Vicina è la PAROLA
Domenica 10 maggio 2026 - VI di Pasqua/a
Atti 8,5-8.14-17 / Salmo 65 / 1Pietro 3,15-18
Giovanni 14,15-21
L’AMORE rimane… per sempre!
“Rimani o vai via?” è la domanda mai pronunciata, ma profondamente pensata anche in modo struggente dopo la prima notte d’amore. Il desiderio è l’eternità di quei momenti, che se anche imperfetti, sono di una pienezza unica!
Quasi si trattiene il fiato e poi esce un sospiro al constatare che quello sguardo, quel sorriso, quella carezza è di chi ha deciso di non andarsene più dalla nostra esistenza, ma di condividerla pur nella sua parzialità e imperfezione: tutto così ci dice che rimarrà per sempre!
Facendo sua la nostra umanità, fragile e vulnerabile, il Figlio ha deciso di rimanere in noi, con noi per sempre e paradossalmente è stato proprio quell’ultimo suo sospiro, nell’ultimo suo respiro, a far sì che fosse per sempre (cf Giovanni 19,30b).
L’alito vitale ha fatto sì che il Verbo diventasse carne in Maria ed ora agisce in noi nello stesso modo riguardo alle parole dell’unica Parola del Padre e altro non è che Amore.
Il suo compito non è di aggiungere ma di rianimare, riattivare ciò che è stato seminato in noi e che spesso giace lì… inerme, ma vitalmente presente.
In Lui, con attraverso di Lui tutto rimane!
Gesù, la sua esistenza umana, le sue parole rimangono in noi come Lui rimane nel Padre ed Egli in noi. Ma siamo anche noi a rimanere in loro per sempre.
Cos’altro desidera l’amore se non di rimanere per sempre?!
Anche quando “finisce” tra due persone… dove va a finire?
Da qualche parte ci deve essere un luogo dove tutti questi amori infranti, brandelli di sentimenti vissuti e di emozioni condivise, rimangano.
Ne sono profondamente convinto, rimangono nell’Uno, in Dio!
Contestualizzazione evangelica di Giovanni 14,15-21
È probabile che l’evangelista riporti queste parole di Gesù, collocate nei “discorsi d’addio” della cena pasquale ai suoi discepoli (capitoli 14 – 17), come rivolte anche alla comunità dei credenti travolti da persecuzioni: il Maestro stesso invoca lo Spirito “avvocato difensore” [paràklètos] in un eventuale processo e “protettore/consolatore” nelle loro sofferenze interiori (cf v. 17). In ogni caso è Colui che li conferma, privi della presenza fisica del loro Signore ma che già vivono della vita di/in Cristo (cf v. 19) e “ricorda a loro le sue parole” affinché non si smarriscano, ma rimangano “nella via vera, che conduce alla vita” (v. 6).
Gesù, consapevole della sua futura “assenza”, vuole rassicurarli con “una sua nuova presenza”, attraverso appunto un altro “paràclito” (cf 15,26; 16,13).
“Dimorare/rimanere”, di Gesù nei discepoli e nei credenti attraverso la sua parola, è un’esperienza di amore che il Figlio conosce bene, poiché è il suo modo di essere “nel Padre” (vv. 10-11) e che ora Egli vuole condividere con loro.
L’ascolto obbediente della parola non è quindi più un comando da eseguire, ma da assimilare affinché diventi modo di essere e di vivere, effetto di un rapporto d’amore. Per questo Egli chiede per noi al Padre il dono interiore e permanente dello “Spirito di verità” (vv. 15-17; cf 15,4-14). Anche il linguaggio usato indica una progressione di percezione in base alla familiarità: più aumenta la distanza da Gesù più si avvicina lo Spirito che stabilisce una relazione più interiore con Lui. (J. De La Potterie)
Tutto quello che Gesù ha comunicato ai discepoli giace ora nel loro profondo (cf 6,59; 7,14; 8,20) in attesa di essere “riattivato” dallo Spirito che lo “ricorderà”, rendendolo operativo nella loro esperienza di fede e rivelandone tutta la sua potenzialità nascosta.
Lo Spirito svolge un ruolo di “verità”, sia riguardo all’esperienza di vita nuova in Gesù, “un amore che si fa servizio”, sia di “guida” in percorsi esistenziali di smarrimento, pensando di essersi sbagliati e sentendosi “orfani” (v. 18).
L’assenza fisica di Gesù non priverà però i suoi dalla possibilità di “vederlo”, di sentirlo presente, infatti non si vede solo con gli occhi (questo è il peccato del mondo: cf 9,39); piuttosto è in virtù del rapporto con Lui - “perché io vivo e voi vivrete” (v. 19) - che l’esperienza del credente non si esaurisce, anzi raggiunge la sua pienezza: “In quel giorno voi conoscerete me nel Padre e voi in me e io in voi” (v. 20).
Smarrimento e desolazione, solitudine e disperazione, amarezza, delusione e scoraggiamento, buio interiore e sofferenze attorno, sono “il giorno” di una nuova conoscenza/esperienza interiore di Gesù da figli “nel Padre”, anche nel travaglio, in attesa di una nuova aurora di risurrezione.
La “rivelazione/manifestazione del Padre” a Filippo (cf v. 9) si conclude riprendendo le parole del v. 15 e aggiungendo che cosa succede a chi per amore si fa obbediente:
“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.
Chi ha i miei comandamenti e li osserva è lui che mi ama;
e chi mi ama sarà amato dal Padre mio e io amerò lui e mi manifesterò a lui” (v. 21).
Una bella conclusione, alla maniera di Giovanni, che apre ai credenti suggestive prospettive di continua crescita nella conoscenza/esperienza di Gesù e che consente alla comunità di affidarsi ad una norma di vita vincolante e liberante nello stesso tempo: l’amore.
“Questa sintonia con lo Spirito di verità rende ogni discepolo profeta per la comunità, aiutandola a tener vivo e vivificante il messaggio di Gesù e a saper discernere la Parola tra le parole” (A. Maggi).
Ambientazione liturgica
Siamo un popolo radunato dalla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito come conclude il Vaticano II citando Cipriano (cf LG 4) e come ci viene ricordato in ogni “saluto iniziale” delle nostre celebrazioni liturgiche.
Un’assemblea convocata per l’ascolto della Parola, qui come alle origini in Samaria, composta da battezzati sempre nuovamente immersi nello Spirito [Atti 8 – I lettura] che ci identifica figlie e figli amati, non più orfani, e ci “consola” facendoci rivivere la sua fiducia nel Padre anche di fronte alle nostre esperienze di morte [1Pietro 3 – II lettura].
La celebrazione eucaristica è proprio un’esperienza pasquale!
“Gesù consegna a noi la sua stessa esperienza abbandono al Padre, come promessa fedele che al di là di ogni morte preannunzia la vittoria pasquale, come speranza della quale Egli sta rendendo grazie con noi nella liturgia, con la scelta di donare la propria vita… fonte di fraternità e di gioia anche per la prima comunità cristiana” (CMdiViboldone)
Nella Liturgia che celebriamo veniamo uniti come corpo a quello glorioso di Cristo con tutti i santificati, in comunione con il Padre e con tutti fratelli e sorelle sparsi nel mondo innalziamo la nostra “lode cosmica” di liberazione [Isaia 48 – Ingresso].
“Oggi, qui” si realizzano le realtà divine che il Signore promette a chi Lo ama.
La celebrazione è forza e sigillo dell’osservanza dei comandamenti del Signore che per questo “effonde” su di noi il suo Spirito ponendo nei credenti la sua dimora, attraverso il nutrimento della Parola ascoltata e del Pane mangiato [Comunione].
Preghiamo
O Padre,
che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio
messo a morte per noi
e risuscitato alla vita immortale,
confermaci con il tuo Spirito di Verità,
perché nella gioia che viene da te,
siamo pronti a rispondere
a chiunque ci domandi ragione
della Speranza che è in noi.
Amen.