Domenica 30 agosto 2026
xxii dell'anno/a
Vivere la VITA
Tutti vogliamo entrare nell’esistenza e viverla pienamente anche se non tutti abbiamo gli stessi benefit di partenza e non possiamo escluderne gli ostacoli: Ci sono infatti situazioni e frangenti che vorremmo scansare o almeno rimuovere mentalmente gli effetti, il che ci porta però il rischio di mistificarle o di ricercare poi qualche anestetico.
Non fare della propria realizzazione personale un’ossessione può avere il sapore dell’affascinante saggezza orientale, ma in realtà favore di chi?
Maturare la capacità di prendere su di sé le proprie fragilità e imperfezioni, senza scaricarne su altri le colpe o le responsabilità personali, ma semplicemente riconoscendo che “fa parte di me!”, sarebbe soprattutto una buona psicoterapia.
Non andare avanti da soli superando ogni autoreferenzialità è pure un saggio consiglio…
Oggi le proposte esistenziali più o meno esplicite non mancano e anche l’evangelo di Gesù rischia di essere proposto e accolto come una “ricetta light” per il proprio benessere.
Tuttavia è la sua esplicita volontà di “esporre” la propria vita senza alcuna garanzia e soltanto con la fiducia di “ritrovarla”, stupisce noi oggi come i suoi discepoli allora fino allo “scandalo”, fino alla tentazione di farci un altro vangelo meno urtante e più tranquillizzante, decisamente più seducente.
Anche in questo noi vogliamo sicurezze, mentre nel modo di vivere e morire di Gesù vediamo solo un “perdere” e noi non vogliamo essere dei perdenti... per questo ci è tanto difficile amare da donne e uomini cristiani!
Contestualizzazione evangelica di Matteo 16,21-27
Il brano proclamato nella Liturgia di questa domenica non è solo la prosecuzione dell’episodio precedente, ma è l’altra faccia sia del “pronunciamento dogmatico” di Simon Pietro nei confronti di Gesù Nazareno “Figlio dell’Uomo” (v. 13) / “Figlio del Dio vivente” (v. 16 ), dove vengono in evidenza cosa significhi evangelicamente essere “Figlio” nella sua totale spogliazione - esposizione alla sofferenza e alla morte - per ricevere la Vita come Risurrezione (v. 21), e nello stesso tempo essere “discepolo” seguendo Gesù e non opponendosi a Lui [satana] ed al suo scandaloso destino messianico (vv. 22-26), come fece il profeta Giona citato precedentemente (cf vv. 4 e 17).
Qui “Pietro” - senza il “Simon” - da fondato sulla “roccia”, di fronte all’annuncio della passione e morte del Maestro, si palesa “sasso di inciampo” [skandalon] (v. 23b) ed è da Lui energicamente richiamato a prendere il suo posto di discepolo [“dietro a me”] e a pensare evangelicamente come poco prima aveva dimostrato (v. 23; cf v. 17).
Da qui emerge una nuova logica esistenziale proposta a tutti i discepoli e ai futuri credenti: non preoccuparsi eccessivamente di sé [rinneghi sé stesso], assumersi le proprie responsabilità senza dare ad altri la colpa di quanto succede di spiacevole [prenda la propria croce] e soprattutto non smettere di seguire il Maestro che per primo non cercherà di mettere in salvo sé stesso fino al punto di perdere la propria vita per amore degli altri, unico modo per salvarla (vv. 24-25; cf vv. 21.26).
“La vita è un dono meraviglioso. Ma solo chi vive per gli altri ne scopre il vero significato (Giovanni XXIII, 17 agosto 1960.)
Ambientazione liturgica
“1A motivo della tenerezza misericordiosa di Dio,
vi incoraggio esortandovi ad offrire tutto di voi stessi in un sacrificio vivente,
santo e gradito a Lui; sia coerente alla sua logica il vostro culto:
2non conformatevi alla mentalità del vostro tempo, ma lasciatevi trasformare
rinnovando il vostro modo di ragionare, diventando così capaci di scoprire
che Dio vuole per noi solo ciò che è buono, gradevole e che ci perfezionerà”.
Esso prende vita dalla nuova logica evangelica proposta da Gesù ai suoi discepoli e a noi credenti in Lui, che ci chiede di essere “coerenti” proprio con il suo modo di viverla [Matteo 16 – Evangelo] pur in una lotta interiore ed esteriore sostenuta soltanto dalla passione che scaturisce da un amore “seducente” [Geremia 20 – I lettura / Salmo 62].
Iniziamo e concludiamo la nostra celebrazione con “il segno della croce” sotto cui sta tutta la nostra esistenza, ma senza vittimismi colpevolizzanti. La croce di Cristo infatti è il mezzo, inviso alla mentalità mondana, attraverso il quale Egli ha dimostrato come un essere umano possa vivere pienamente in modo filiale senza rinunciare alle proprie responsabilità e rispondendo di sé al Padre.
Preghiamo con la Liturgia
O Padre,
che
guardi con amore ai tuoi figli,
ispiraci pensieri secondo il tuo
cuore,
perché non ci conformiamo
alla mentalità di questo
mondo,
ma, seguendo le orme di Cristo,
scegliamo sempre le
vie che accrescono la Vita.
in Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore.
Amen.