testimonianza del Battezzatore, annunciata già nel prologo (cf Giovanni 1,6-8.15.19.32.34), ora prende parola e anzitutto attesta la sua identità incalzato dalla domanda “Chi sei tu?” (v. 19). È un’affermazione che non nega sé stesso ma mette in evidenza qualcun altro (cf v. 8.20-23); “una voce nel deserto” la cui missione è “preparare la Via” indicando a chi lo segue: Ecco è Lui! che percorre le nostre strade e cammina con noi (v. 29).
Il racconto evangelico di Giovanni, nella sua narrazione originaria, si fonda sulla dinamica della conoscenza nella dialettica «luce/tenebre» e «mondo/suoi» (cf 1,5.10.11).
Il termine «mondo = kòsmos» è citato nel vangelo circa 78 volte e 105 nell’intera opera giovannea ed è usato con quattro significati diversi:
1. geografico di terra: “[Egli] è venuto nel mondo…
2. antropologico di umanità: “Egli era nel mondo…
3. cosmologico di universo: “...e il mondo fu fatto per mezzo di lui…
4. teologico (= la religiosità mondana): “...eppure il mondo non lo riconobbe” (cf vv. 31.33).
Con l’incarnazione del Figlio/Logos, noi umani possiamo passare dalla non-conoscenza alla visione/contemplazione, senza più barriere: vedere, manifestare, contemplare e testimoniare sono tutti verbi inerenti a una conoscenza basata su una relazione che impone un'esperienza, cioè un contatto e una trasfusione di vita (cf vv. 12-14.18) fino all’intimità con Colui che passeggiando ora lungo il litorale incrocia il nostro cammino: chiunque infatti ora può incontrarlo! (cf vv. 29.33.34).
Spesso non conosciamo perché non vogliamo sperimentare e ci limitiamo alla superficie; non vediamo perché guardiamo distrattamente; non contempliamo perché abbacinati da luci appariscenti; non ci apriamo alla visione perché navighiamo a vista, senza farci guidare. Abbiamo paura di Dio perché temiamo noi stessi o non ci fidiamo a sufficienza di noi stessi di cui abbiamo poca stima.
Giovanni ri-conosce Gesù solo dopo avere visto su di Lui lo Spirito di Dio (v. 34), comprende le parole di Isaia (cf Is 11,2; 42,1-7; 61,1) ed è ora in grado di riconoscere e presentare Gesù come «agnello di Dio che toglie/porta via il peccato del mondo» (v. 29), attribuendogli la funzione del Servo di YHWH: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… è stato trafitto per le nostre colpe» (Is 53,4; in aramaico, tàlya significa sia «servo» che «agnello» per cui è lecito supporre anche in Gv questa ambivalenza).
Siamo difronte a un anticipo della Pasqua dove il servo sarà immolato come agnello, e in germe alla fede pasquale: «E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (v. 34 cf 1Gv 1,1-4) già presente nella comunità giovannea che deve diventare nostra nel riconoscere e testimoniare che la missione di Gesù Cristo nel mondo è la sua liberazione da ogni incapacità di autentica realizzazione. Attraverso la sua morte donata per amore di tutti Egli libera ogni essere umano da questa impossibilità “mondana” di autentica conoscenza dell’amore di Dio [= peccato] e si pone come principio di una nuova creazione (cf 15,16; Colossesi 1,15).
Ascoltando questo evangelo siamo immersi in un cammino catecumenale che ci introduce nella piena conoscenza della personalità di Gesù. Il vangelo di Giovanni ruota attorno alla domanda cruciale: «Chi è Gesù» (cf 12,34; 1,21.22; 8,25; 21,12). La nostra esistenza ora può rispondervi, l'ascolto comunitario e interiore della Parola ci dà forza e senso per affrontare questo cammino. Anche noi lo interrogheremo, alle sue calcagna come i due discepoli del battezzatore, incuriositi dalla sua dichiarazione: “Ecco l’Agnello di Dio. Allora Egli ci parlerà: Venite e vedrete! La Parola del Padre che ha attraversato i secoli e che “in molti modi ha parlato a noi… il Figlio” (Ebrei 1,1-3) taceva fino a quel momento, ma quando sarà possibile instaurare un dialogo si porrà come domanda e come proposta di vita insieme.

Annotazione liturgica

Siamo nel “Tempo della Manifestazione del Signore” celebrata nei “tria miracula”: l’Epifania ai Magi (6 gennaio) il Battesimo nel Giordano (11 gennaio) le Nozze di Cana (II domenica/c). Gesù Nazareno si manifesta come l’Inviato del Padre prima ai lontani (i maghi d’oriente), poi al suo popolo Israele nel fiume Giordano e indicato da Giovanni come l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo (cf 1.29, infine ai suoi discepoli in Cana di Galilea (cf Gv 2,11-12).
La sua esistenza storica manifesta Gesù come “il Figlio amato e inviato” (documentata dalle diverse narrazioni evangeliche), ma questi tre eventi “inaugurali” ci rivelano che essa parte dai più lontani per arrivare i più vicini, dai pagani erranti e in ricerca ai discepoli attratti dal Maestro… per una conoscenza inclusiva e unificante che indica anche a noi come vivere in una comunità cristiana che cerca di seguirlo.
Questa II domenica dell’anno, nei cicli A e B, ci propone la “testimonianza di Giovanni il battezzatore ai suoi discepoli (cf 1,19.29-34) e la loro successiva chiamata a seguire il Maestro (cf vv. 35-42). Questa singolare collocazione liturgica nel ciclo A esula dallo schema generale che legge quasi integralmente il vangelo secondo Matteo; inoltre nel triennio si propone la lettura dell’intera prima settimana della vita pubblica di Gesù nel racconto evangelico di Giovanni che, dopo il Prologo, è cadenzata dal ritmo dei giorni: da «il giorno dopo» (per tre volte cf 29.35.43) fino alle nozze di Cana, introdotte dall’indicazione temporale «tre giorni dopo/il terzo giorno» (cf 2,1).
La nostra assemblea liturgica è così connessa non solo a quella di Israele ai piedi del Sinai che si purificava per tre giorni prima di ricevere la Toràh, ma al nascente gruppo dei discepoli nell’accogliere il dono della nuova ed eterna alleanza (vino / sangue) per una nuova umanità.

La Parola liturgica

Fin dall’inizio della celebrazione eucaristica sperimentiamo la vittoria dell’amore su ogni forza ostile alla nostra umanità, che proprio in essa si è immerso e ha iniziato il suo cammino di liberazione non come “sovrano” (Ciro) ma da “servo” che, proprio perché “libero”, prende su di sé e toglie da ogni persona il peso del suo fallimentare destino [Isaia 49 – I lettura].
Siamo chiamati anche noi, “tutti insieme” a questa esperienza, immergendoci nel suo amore gratuito che per primo in noi e in tutti si è immerso [1Corinti 1 – II lettura].
Così ci sarà possibile riconoscerlo e chiamarlo con il suo vero “nome” [Giovanni - Evangelo] e proclamarlo vero liberatore di tutti con il canto della lode e della gratitudine [Salmo 39].

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,
che per mezzo di Cristo,
Agnello pasquale e luce delle genti,
chiami tutti gli esseri umani superstiti
a formare il popolo della nuova alleanza,
conferma in noi la grazia del Battesimo,
perché con la forza del tuo Spirito
proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo.
Amen.

LIBERI da…di… per… con… - Domenica 15 febbraio 2026

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