venerdì 23 luglio 2021

“LE PAROLE… LA PAROLA” 25 luglio 2021 – XVII Domenica T.O. Un PANE che sazia con AMORE

LE PAROLE… LA PAROLA” 

25 luglio 2021 – XVII Domenica T.O. 

Un PANE che sazia con AMORE 

2Re 4,42-44/ Salmo 144 / Efesini 4,1-6 / Giovanni 6,1-15 





Giovanni 6,1–15: il segno non capito 

1-4: Lo seguiva molta folla: era vicina la Pasqua. 

Il mare di Tiberiade è lo scenario dove sta avvenendo ciò che  Giovanni racconta (cf vv. 1.16-17.22) e sarà anche il luogo della  “terza” e ultima manifestazione del Risorto ai suoi discepoli (cf  21,1). 

Questa traversata, forse verso Bestaida, avviene dopo che  Gesù ha guarito l’infermo alla piscina di Betzatà in Gerusalemme  (cf 6,1a; 5,1-6). Da qui ne era nata un’accesa discussione con i capi  Giudei sul suo operato in giorno di sabato (vv. 7-17), che poi gli  aveva dato occasione di tenere loro un lungo discorso sulla sua  identità di Figlio che agisce in comunione con il Padre (vv. 18-46). 

Per questo motivo le autorità avevano preso la decisione di  ucciderlo (cf. 5,18), mentre la “folla numerosa lo seguiva vedendo  i segni che compiva sugli infermi” (6,2).  

Notiamo subito l’atteggiamento di Gesù che sale sul monte: si siede con i suoi discepoli (cf v. 3)1 ma il suo sguardo sulla  moltitudine (cf v. 5) e ci rivela la sua intenzione nel dire e nel fare  quello che seguirà: corrisponde allo sguardo di Dio sull’umiliazione  del suo popolo schiavo in Egitto che ha deciso di “scendere” a  liberarlo (cf Es 2,25; 3,7-8). 


1Lo stesso annota Matteo prima del suo “discorso” (cf 5,1; anche qui è presente la grande folla che  porta “tutti i malati…” 4,23-25; vedi Mc 3,17-12.); Luca riporta lo stesso fenomeno da parte della  “moltitudine di gente” (cf 6,17b-19). 


Infatti, l’evangelista aggiunge un altro indizio: “Era vicina la  Pasqua, la Festa dei Giudei” (v. 4); ma Lui è ancora in Galilea e  nemmeno si sa se parteciperà alla festa o meglio se vorrà  parteciparvi, nonostante il parere dei suoi “fratelli” e le  interferenze delle autorità giudaiche (cf 7,1-14)2. Anche questa  inclusione è interessante. 

Quindi il contesto “teologico” del racconto è molto alto:  perché la folla non sale a Gerusalemme, dove nel Tempio si  sacrificavano gli agnelli, ma segue Colui che già il Battezzatore  aveva indicato come “l’agnello di Dio” (cf 1,29; vedi Ez 34,16)? 

I malati di ogni genere di infermità sono come il popolo  schiavo in Egitto e per loro, come con Mosè, inizia un nuovo esodo,  definitivo: lasciano l’ormai inutile Festa dei giudei perché vedono  “i segni” di uno che “vede” le loro necessità e se ne prende cura. 

5-15: Prese i pani, rese grazie e li distribuì. 

Nel racconto di Giovanni, diversamente dai Sinottici3, è Gesù  stesso che si pone il problema dell’eventuale mancanza di cibo per  la folla e chiede la collaborazione dei suoi ponendo, come sempre,  delle domande (cf vv. 5-6). 

Filippo è il primo che risponde, in modo molto pragmatico,  badando alla spesa da sostenere per l’impresa (cf v. 7); poi si fa  avanti Andrea con una proposta sconvolgente, di cui è  consapevole per l’inadeguatezza del suo tentativo: “un ragazzino  [un servo] con cinque pani d’orzo e due pesci arrosto” (cf vv. 8-9),  il pane dei poveri. Inoltre sono inadeguati al bisogno: 5x5000! 

Ciò che stupisce di più però è la tattica di Gesù (v. 10): fa adagiare i cinquemila uomini dove c’è erba (è primavera quindi  abbondante), non “pecore che pascolano” (cf cap. 10; cf Mc 6,34  e par), ma commensali “sdraiati” ad un banchetto. Gesù stesso  prende in mano la situazione, come alle nozze di Cana, e dirige la  mensa (cf 2,7).  

2 Giovanni spesso sottolinea che è “la festa dei Giudei” (cf 2,13; 11,55) e non come sarebbe “la  Pasqua del Signore”, quasi che sia ormai solo una manifestazione dell’autocelebrazione delle  autorità religiose e non più dell’alleanza del Signore con il suo popolo (Deuteronomio 16,1; Es 12,1- 28; Lv 23,4-14; Nm 28,16-25; Salmi 105,5; 114,1); mentre lo emette parlando della Pasqua vicina  alla sua passione (cf 13,1; 218,28; 19,14.42). 

3 Cf. Mc 6,32-44; Mt 14,13-21, Lc 9,10-17 dove i discepoli fanno notare la gravità della situazione e  consigliano Gesù sul da farsi.


Sembra il realizzarsi delle profezie sul banchetto messianico  per tutti i popoli sul monte (cf Is 55,1-3; 65,13). 

I gesti compiuti qui per sfamare la folla: “prese i pani e,  avendo reso grazie, li distribuì a chi giaceva. Similmente anche dei  pesciolini, quanti ne volevano” (v. 11), si comprendono a pieno  come “segno” di ciò che Lui farà della sua esistenza di Figlio: una  Vita donata per la vita del mondo. Ciò emerge fin dall’inizio del  racconto giovanneo, ma a noi, che li ripetiamo nel rito eucaristico,  permettono di capire che ogni “segno” svolge la sua funzione in  relazione ad una realtà e non il contrario. La prodigiosa  distribuzione dei pani ci parlerà di eucaristia se entrambi ci  permettono di entrare nel dono del Figlio di Dio per noi. 

Infatti, così Egli farà prendendo la sua vita tra le mani, offerta  al Padre per noi, come il pane; rendendo grazie per il dono ricevuto  da Lui e distribuendolo Egli stesso, non i discepoli come nel  racconto dei Sinottici. 

Questa logica del dono, del donare investe tutto il senso della  missione di Gesù come Inviato “per amore del mondo” (cf 3,16) ed  è chiara la sua intenzione di coinvolgere anche i discepoli, facendo  svolgere a loro il compito di servitori che devono “raccogliere i  pezzi in sovrappiù…” (vv. 12-13); il simbolismo delle “dodici ceste”  è significativo riguardo a loro. 

Interessante allora che, nella sequenza della cena pasquale,  l’evangelista ometta i gesti eucaristici e inserisca il gesto di Gesù  che, come uno schiavo, si mette a lavare i piedi dei suoi,  aggiungendo anche qui un discorso rivolto a loro sul compito di  essere anzitutto servi gli uni degli altri (cf 13,1-5; 12-20). 

Quale il senso di questa logica: l’amore! (cf 15,13ss.) “Così Dio ha tanto amato il mondo” (3,6) 

Come il Padre ha amato me così io ho amato voi” (15,9) “Come io amai voi, anche voi amatevi gli uni gli altri”  (13,34; 15,12).  

Non si tratta di dare qualcosa, seppur pane di cui si ha  estrema necessità, ma se stessi! (cf l’espressione “date voi stessi  da mangiare” in Mt 14,16 e Lc 9,13). 

Infatti è prodigioso l’atteggiamento di condivisione che  moltiplica le risorse a disposizione in modo sovrabbondante per  tutti, questo è già il miracolo! Il “prodigioso” del segno sta nel fatto  che qualcuno metta a disposizione della folla affamata ciò che è  suo e non nell’esperienza miracolistica. 

Come l’amore di Dio: a spreco!  

Si possono verificare due conseguenze anche per noi: 1. anzitutto il servizio, svolto con e per amore, genera una  compagnia (cum panis) e una fraternità, effetti dell’amicizia e della  presenza di Gesù con noi (cf 15,14-15); 

2. inoltre si genera una comunità: cinquemila sono qui le  persone saziate, come cinquemila saranno i membri della prima  comunità di Gerusalemme nella quale si praticava la condivisione  dei beni (cf At 4,4.34; 2,42-45). 

Questo fonda lo stretto e reciproco legame tra chiesa – eucaristia e carità, tanto vivo e critico nella realtà attuale, anche a  livello di organismi ecclesiali! 

Per chi è dunque il segno

La folla sembra cogliere soltanto una comoda opportunità di  sussistenza, per cui vuole “farlo re” anche se lo riconosce come “il  profeta veniente nel mondo” (vv. 14-15). 

I discepoli sono invitati dal Maestro ad entrare nella sua  “logica del dare e del servire”, come abbiamo precedente visto e  come dovremmo fare anche noi. 

Gesù si ritira sul monte, stavolta da solo, mentre i discepoli  scendono verso il mare e si imbarcano per Cafarnao (cf vv. 15-17). 

In questo distacco c’è un’intenzione che si chiarirà  nell’episodio che si intromette tra il “segno” e il “discorso” e che  apparentemente sembra interromperlo (cf vv. 16-21)4

Nell’OGGI della Liturgia 

C’è sempre la possibilità di strumentalizzare o manipolare il  segno, sia del pane che dell’eucaristia, per fini “politici” o  utilitaristici, devozionali o intimistici: si è ben disposti ad accogliere  “il miracolo” mentre se ne rifiuta il messaggio come già era capito  ai profeti (ad Eliseo nella I lettura di oggi –2Re 4,42-44).  

I contemporanei di Gesù, discepoli compresi, lo riconoscono  come “il profeta veniente nel mondo” secondo i loro interessi e  nostalgie nazionalistici, senza accogliere il significato  compromettente del “distribuire” e del “servire”. 

È questa la “chiamata” di ogni discepolo, pur nella sua  limitatezza, ad operare e comportarsi in base all’amore del “Padre  di tutti che agisce…. in/per tutti” (cf Efesini 4,1-6 – II lettura). 


4 A. Maggi vede un parallelo con il ritirarsi di Mosè sul monte dopo il tradimento idolatrico del  popolo (cf Es 32,4ss.); così fa Gesù rifiutando il tentativo idolatrico di farlo re? Il ritorno dei discepoli  a Cafarnao indicherebbe che non condividono questa sua scelta e preferiscono la vita di prima (il  ritorno in Egitto per Israele, cf Nm 14,11) così li avvolge il “buio” e sono presi dalla “paura” al vederlo  perché pensano ad un castigo da parte sua? (op. cit., pp. 70-73).

 

mercoledì 21 luglio 2021

“LE PAROLE… LA PAROLA” 25 luglio-22 agosto 2021 / XVII-XXI Domeniche T.O. Un PANE che nutre con l’AMORE Giovanni 6,1-71

LE PAROLE… LA PAROLA” 

25 luglio-22 agosto 2021 / XVII-XXI Domeniche T.O. Un PANE che nutre con l’AMORE 

Giovanni 6,1-71 




Nelle prossime domeniche, dal 25 luglio al 22 agosto [XVII XXI Anno B], la Liturgia della Parola ci propone la lettura del  capitolo 6 del vangelo di Giovanni: il segno della “distribuzione  prodigiosa” dei pani ai 5000 (6,1-15) e il discorso di Gesù, nella  sinagoga di Cafàrnao, sul “Pane di Vita(6,24-69). 

In questo modo si crea un’inserzione nella lettura liturgica del  racconto evangelico di Marco che ci guida in questo anno [tra 6,30- 34 della XVI domenica e 7,1...23 della XXII] proprio nello stesso  capitolo 6 dove l’evangelista racconta anch’egli la “distribuzione  prodigiosa” a “5000 uomini”, dopo aver condiviso 5 pani e 2 pesci  (6, 32-44). 

Il racconto di Marco fa notare Gesù che, “mosso dalla  compassione per la folla che era come pecore senza pastore” (cf  Zaccaria 10,12; Giuditta 11,19), non solo “si mise ad insegnare a  lungo la riva del lago”, ma sazia in modo definitivo, “messianico”,  la fame “esistenziale” di ogni essere umano (così come la sete in  Giovanni 4,14; 6,35, 7,38). 

Il motivo di questo inserto preso dal vangelo di Giovanni è  dovuto alla brevità di quello di Marco per tutto l’anno liturgico e  soprattutto avvalla la tesi che il riferimento evangelico per  Giovanni sia proprio Marco, anche se questo episodio è riportato  anche da Matteo (14,13-21) e da Luca (9,10-17). 

Il capitolo 6 ha un posto centrale nel racconto evangelico di Giovanni, sia per la comprensione della messianicità di Gesù che  vuole dare ai suoi lettori, che per il profondo contenuto  catechetico non solo in riferimento all’Eucaristia, ma all’intera  esistenza cristiana che trova in Cristo colui che dà se stesso a noi  come pane per la nostra Vita autentica e incorruttibile.

Per aiutarci a coglierne l’importanza, è riportato in questo  sussidio l’intero capitolo, suddiviso nei brani che ascolteremo nelle  liturgie. 

Sarebbe davvero una grave lacuna che una catechesi così  essenziale andasse disattesa solo per il fatto che in questo  periodo estivo siamo più dispersi. 

Giovanni 6,1-71 

Il “segno” del pane e il “segno” dell’Eucaristia 

Anzitutto l’ambientazione cronologica e narrativa di questo  capitolo 6 del racconto evangelico di Giovanni è all’interno dei  capitoli 5 - 12 ed il loro contesto “teologico” si colloca nel  significato che l’evangelista vuole dare al “segno1

Inoltre la testimonianza evangelica sul Messia nazareno  giunge fino a noi tramite le sue parole riportate nello scritto e  soprattutto in tutto ciò che è “implicito” nel vissuto dei discepoli e  delle loro comunità, ancor prima che la furia romana li  disperdesse2

Così, prima di iniziare la lettura di Gv 6, è forse utile  premettere ciò che dovrebbe essere una conclusione partendo da alcune domande: il “segno dei pani” compiuto da Gesù e  soprattutto il discorso che ne segue hanno un significato ed un  valore eucaristico? L’evangelista vuole così esplicitamente  sviluppare una “teologia eucaristica”? 

Lo sapremo meglio alla fine del commento, ma fin dall’inizio  possiamo dare alcune informazioni certe. 

1 / Le comunità cristiane, già da decenni, celebravano la Cena  del Signore, ritrovandosi a ripetere i gesti di Gesù trasmessi anche  da Paolo: “prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e  disse: ‘Prendete e mangiatene tutti’…” (1Cor 11,23-24); li  ritroviamo anche, secondo diverse tradizioni, nei Sinottici3 e sono  gli stessi gesti che Gesù compie anche qui (cf v. 11).

1 Vedi in B. MAGGIONI, I Vangeli, Assisi 20082 pp. 1620-1627. 

2 Mi riferisco alla “comunità implicita” che soggiace ai racconti evangelici, che precede e “sostiene”  la comunità e i credenti a cui il messaggio evangelico è indirizzato. Vedi L. MAGGI E ANGELO REGINATOVi affido alla Parola, pp.76-77. Torino 2017. 



2 / Possiamo fare due ipotesi:  

a. erano gesti abituali da parte di Gesù, che poi diventeranno  “simbolici” nella cena pasquale (ma Giovanni li omette nel suo  racconto cf 13,4); 

b. avendoli visti compiere nella cena pasquale ma non  volendoli raccontare4, Giovanni li inserisce qui, lasciando poi al  lettore e alla comunità di attribuirvi il valore che ritiene più  opportuno alla luce di tutto il suo racconto evangelico5, ricco di  allusioni variamente eucaristiche sin dall’inizio, dove il  sovrabbondante agire divino non può essere vincolato e costretto  in termini oggettivi. 

3 / Notiamo che dai vv. 35-58 il “tenore eucaristico” aumenta  man mano che il discorso procede, dove “nutrirsi di Lui” significa  per i suoi ascoltatori e interlocutori fare propri i suoi atteggiamenti  di Figlio nei confronti della volontà del Padre (cf 4,34), accogliendo  il suo dono vitale e vivificante (cf vv. 53-57); proprio questo è il  contenuto del “gesto eucaristico”!6

4 / Inoltre il realismo dei verbi ricorrenti: mangiare, bere,  masticare suppone l’esperienza in atto dei “gesti e segni  eucaristici”, l’essere in comunione fisica e vitale con il Figlio, come  lui con il Padre: “Chi mangia Gesù, partecipa al dinamismo vitale  che deriva dal Padre e che, attraverso il Figlio, si trasmette ad ogni  credente in Lui”.  

3 Mc 14,22ss.; Mt 26,26ss.; Lc 22,19ss. Vedi l’intramontabile studio di JOACHIM JEREMIAS, Le parole dell'ultima cena. Paideia, 2000. 

4 Giovanni vuole mettere in guardia le sue comunità dalla superficialità di celebrare formalmente un  rito che non esprima nella condotta il suo significato di amore “fino alla fine” (13,1). Vedi il mio  contributo in Giovanni, Edizioni Terra Santa, 2021, pp. 303-314. 

5 E. BORGHI, op. cit., pp.118-120; Vedi 12,1-3; 13,2; 15,1-8; 21,5.9-10.12a.13.

6 S. PANIMOLLE, L’Eucaristia nella Bibbia, Roma 1998, pp. 146. 154. R. FABRIS, Giovanni, Roma 20032 pp. 326-328.



Comunque la finalità di tutta questa “catechesi” è di  “accendere in noi la voglia di vivere come Lui; risvegliare al nostra  coscienza di discepoli e seguaci per fare di Lui il centro della nostra  vita. Senza cristiani che si nutrano di Gesù, la Chiesa languisce  senza rimedio”7

7J. A. PAGOLA, Giovanni, Roma 2013, p. 98.

“LE PAROLE… LA PAROLA” 25 luglio 2021 – XVII Domenica T.O. Un PANE che sazia con AMORE

“ L E PAROLE … L A PAROLA ”  25 luglio 2021 – XVII Domenica T.O.  Un PANE che sazia con AMORE  2Re 4,42-44/ Salmo 144 / Efesini 4,1-6 / Giov...