sabato 4 aprile 2026

Credere alla o nella Risurrezione di Gesù?! - Pasqua 2026

 Vicina è la Parola










5 Aprile 2026

Domenica di Risurrezione

Matteo 28,1-10 [notte]

Giovanni 20,1-9 [giorno]

Luca 24,13-35 [sera]


Celebrare la VITA

Nell’ambito della Settimana santa, e in particolare del Triduo, la dimensione più trascurata credo sia la Risurrezione. A questo proposito voglio riportare un passo emblematico, ironico e provocatorio, di un autore che ha accompagnato la mia formazione giovanile, Luis Evely:

A partire dalla resurrezione la vita religiosa della maggior parte dei cristiani prende le ferie, le ferie di Pasqua. Si sentono disoccupati.

Dal momento che non è più il caso di affliggersi col Signore, 

non c’è più niente da fare.

La gioia li fa sentire spaesati. La Resurrezione li disorienta. Non ci si ritrovano.

Il Signore è lassù, nel cielo, felice, giubilato, pensionato, fuori portata, 

e loro continuano a vivere quaggiù la loro povera piccola vita…”.

Eppure i primi cristiani e le loro comunità, pur avendo ancora molto vive le memorie della passione-morte del Nazareno, erano totalmente “presi” dall’evento della sua risurrezione e dalla “nuova vita” che loro sperimentavano per primi e che veniva offerta a tutti, fondata su un amore universale. Per loro credere nel Risorto, e non solo alla sua risurrezione da morte, generava una testimonianza coinvolgente, quasi sempre comunitaria. Da qui anche il celebrarla soprattutto nell’Eucaristia.

Sappiamo tutto questo dai “discorsi” che Simon Pietro avrebbe tenuto a Gerusalemme o in diverse circostanze e luoghi, riportati dagli Atti degli Apostoli. Inoltre già da tempo le comunità cristiane motivavano tutta la loro esistenza e il loro slancio missionario partendo proprio dalla risurrezione.

Credere alla / nella Risurrezione

Incontrare il Risorto, riconoscerlo e “vivere da risortiè la Pasqua che la Liturgia ci invita a vivere. Oggi l’annuncio della risurrezione nelle comunità cristiane non sembra avere la stessa centralità e forza motivazionale; a mala pena illumina le nostre celebrazioni esequiali, soprattutto nella predicazione; eppure nel periodo post conciliare esso ha ritrovato la sua importanza nel pensiero teologico, nel magistero anche sociale; anche in alcuni movimenti ecclesiali il Kerygma e per il primo annuncio rivolti agli adulti “ritornanti”.

In realtà non riusciamo ancora a vivere la nostra esperienza cristiana partendo dalla risurrezione di Gesù. Anche la nostra narrazione al riguardo pone questo evento come previsto ma improbabile “lieto fine” del tragico epilogo del Nazareno e non tanto come “gioioso inizio” di una nuova e irreversibile storia che, da quel mattino del “primo giorno dopo il sabato”, ha pervaso il cuore dei discepoli dilagando e coinvolgendo la storia umana e addirittura l’intero universo.

Basta pensare che la “percezione” della presenza del Signore risorto in mezzo a noi (cf Mt 28,20 e 18,20) è più “un riferimento storico” che non una realtà attuale, riconosciuta come centro vitale della nostra esistenza, nonostante l’impegno nella Riforma dalla corrente Evangelica e nella Chiesa cattolica dal Movimento dei Focolari.

Anche nel nostro modo di organizzare la nostra esistenza, personale sociale, noi cristiani abbiamo ceduto alla mondana consuetudine del “fine settimana” per celebrare la Festa, perdendo così l’originalità innescata, fin dall’inizio del cristianesimo, del “primo giorno della settimana” caratterizzato proprio dalla domenica. Anche per noi, spesso tristemente, la settimana inizia col lunedì, facendo prevalere la logica lavorativa su quella gioiosa della Festa.

È possibile oggi dirsi cristiani prescindendo dalla centralità della Risurrezione di Cristo e cosa cambierebbe se così non fosse? Se ci accorgessimo che poco si avverte della “novità” che essa comporta e del radicale cambiamento che essa ha inaugurato, allora avremmo trovato un altro valido motivo all’attuale situazione “critica” di noi cristiani nel mondo di oggi!

Non basta sapere che il Cristo è risuscitato.

Per credere occorre sperimentarlo vivo e vivificante”. (A. Maggi)

Noi siamo nel “tempo della risurrezione”, essa è un evento di tale portata cosmica che “il processo pasquale” può essere definito come tutt’ora in atto nel succedersi di “morte/vita” (cf Sequenza pasquale) che trova nella risurrezione la sua continua spinta a procedere verso una pienezza sempre nuova di vita, “di pienezza in pienezza”, ma non ancora definitivamente compiuto.

La concretezza e l’immediatezza della possibilità della vita mettono in luce la responsabilità degli umani nei confronti di essa: l’ingiustizia, la schiavitù, la miseria, la malattia, la morte, sono opere umane, l’essere umano le introduce nel mondo. Il regno dei cieli c’è ed è disponibile, occorre accettarne la realtà e vivere in conformità di essa. Se non c’è è perché non la si vuole”. (R. Osculati)

Solo persone disposte ad amare fino alla morte possono costruire la vera società umana: sono individui liberi, che rompono con un passato per cominciare di nuovo, non più rinchiusi in una tradizione, nazionalità o cultura. La loro vita sarà la pratica dell’amore, il dono di sé stessi, con l’universalità cui Dio ama l’umanità intera. (E. Borghi in riferimento a Gv 3,16)

Celebrare la Risurrezione

La Liturgia pasquale traccia, anche nel tempo a seguire, un percorso di riflessione e costituisce l’ambito nel quale la comunità e il singolo credente hanno la possibilità di ascoltare l’annuncio pasquale, di celebrarlo e di accoglierlo come luce e forza per la sua esperienza familiare e lavorativa, per il dono e l’impegno di testimoniare Gesù, il Crocifisso-Risorto a tutti.

Tutti diventano “prossimi”, soprattutto di fronte alle sfide esistenziali e alle questioni perenni che a volte li assillano a livello personale e sociale come la sofferenza e la morte, le ingiustizie e le violenze, i fallimenti dei progetti di vita e le proprie fragilità.

Questo diventa ancor più vero quando noi celebriamo l’Eucaristia, in particolare la domenica, “Giorno del Signore”, e nel Triduo Pasquale con il Tempo che ne segue.

Eppure già nei primi secoli era avvertita questa novità “globale”:

Voi siete venuti a incontrare il Cristo risorto. Ecco, contemplate ora la sua risurrezione.

Sta qui il segreto della vostra felicità. (Egli) vi mostra ciò che vi interessa sapere

intorno alla felicità… Non è questa terra il paese dove la felicità si lascia trovare. 

Egli ci invita alla sua magnifica tavola e ci dice: ‘Io vi invito a partecipare alla mia vita 

in cui nessuno muore, in cui essere felici, in cui il nutrimento rinvigorisce 

e non lascia venir meno le forze’. (S. Agostino)

Così fa pregare la Liturgia mozarabica per il III giorno dopo la Domenica della risurrezione:

O Padre,

che a quanti ha acceso nel cuore

il desiderio della gioia senza fine,

offri il dono di celebrare insieme nel tempo,

il gaudio della risurrezione.

Posa benigno lo sguardo sul popolo raccolto

e ascolta la sua preghiera.

Infondi il tuo Spirito di fortezza

a quelli che nella fede hanno ritrovato la Vita;

prendi totale possesso dei tuoi fedeli

con la dolcezza della tua pace,

e fa’ che portiamo a frutto maturo

le elargizioni della tua grazia,

rispettosi di tutte le creature

che il tuo amore ogni giorno

riconduce alla vita. Amen”.

venerdì 27 marzo 2026

Una comunità che ascolta la Passione del Signore - Domenica 29 marzo 2026

 Vicina è la Parola









29 marzo 2026

Domenica di Passione/a

Isaia 50,4-7 / Salmo 21 / Filippesi 2,6-11

Matteo 26,14- 27,66


Una Comunità che legge la Passione del Signore

La Liturgia della Domenica di Passione o delle Palme, prevede quest’anno la lettura del racconto secondo Matteo.

L’evangelista non ci consegna una “cronaca”, ma l’interpretazione di chi crede in Cristo e ne annuncia la resurrezione, e dunque legge gli eventi antecedenti nella “luce pasquale” che spiega, dà senso, illumina anche la sua sofferenza e la sua morte in croce.

Ascoltando o leggendo il racconto assistiamo, come folla “convocata”, al processo di Gesù nel quale si affrontano la volontà del Padre e quella umana, in un “dramma pasquale” sia per la sua collocazione temporale che per la sua dinamica profonda.

Possiamo distinguere nella narrazione tre grandi parti:

- il preludio (26,1-46) 

- il processo religioso (47-75) 

- il processo politico; la morte e la sepoltura (27,1-66).

        La collocazione liturgica nell’eucaristia di questa proclamazione ci esenta dal rischio di una “rappresentazione sacra” e ci pone a livello della “ripresentazione” di un evento salvifico alla luce del quale leggere la storia che stiamo attraversando e vivendo, come persone e come genere umano.

Il racconto è infatti “rivolto ad una comunità di credenti che già professano la fede nel Figlio di Dio e che nei suoi ultimi eventi imparano a vedere l’urto finale tra Cristo e i Giudei con il rifiuto del popolo eletto e la nascita di un nuovo popolo ad apertura universale e missionaria. Il continuo ricorso all’adempimento delle profezie insegna che il presente è una maturazione del passato e assicura ai cristiani che la fedeltà di Dio nel passato è una garanzia per la vita attuale” (G. Tosatto).

Per una comunità già in difficoltà per prove interne ed esterne, la lettura della passione di Gesù doveva essere un conforto, ma anche un esempio di come affrontarle: Egli “appare padrone del suo destino, pieno di potenza, cosicché gli avvenimenti narrati sono intellegibili solo per la fede nel Figlio di Dio”, una comprensione che avviene anzitutto nell’assemblea liturgica da parte di un catecheta e di un pastore”, come si rivela Matteo nel suo racconto evangelico (L. Deiss).

Nelle nostre celebrazioni liturgiche spesso esuberanti nei riti, non è facile commentare il Passio facendo risaltare, al di là della suggestione drammatica del racconto, l’attualità di questa vicenda nei drammi del mondo contemporaneo; ma il non farlo vanifica il nostro mandato di comunità profetica.

Dobbiamo superare l’abitudine all’ascolto della passione, il non farci scandalizzare più, il fatto che ci sembri tutto scontato; ma il pensare alle nostre sofferenze, alla nostra morte questo sì che ci scandalizza... eccome! Come per Gesù, la croce ha un senso anche per noi.

Non basta commuoversi nell’ascoltare: dobbiamo leggere per saper vivere la nostra croce come quella di tanti altri nel nostro mondo” (D. Pezzini).

La Chiesa saluta questo Dio che è venuto nella sofferenza per salvarci: egli è vinto ma riporterà vittoria; è morente ma per darci la vita eterna… sa che cosa è costata al suo Signore la gloria della risurrezione” (A. Nocent). Egli illumina anche i momenti più tenebrosi della Chiesa primitiva e di quella odierna, dimostrando la sua forza contro ogni potere umano che sembra sovrastare l’umanità ed asservirla a sé, addirittura la morte (cf 26,52-53). La sua morte è annunciata come l’inizio di una nuova presenza di Dio nel mondo (v. 51).

La comunità, che per la prima volta sentiva narrare dei giorni dell’esistenza terrena del Nazareno e per prima aveva anche ricevuto l’annuncio della sua risurrezione, ora ha bisogno di assimilare, insieme con i primi testimoni, il senso più profondo delle “cose accadute” (cf 27,54b); ma anche di non scandalizzarsi dei rinnegamenti e tradimenti della fede in cui sono coinvolti, come nemmeno delle persecuzioni di cui essi sono vittime e che nel ‘modo di soffrire’ del loro Signore possono trovare un grande conforto e incoraggiamento” (A. Vanhoye).

Una Comunità che ascolta la Passione del Signore

La quarantena del 2020 (inedita versione laica della quaresima) è stata un tempo favorevole che mi ha permesso di scrivere un commento personale alla Passione del Signore narrata nell’evangelo di Matteo. Il suo studio è stato accompagnato dall’ascolto della Matthäus Passion BWV 244 di Johann Sebastian Bach, nella formidabile esecuzione di Jos van Veldhoven della “Netherlands Bach Society” eseguita e registrata il 16 e il 19 aprile del 2014 nella Grote Kerk di Naarden.

Ora, sull’indiscutibile capacità di Bach di interpretare i testi evangelici in chiave di “Cantate” e di “Oratori” non ho la competenza per dire molto, se non che essi hanno costituito per secoli, e in parte anche oggi, l’asse portante dell’austera liturgia luterana, soprattutto di aver musicato in modo mirabile testi di Lutero e della tradizione patristica, oltre che della Sacra Scrittura.

La meraviglia è anche per aver musicato il testo sacro, affidato al “recitativo”, e soprattutto per averlo saputo interpretare coralmente e musicalmente facendovi emergere le categorie teologiche tipiche degli evangelisti e le emozioni e i sentimenti che la lettura spirituale suscita (Chiara Bertoglio, Bach: Passione secondo Matteo http://www.settimananews.it/cultura/bach-passione-secondo-matteo/. cf anche le opere di Pelikan Jaroslav, “Bach teologo”, Piemme 1994. G. Long, “Johann Sebastian Bach. Il musicista teologo”, Claudiana 1997). Ci sono esempi straordinari di questo soprattutto in alcune famose arie della Matthäus Passion.

Sarebbe da proporre una lettura della Passione con l’ascolto dell’oratorio di Bach e qualche sobrio commento. La riterrei utile per tutti, cristiani ed altri, nell’accostarsi ai testi evangelici con una visione il più ampia possibile, che sappia avvicinare esegesi ed ermeneutica al necessario bisogno di comprensione contemporanea, di alto valore spirituale e culturale.


Preghiera introduttiva alla Liturgia della Parola

O Padre,

che hai dato come modello agli esseri umani

Gesù, Cristo tuo Figlio e nostro salvatore,

fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,

fa’ che abbiamo sempre presente

il grande insegnamento della sua passione,

per partecipare della sua risurrezione.

Egli vive e regna con te,

nell’unità del tuo Spirito,

e in mezzo a noi, ora e per sempre.

Amen.

giovedì 19 marzo 2026

L'AMORE più forte della morte - Domenica 22 marzo /V di Quaresim'A

 Vicina è la Parola








Domenica 22 marzo 2026

V Quaresima/a

Ezechiele 37,12-14 / Salmo 129 / Romani 8,8-11

Giovanni 11,1-45


A causa della morte, noi umani siamo come città senza mura. (Epicuro)

Di fronte all’insicurezza e alla precarietà che la morte ingenera nella nostra mente e nel cuore fino all’ansia, siamo spinti a costruirci difese che oltre a rivelarsi inutili, diventano anche barriere tra noi e gli altri, tra il nostro genuino anelito di eternità e la pretesa di immortalità… tra noi e Dio. Difenderci dall’angoscia di perderla ci espone al rischio che la nostra esistenza diventi davvero solitudine e morte!

Gli umani sono schiavi per tutta la vita a causa della paura della morte. (Agli Ebrei 2,15)

Ma la morte, lo sappiamo bene, non è soltanto la perdita di esistenza vitale; essa ci attanaglia quando ci abbandona la voglia di vivere o non abbiamo più motivi per sperare e il futuro ci appare un muro invalicabile, il suo percorso una fitta nebbia impenetrabile. Ci sembra di “morire dentro” quando ci sentiamo traditi, incompresi, umiliati, abbandonati o anche solo trascurati. Con un amore che finisce, può morire la voglia di vivere e sopraffarci il desiderio di morire.

Chi crede in me, anche se muore vivrà. Ci credi? (Gesù a Marta)

Il Figlio, parola fatta carne in Gesù, è entrato nella nostra esistenza umana e mortale facendo sua la nostra mortalità. L’amore del Padre di cui Egli è vissuto e vive è la forza attrattiva più forte di ogni nostra paura; abbiamo solo l’amore per affrontare la morte e la nostra fede è il terreno dove il seme della Parola di Gesù può portare il frutto della Vita.

Lazzaro sia per te come uno specchio: contemplando te stesso in lui, credi nel risveglio! (Ippolito)

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 11,1-45

Nel capitolo 11 del racconto evangelico di Giovanni troviamo il VII e ultimo segno messianico, prima della risurrezione del Signore anticipata in quella di Lazzaro.

Fin dal prologo, l’evangelista annuncia Gesù Parola di Vita per ogni essere umano che crede in Lui (cf 1,4): Egli si dona come Verità che fa rinascere (cap. 3), sorgente dell’acqua viva (cap. 4), pane vivente (cap. 6), luce del mondo (cap. 9) e qui nel capitolo 11 ancora Lui Vita che fa risorgere dalla morte, si manifesta e si proclama Resurrezione e Vita (11,25), richiamando dai morti l’amico che giaceva nella tomba già da quattro giorni.

I personaggi coinvolti conferiscono vivacità e drammaticità al racconto: i discepoli (cf 11,1-16), Marta e la sorella Maria (cf vv. 17-27) i Giudei che la seguono (cf vv. 28-37), lo stesso Lazzaro (cf vv. 38-44), ma rappresentano anche la comunità credente e il suo contesto, come coloro che leggono o ascoltano la proclamazione evangelica. La presenza di Gesù, dall’inizio alla fine, dà unità a tutto l’episodio e ne costituisce il “centro” focale e vitale, come Colui che pur coinvolto nel dramma, non lo subisce, ma vi opera da parte del Padre e polarizza attorno a sé il percorso di fede dei presenti.

I luoghi dove si svolge la narrazione sono nominati dettagliatamente, utili anch’essi a delimitare le diverse parti del racconto ma, come Bethanya “casa dell’afflizione/povertà”, costituiscono soprattutto i riferimenti “teologici” dell’opera messianica di Gesù.

Il segno è collocato tra la Festa della Dedicazione (cf 10,22) e la Pasqua dei Giudei (cf 12,1): il valore teologico dato alle opere compiute da Gesù manifesta che queste sono il loro vero e compimento e insieme la loro alternativa, contestando il modo in cui ormai le Feste venivano celebrate dalla casta sacerdotale, prive di senso e di comprensione per il popolo, strumentalizzate dal potere politico. Ricordiamo che proprio in occasione della Dedicazione Gesù si era presentato come il l’autentico pastore che dà la vita per le pecore e non permette che esse siano rapite dalla sua mano, perché gli sono state affidate dal Padre (cf 10,11-18).

Il segno che Egli compie ora a Betania dimostra che nessun nemico gli può strappare “i suoi”, neppure la morte: nella risurrezione di Lazzaro si manifestano infatti la fedeltà del Padre attraverso l’opera Gesù e la fiducia in Lui che neutralizza la disperazione difronte ad ogni inevitabile morte (cf vv. 41-42.44). In questo senso i vv. 4 e 40 costituiscono un’inclusione tematica nella quale interpretare l’evento come segno che manifesta la presenza amorosa [gloria] del Padre in quella famiglia come in ogni comunità credente.

Infatti “i morti” (come “i ciechi” del capitolo 9 cf vv.1-5.39-41) qui sono diversi: Lazzaro sicuramente lo è fisicamente, ma rischiano di esserlo – sorelle comprese - tutti coloro che dinnanzi alla morte o la negano pensando così di evitarla o la temono come inesorabile fine.

Gesù è veramente risorto. Anche noi, dopo questi giorni che speriamo brevi, risorgeremo e usciremo dai sepolcri delle nostre case. Non per tornare alla vita di prima come Lazzaro, ma per una vita nuova, come Gesù. Una vita più fraterna, più umana. Più cristiana!” (R. Cantalamessa, “In tempo di covid” 2020).

Ambientazione liturgica: dal sepolcro erompe la Vita

La “vita in Cristo” è risurrezione: passare da morte a vita.

A noi, viventi ancora oggi su una “terra di morte” e disseminata di morti, Ezechiele annuncia, come allora agli esuli scoraggiati in Babilonia il ritorno nella loro terra, una “risurrezione” come “nuova vita” animata dal Soffio vitale di Dio [Ezechiele 37 – I lettura].

È lo Spirito del Risorto che vive nei cristiani e li rende persone rivitalizzate, già risorte in Cristo e non più sottoposte al potere della morte [Romani 8 – II lettura].

La risurrezione dell’amico Lazzaro da parte di Gesù, che sta andando verso la morte, è anticipo della sua e annuncio della vita nuova in Lui: risurrezione che non fa morire, mai! [Giovanni 11 – Evangelo].

Il battesimo, che i catecumeni si preparano a ricevere, è infatti immersione nella sua morte ed emersione a vita eterna in Cristo, sacramento di un’esistenza configurata al Signore crocifisso-risorto.

L’eucaristia che celebriamo è così sintetizzata nell’acclamazione eucaristica: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.

L’ermeneutica battesimale di Gv 11

Nelle precedenti Domeniche abbiamo celebrato Gesù Vita di ogni essere umano che crede in Lui, come sorgente d’Acqua viva (III) e come Luce del mondo (IV), oggi - la III degli scrutini catecumenali - celebriamo ancora Lui Vita che fa risorgere dalla morte.

Tuo fratello risorgerà (v. 11,23). Ora Cristo lo afferma alla Chiesa, come alle sorelle di Lazzaro; con tutta la Chiesa e con ciascuno dei suoi membri che hanno in sé la Vita, Egli rivolge la sua preghiera al Padre.

La Chiesa si rivolge al catecumeno… come al cristiano: Vieni fuori!

Il Cristo e la Chiesa diranno: Scioglietelo e lasciatelo andare. Le bende del peccato e della morte cadranno alla sola voce di Cristo e della sua Chiesa. Egli è la luce del mondo (vv. 9-10) e oggi, per mezzo della Chiesa, Egli è risurrezione e vita del mondo (vv. 25-26).

La Chiesa freme col Cristo davanti a Lazzaro, l’uomo peccatore, non soltanto espressione di un vivo amore umano e spirituale, e la sua preghiera lo libera dalle bende del peccato e lo rende alla vita. La Chiesa deve sempre fremere quando vede le conseguenze della catastrofe iniziale del genere umano, come Cristo Uomo-Dio sente il dolore profondo di fronte al fallimento della prima creazione, di ciò che il peccato ha fatto dell’essere umano creato splendente di vita e di bellezza. E le vede in ogni istante, ogni volta che getta uno sguardo sul mondo e sui suoi membri feriti nella loro vitalità”. (A. Nocent)

Preghiamo con la Liturgia dell’Iniziazione cristiana

In questa domenica la Chiesa continua la preparazione prossima dei catecumeni al Battesimo e prega per loro:

Padre della vita, tu che sei il Dio dei vivi,

tu che hai mandato il tuo Figlio come araldo della Vita

per condurre alla risurrezione gli umani

strappati al regno della morte…

libera questi tuoi eletti

dalla potenza apportatrice di morte…

e che essi possano ricevere la vita nuova dal Cristo risorto

e renderne testimonianza”.

Signore Gesù,

che risuscitando Lazzaro dai morti,

hai voluto indicare che tu sei venuto

per dare la Vita agli umani

e che essi la ricevono senza misura,

libera dal potere della morte

coloro che chiedono la vita ai tuoi sacramenti;

scioglili dal male, comunica loro la fede,

che essi, vivendo sempre con Te,

partecipino alla tua risurrezione”.

venerdì 13 marzo 2026

CIECHI si nasce... o si diventa? - Domenica 15 marzo 2026 - IV di Quaresima/A

 

Vicina è la Parola 

 


 

 

 



Domenica 15 marzo 2026

IV Quaresima/a

1Samuele 16,1…13 / Salmo 22 / Efesini 5,8-14

Giovanni 9,1-41

 CIECHI si nasce o si diventa?

            Una luce che si fa vedere e soprattutto ci fa vedere… oltre le nostre cecità e tutto ciò che ostacola o impedisce lo sguardo disincantato sulla realtà, sulle persone.

Vedere ciò che avviene sotto i nostri occhi non è scontato e sta nella differenza tra guardare e vedere attraverso ciò che avviene dentro, soprattutto in noi stessi e negli altri.

            “Tutti siamo nati ciechi” e nonostante i nostri tentativi di raggiungere la Verità saranno gli incontri che faremo ad aprirci gli occhi oppure a fare in modo che rimangano ostinatamente chiusi. Riconoscere questa condizione di fondo che limita ogni nostra visione dell’esistenza, della storia, del mondo e perfino di Dio, permette l’incontro con il Signore il solo che è la Luce, lui solo la dà perché mandato dal Padre”. (A. Nocent) 

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 9,1-41

Il capitolo 9 del racconto evangelico di Giovanni si trova all’interno di una sezione di episodi ambientati a Gerusalemme, la Città Santa, dove il “Figlio dell’uomo” si rivela, e vuole farsi conoscere per “Colui che veramente è”, il che trova forti opposizioni (cf 5,15-18 e ss.).

L’ambientazione è quella delle “Grandi Feste”, oltre al Sabato: la Pasqua, le Capanne, la Dedicazione del Tempio e poi nuovamente la Pasqua.

Una grande quantità di luce caratterizzava la solennità delle Capanne, con falò, torce e luminarie che avvolgevano la città di Gerusalemme in un’atmosfera straordinariamente luminosa.

L’affermazione di Gesù in 8,12: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita», da una parte si collega proprio al simbolismo della Festa giudaica, mentre dall’altra prepara al senso più profondo della guarigione dell’uomo nato cieco (cf 9,5ss.), il “sesto segno” del “Libro dei segni messianici” (cc. 2 - 12). Cristo si manifesta al mondo come vita e come luce, ma nonostante venga rifiutato (cf 1,10-11) compie “segni” che lo rivelano: Vita che fa rinascere (cf c. 3), che disseta come acqua viva (c. 4) e sfama come pane vivente (c. 6).

Anche in questo caso si tratta di un incontro personale nel quale avviene un “reciproco riconoscimento” (cf Nicodemo c. 3; la samaritana c. 4; il paralitico c. 5; le sorelle di Lazzaro (c. 11): sono persone con cui Gesù instaura un dialogo su livelli diversi che spesso si intrecciano, creando anche ambiguità e incomprensioni - in questo brano con le autorità religiose e addirittura con i familiari - fino ad arrivare alla piena rivelazione e al riconoscimento della fede da parte del suo interlocutore.

Si nota subito come la descrizione della guarigione occupi uno spazio molto limitato del racconto e non abbia nulla di miracolistico o di stupefacente (vv. 6-7), mentre la narrazione si svolge in diversi dialoghi e interrogatori: con i vicini e conoscenti (vv. 8-12), con i farisei (vv. 13-17), i genitori (vv. 18-23), ancora i giudei (vv. 24-34) e infine con il guarito e i farisei (vv. 35-41).

Il clima è quello della crescente ostilità e opposizione dei capi giudei nei confronti di Gesù, poiché essi sono chiusi al cambiamento che Egli annuncia ed attua. Dalla loro posizione di superiorità, etnica e religiosa, “giudicano tutti e tutto senza guardare alla propria interiorità (e a quella degli altri), nell’illusione di poter dare lezioni di fede, ossia di fedeltà a Dio e di comprensione, nella vita, circa la verità religiosa autentica” (A. Maggi). Lo “scontro con i giudei” si riferisce forse alla situazione dei primitivi gruppi di credenti nella Palestina (P. Grech).

Più il guarito capisce cosa, come, gli sia successo e più riconosce quell’uomo Gesù (v. 11) come un profeta (v. 17) mandato da Dio (v. 33) il Signore (vv. 35-37) e più gli altri si chiudono nella loro incomprensione della realtà e nell’ottusità fino alla totale cecità (v. 41).

Il difficile cammino compiuto dal cieco va in senso contrario a quello dei giudei: lo vediamo accedere passo passo, con la sua rettitudine e con un ragionamento fatto di buon senso, a una comprensione sempre maggiore del dono ricevuto e della persona di Gesù per giungere, con una continua ascesa, fino alla “luce della fede”.

Con i suoi occhi nuovi egli “vede” Colui che “avendolo visto” gli aveva donato la vista, e così diventa “tipo” della persona illuminata dal Cristo: un testimone della fede in Lui.

Questo episodio sviluppa uno dei capisaldi dell’evangelo di Giovanni: vedere per credere e credere per vedere, e ne rappresenta il faticoso cammino che culminerà nell’incontro del Risorto con il discepolo Tommaso (c. 20).

Perciò Gesù, scampato ad un nuovo tentativo di lapidazione all’interno del Tempio (cf 8,59; come poi in 10,39), abbandona ora il luogo sacro e va incontro a chi da esso è stato espulso - il cieco guarito -, rivelandosi così come il “vero pastore” che raduna le pecore disperse (cf Ezechiele 37), liberando quelle racchiuse nel “recinto” dell’istituzione giudaica, cercando le escluse, per formare un unico gregge (cf c. 10). 

Ambientazione liturgica: nel Tempio irrompe la Luce che fa vedere

La liturgia della Parola di questa domenica ci pone ulteriormente in una prospettiva battesimale e pasquale, tipica di questo ciclo quaresimale “A”. Tutte e tre le Letture, infatti, accennano in modi diversi al mistero d’illuminazione come passaggio dalle tenebre alla Luce della Vita che si opera in noi tramite il Battesimo e con il quale veniamo inseriti nel mistero di morte e di risurrezione del Cristo.

Chi segue il Signore è illuminato interiormente e, oltre le apparenze, inizia a vedere sé stesso, gli altri ed anche Dio alla luce dell’amore che da Lui è gratuitamente donato. [1Samuele – I lettura]

Così l’esistenza si trasforma, diventa un cammino che, pur in mezzo alle difficoltà, poggia sulla presenza luminosa del Signore [Salmo 22]. Sulla via del bene anche noi diventiamo capaci di azioni buone nella verità e per la giustizia [Paolo agli Efesini – II lettura]: non in un regime di autosufficienza ma di fiducia nel Signore che è venuto incontro a noi come al cieco guarito [Evangelo].

Si capisce perché questo episodio evangelico costituisca uno dei capisaldi per la preparazione dei catecumeni al Battesimo in cui saranno immersi e “illuminati”, per diventare discepoli del Signore e suoi testimoni.

Negli attuali esorcismi [cf RICA] la comunità prega per loro, come fu per il nato cieco:

l’accesso per questa fede al regno della tua luce, libera … da tutte le illusioni che potrebbero accecarli. Che essi siano fermamente radicati nella verità, diventino figli della luce e lo restino sempre”.

E poi conclude: “Signore Gesù, vera luce che illumini ogni essere umano, libera col tuo Spirito di verità tutti coloro che … possedendo la gioia della tua luce, come il cieco restituito un giorno alla chiarezza, siano sempre testimoni saldi e sicuri della fede”. 

Preghiamo con la Liturgia

O Padre della Luce,

tu vedi le profondità del nostro cuore:

liberaci dal potere delle tenebre

e apri i nostri occhi perché,

illuminati dal tuo Spirito,

vediamo Colui che hai mandato

ad illuminare il mondo

e crediamo solo in Lui, Gesù Cristo, tuo Figlio

nostro Signore e nostro Dio.

Amen.

 

Credere alla o nella Risurrezione di Gesù?! - Pasqua 2026

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