mercoledì 28 ottobre 2026

Domenica 1 novembre 2026: Tutti i Santi e Sante

 Vicina è la Parola










Domenica 1° NOVEMBRE 2026

Tutti Sante e Santi

Apocalisse 7,2-4.9-14 / Salmo 23

1Giovanni 3,1-3

Matteo 5,1-12

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20261101


SantInsieme - “Una santità di popolo”

«Siamo sempre in cammino per realizzare la nostra santificazione.

Senza questo obiettivo, del resto, la vita avrebbe poco senso perché Dio, che ci ha creati,

ci ha pure chiamati alla santità. Tutti gli uomini devono perseguire questa meta. È universale!

Per noi è volontà di Dio camminare per una via di santità collettiva.

Noi non possiamo farci santi se non mantenendo vivo il Risorto in noi e fra noi.

Siamo in mezzo al mondo … e si respira aria di consumismo, di edonismo, di materialismo,

di secolarismo dappertutto. Come portare efficacemente e costantemente… 

la presenza di Dio nella società odierna? [Con] piccole o meno comunità che hanno per vocazione

di tenere Gesù presente in mezzo a loro…

ma anche di costruire l’unità con i fratelli.

Da soli, in un mondo come il nostro, sarebbe difficile farcela».

(da una meditazione di Chiara Lubich, a Loppiano nel 1987)


Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,1-12

La Liturgia di oggi proclama le Beatitudini di Matteo, “l’incipit” dell’annuncio messianico del Nazareno: la “felicità” di appartenere al Regno di Dio che realizza pienamente l’esistenza umana al di là di ogni situazione di svantaggio.

Le Beatitudini, che Matteo pone in un’ambientazione “sinaitica” come apertura del lungo “Discorso del monte” (cf 5,1- 7,29), costituiscono il ribaltamento dell’impostazione teologica tradizionale dove una condizione umana favorevole è considerata un premio di buona condotta da parte del Signore. Per questo motivo “la folla stessa era meravigliata per i suoi insegnamenti che erano così diversi dai maestri della Legge mosaica, poiché insegnava con piena autorità” (7,28-29).

Mosè per primo, autentico ermeneuta della Torah nella versione di Deuteronomio, prometteva ripetutamente al popolo in ascolto la “beatitudine/felicità” a condizione che tutti i precetti in essa contenuti fossero “praticati e ascoltati” (cf Dt 5,1.32; 6,24), quindi al termine di un percorso di docilità alla Toràh a volte anche faticoso.

Gesù invece ha iniziato la sua missione tra la gente emarginata della sua regione, la Galilea, annunciando che Dio è definitivamente presente in mezzo a noi [il regno di Dio] e questa è una notizia nuova, bella e buona per tutti [l’evangelo], poiché finalmente dà a tutti la possibilità di cambiare il modo di vedere la propria esistenza [conversione] e di comportarsi con Dio e con gli altri [la giustizia].

Il cambiamento più importante, e anche il più difficile, è proprio quello di pensare e di vivere la religione non più come un dovere, ma come un’esperienza e una promessa di felicità, di ben/essere e di buon/vivere con Dio e con gli altri, già da adesso e per sempre.

Ed è Gesù stesso che per primo realizza in sé ogni promessa di felicità, attuandola con il suo vivere da Figlio del Padre - mandato per farci lo stesso dono - che vuole condividerla e annunciarla ai suoi primi discepoli, a noi e a tutti.

Questa è la santità evangelica!

Abbiamo molti commenti alle Beatitudini, anche autorevoli, (ultimo quello dell’amico Ernesto Borghi, Discorso della montagna, pp. 11-22; utilissimo quello di Alberto Maggi, Padre poveri 1. Assisi 2016).

Proverei a “tradurre” così le 8 beatitudini di Matteo:

Beati coloro che si affidano solo a Dio

perché Egli è già tutto per loro.

Beati coloro che soffrono intensamente

perché sarà Dio stesso a consolarli.

Beati coloro che non sono prepotenti

perché Dio donerà a loro un mondo migliore.

Beati coloro che desiderano ardentemente

e cercano il bene che vuole Dio per tutti

perché Egli per primo lo realizzerà.

Beati coloro che provano amore e tenerezza per gli altri

perché Dio donerà anche a loro la sua misericordia.

Beati coloro che sono semplici e sinceri

perché a loro Dio si farà conoscere.

Beati coloro che realizzano la pace

perché Dio li considererà suoi figli.

Beati coloro che sono maltrattati

per aver compiuto il bene che Dio vuole

perché Egli è già tutto per loro.

Ambientazione liturgica

+ Il Vaticano II indica la Liturgia eucaristica “culmine e fonte della vita in Cristo” (SC 10) e in Matteo, la beatitudine di poterla vivere è proclamata subito, fin dall’inizio: il Vangelo di Gesù ci fa partire da dove altri arrivano!

- Noi pure oggi “saliamo al monte del Signore” anche se non “abbiamo mani innocenti e cuore puro”; eppure Egli ci ha chiamati “nel suo luogo santo” e ci santifica manifestandoci in Gesù “il suo volto” [Salmo 23].

- Quest’esperienza è rivoluzionaria anche rispetto al conseguimento della “santità” che festeggiamo oggi: sapere di essere realmente figli e figlie amati dal Padre e avere speranza in Lui, anche se il mondo non ci riconosce tali e se spesso nemmeno noi lo abbiamo così chiaro [1Giovanni 3 – II lettura].

- La nostra gioia più grande dovrebbe essere di far parte di quella “moltitudine immensa e che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua… che hanno attraversato la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole bianche nel sangue dell’Agnello” [Apocalisse 7 – I lettura].

+ Proclamare e ascoltare in questa domenica il vangelo scelto per la solennità di “Tutti i Santi e Sante” è un passaggio provvidenziale anche perché, dopo faticose e drammatiche controversie con i farisei attestate anche da Luca nei capitoli 17-18 delle scorse domeniche, ritroviamo la motivazione fondamentale delle opposizioni da parte delle autorità religiose e politiche alla predicazione messianica di Gesù: una gratuita promessa di felicità [Evangelo].

Preghiamo con la Liturgia

Padre misericordioso ed eterno,

che ci doni la gioia di celebrare in un’unica festa
la gloria di tutti i Santi e Sante,

concedi al tuo popolo,
per la comune intercessione di tanti nostri fratelli e sorelle,
l’abbondanza delle tue benedizioni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Amen.

venerdì 23 ottobre 2026

AMERAI: 25 ottobre 2026 - XXXTO/A

 Vicina è la PAROLA









25 ottobre 2026

XXX domenica to/a

Esodo 22,20-26 / Salmo 17

1Tessalonicesi 1,5-10

Matteo 22,34-40

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20261025


Amerai

Cosa meglio dell’amore può unificare i nostri pensieri, le nostre azioni tutelandoci dal rischio della frammentazione e della dispersione?

Non si tratta di un sentimento tra gli altri: è l’essenza che dà a ogni nostra intenzione ed attività il suo giusto valore e la sua appassionata finalità, sognando che questo sia possibile per tutti e per cui “la gioia di vivere prevalga sulla fatica e la sofferenza” (E. Borghi).

Chi ama “unifica” la sua esistenza e dà a ogni singolo gesto, parola, pensiero la possibilità di esprimersi in pienezza e di suscitare un’adeguata risposta, a volte insperata e non voluta, oppure una reazione “uguale ma non contraria” che inneschi una spirale virtuosa, capace addirittura di spezzare la catena dell’odio e della vendetta, di vincere le barriere dell’indifferenza e del pregiudizio.

Almeno questo è ciò in cui crediamo e speriamo nonostante tutto, che ci fa continuare ad amare!

Contestualizzazione evangelica di Matteo 22,34-40

L’ultima settimana di predicazione Gesù nazareno la trascorre nel Tempio di Gerusalemme, il luogo più sacro di Israele dove maggiormente si manifesta anche il potere a lui avverso delle varie autorità politiche e religiose: farisei, erodiani, sadducei, esperti della Torah... che gli pongono questioni “teologiche” con l’intento di coglierlo in errore (cf 22,15) e avere così un buon motivo per arrestarlo e poi farlo condannare (cf 21,45; 26,3-5).

Dopo essersi pronunciato sul “tributo a Cesare” (cf vv. 16-22) e sulla “risurrezione dei morti” (vv. 23-33), ora viene interpellato sul precetto “[più] grande” della Torah (vv. 34-40, cf Mc 12,28-34; Lc 10,25-28); porrà Egli stesso fine alle controversie interrogando i suoi interlocutori sulla “figliolanza del Messia” (vv. 41-46).

Il contesto polemico è come se imprimesse più forza alle parole di Gesù, che già si era espresso sulla “novità/superiorità” del suo insegnamento nei confronti di quello tramandato dagli altri maestri (cf 5,17; 7,28).

Inoltre “il [più] grande” indica non tanto una graduatoria di priorità, ma la ricerca di un nucleo essenziale, di un principio unificatore a cui ricondurre tutto il ginepraio normativo dei mitzvòt [613 precetti].

Da qui le prime comunità cristiane di matrice giudaica si potevano affermare nella loro novità teologica e ortopratica, dando prova di credibilità e di attendibilità con la loro testimonianza.

La risposta di Gesù da una parte è ineccepibile, dall’altra estremamente innovativa: “in un solo precetto” si innesca una circolarità d’amore che parte da un’esigenza totalizzante dove con il termine “tutto” vengono messi in relazione: sè stessi-il Signore-l’altro.

Ora da interrogato, il predicatore inquisito diventa maestro che interpella, con un esito stupefacente (cf vv. 41-46).


Ambientazione liturgica

+ La Celebrazione eucaristica fa emergere in tutta la sua pienezza l’esperienza dell’amore gratuitamente ricevuto e liberamente ricambiato. Siamo inondati dall’Amore che ci abilita a superare ogni nostra gravità e ad aprirci a un’esperienza sempre nuova, inedita di amare “con tutto noi stessi… come noi stessi”.

- Non c’è legge che tenga, tutto nasce dalla risposta di Gesù al Padre consegnandosi a noi “nel dare il comandamento più grande implicitamente dà sé stesso, spiega così il senso della esistenza in mezzo a noi esseri umani, portando a pienezza in senso della nostra esistenza” [1Tessalonicesi 1 – II lettura].

- Così porta compimento anche la storia dell’umanità in Israele [Esodo 22 – I lettura], la nostra personale segnata da limiti e contraddizioni, aprendoci a un “di più” che spesso ci sembra irraggiungibile, proiettato nel futuro: “Amerai…”, sarai capace finalmente di amare come tu sei amato [Evangelo].

- È proprio dal “sacramento dell’amore” che come assemblea eucaristica prendiamo forza da Colui che è fedele nell’amore [Salmo 17].

+ Il cambiamento del nostro modo di pensare e di agire scaturisce dall’esperienza di un amore che ci nutre e alimenta la nostra povera capacità di amare.


Preghiamo con la Liturgia

O Padre, che per amore
continuamente crei e rinnovi il mondo,
donaci la gioia di un cuore libero e pacificato,
capace di amare te sopra ogni cosa
e il prossimo come noi stessi.

per il tuo Spirito e in Gesù Cristo,

tuo Figlio e nostro Signore.

Amen.



venerdì 16 ottobre 2026

RICONOSCIUTI: 18 ottobre 2026 - XIX domenica TO/A

 Vicina è la PAROLA










18 ottobre 2026

XXIX domenica to/a

Isaia 45,1.4-6 / Salmo 95

1Tessalonicesi 1,1-5

Matteo 22,15-21

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20261018


Riconosciuti

Vorremmo tutti essere riconosciuti per chi siamo veramente e non per il ruolo che svolgiamo, anche se stimato. Eppure cadiamo facilmente nel tranello che l’immagine conti più della persona e così ci sottraiamo abilmente alla fatica di entrare in relazione, di esplorare gli altri e di lasciarci da loro interpellare.

Il dovuto può stare nel saluto o nella formalità di una risposta, ineccepibile ma comunque sufficiente per creare una distanza o per non dare troppa confidenza e perdere la propria privacy.

Andare oltre comporta sempre il rischio che poi l’altro si prenda tutto…

Qualcun’Altro in realtà ha già corso questo rischio fino in fondo e lo ha pagato di persona, facendosi “tutto in tutti”, Egli non ha fatto altro che dare e non pretendere: Egli non ci impone nessun tributo, ma ci colma della sua pienezza nella quale sta anche la nostra.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 22,15-21

La tensione tra i capi del popolo e il Rabbi di Galilea si concentra ora su alcuni argomenti posti da diverse “categorie” (cf vv. 15-46) e con i farisei la polemica riguarda il tributo a Cesare. Non si tratta soltanto di un contenzioso politico (cf v. 16), ma di una discriminante messianica: l’Inviato di Dio, infatti, avrebbe liberato Israele di ogni tipo di sottomissione anche economica. Gesù sembra eludere la questione mentre va alla radice delle vere intenzioni di chi lo sta provocando: la malvagità e l’ipocrisia (v. 18) e questo suscita meraviglia e un arretramento momentaneo dei suoi provocatori (v. 22).

La legittimità della tassa imperiale è un pretesto per screditare l’operato del Nazareno e tirarlo in trappola con le sue parole (v. 15, cf 27,1): si paghino le tasse e soprattutto non si cerchino scuse per sottrarsi ad un rapporto con il Signore Dio sincero e profondo (cf v. 21; 6,24).

L’obbiettivo della risposta di Gesù è di riportare i credenti ad un nuovo rapporto con il Signore [giustizia cf 5,20] e a una religiosità interiore (cf 6,1.4) ed operativa (cf 7,21).

Inoltre l’effige dell’imperatore Tiberio Cesare può anche essere coniata su una moneta (cf vv. 19-20) ma quella di Dio è impressa sul volto di ogni essere umano (cf 25,37.40; Genesi 1,26a-27): nessun uomo e nessuna donna dovrà più essere dominato dalle leggi del denaro e del profitto, violati nella loro dignità di persone.

Ambientazione liturgica

La Parola ci viene rivolta in quanto Chiesa, portatrice di amore gratuito e di pace verso tutti, e noi - nella celebrazione - siamo chiamati a ringraziare per l’impegno di chiunque nell’amore, anche degli anonimi che incontriamo ogni giorno e che non sono qui con noi ma altrettanto amati: questo ci riempie di speranza! [1Tessalonicesi 1 – II lettura]

È davvero imprevedibile l’azione storica di Dio: invochiamo la sua presenza, il suo intervento nelle situazioni drammatiche della nostra esistenza e sorprendentemente “la svolta” arriva da chi non ce lo saremmo mai aspettati, come è stato per Israele nel secondo esilio a Babilonia: rompendo ogni nazionalismo, un re straniero e pagano tutelerà la sua elezione. [Isaia 45 - I lettura]. Il Signore si rivela Dio di tutti e tutti sono ammessi ad un culto non più esclusivo ma partecipato e condiviso [Salmo 95].

Siamo così anche noi sottratti alla logica del dovere e del dovuto per entrare nella comunione della signoria di Dio in cui ognuno è riconosciuto nella sua vera identità, quella di figlio e non di suddito vessato e “tassato” [Evangelo].

Preghiamo con la Liturgia

Padre, tu agisci sempre

in un misterioso intreccio con la libera volontà umana;

che nessuna autorità abusi del suo potere

ma operi per il bene di tutti

riconoscendo la tua unica Signoria

nel tuo Spirito e nella parola del tuo Figlio

Gesù Cristo, nostro Signore.

Amen.



venerdì 9 ottobre 2026

INVITATI ALLA VITA: Domenica 11 ottobre 2026 - XXVIII TO/A

 Vicina è la PAROLA










11 ottobre 2026

XXVIII domenica to/A

Isaia 25,6-10a / Salmo 23

Filippesi 4,12-14.19-20

Matteo 22,1-14


Invitati alla VITA

Siamo abituati a contrapporre diritti e doveri come irrinunciabili per vivere ed a cui sottostare, anche a malincuore. Di mezzo ci sono le rivendicazioni individuali e sociali, da difendere strenuamente… senza accorgerci che l’essenziale di vivere ci è già donato e non serve pretenderlo o rivendicarlo.

Mi chiedo se anche la libertà sia un diritto o un dovere; così la pace… o il lavoro e la salute, o l’istruzione. Anche l’esistenza stessa può essere vissuta come un diritto o un dovere oppure, alla maniera consumistica, approfittandone. Se invece la considerassimo come un invito, un’opportunità sempre nuova che ci viene offerta, magari proprio quando tutto quello che ci sembrava in nostro potere si è esaurito… o quando un ostacolo imprevisto ci obbliga a fermarci.

Mi sorprende che questo invito non abbia nulla di formale o di ufficiale e che si rinnovi sempre, in modalità ogni volta inedite e che giunga a destinazione anche quando non siamo ben disposto e a dispetto di tutto.

A noi spetta dare una semplice risposta e forse è meglio non farlo attendere!


Contestualizzazione evangelica di Matteo 22,1-14

La terza parabola, dopo i vignaioli perfidi (21,33-43) e i due figli (vv. 28-32), accentua la gravità del rifiuto di Gesù da parte dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo nel contesto del banchetto nuziale che biblicamente evoca il rapporto di Alleanza tra il Signore e Israele suo popolo (cf Isaia 22,12; 25,6-10; 54,1-3)

Le tre parabole costituiscono un unico percorso narrativo di polemica per la sempre più evidente presenza messianica di Gesù tra la gente (cf 9,15; 12,25ss. Giovanni 2,1-12) infatti, in quest’ultima, solo dopo l’uccisione degli emissari e la conseguente vendetta, il re giunge al desiderio di chiamare tutti, senza discriminazioni, alla festa nuziale del figlio che nella precedente parabola era stato ucciso (cf 22,1-10; 21,37-39). Questa festa forse allude alla celebrazione gioiosa della sua risurrezione nella comunità messianica, in cui tuttavia continuavano a verificarsi le dinamiche già descritte. Può valere anche l’ipotesi che la prima parabola riguardi Israele, la seconda Gesù, la terza si riferisca più alla Chiesa con l’interrogativo di fondo: quale ruolo ha ancora Israele nella storia della salvezza?

L’evangelista ci riferisce così l’esperienza delle prime comunità in rapporto con il regno di Dio annunciato fin dall’inizio dal Nazareno (cf Mt 4,17.23; 5,3.10) a cui tutti si è chiamati gratuitamente e senza alcuna discriminazione: rifiutare l’invito apre però alla possibilità di una propria auto esclusione (vv. 11-13).

La mancanza dell’abito nuziale evidenzia infatti l’aver accettato l’invito però con altre motivazioni e di non voler partecipare a una comunione personale e gratuita; quindi alla fine si è smascherati! Può essere stata una situazione frequente tra i primi credenti: molti si avvicinavano alla comunità per curiosità, attratti dalla novità o per opportunità… ma prima o poi veniva un momento in cui chiedersi o sentirsi dire: “Amico, come mai sei entrato qui?”.

Non c’è dunque un “lieto fine” nel racconto, anzi la dimensione conflittuale perdura anche oggi e costituisce il percorso del regno di Dio nella nostra storia.


Ambientazione liturgica

“Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello” così siamo ammessi alla comunione eucaristica. È una dimensione che spesso ignoriamo: la liturgia festiva è una “festa nuziale” in cui Cristo Sposo nutre di sé stesso la sua Sposa, cioè noi Chiesa (cf Efesini 5,29).

Basterebbe questo per darci una consapevolezza sempre nuova nel partecipare con un atteggiamento molto diverso da quello “devozionale e intimistico” o “individualistico” che ci contraddistingue.

Così preghiamo dopo la prima lettura: il Signore prepara per noi un banchetto [Salmo 23].

È poi davvero triste che non pochi si siedano alla mensa senza poter o voler toccare cibo!

Il convito messianico è infatti per tutti e se c’è ancora un “resto” esso ha la missione di estendere l’invito [Isaia 25 – I lettura].

Gesù non ha usato solo l’immagine del banchetto messianico, ma in una cena (come era solito fare) ha consegnato sé stesso ai suoi discepoli e lo fa adesso con noi. Per noi questo è memoria di quello che fece Lui con i suoi discepoli e nello stesso tempo profezia di un futuro di Dio con tutta l’umanità, di cui la festa nuziale può esserne la similitudine più vicina: la gioia.

L’eucaristia che celebriamo ancora una volta ci giudica in base al nostro modo di parteciparvi: possedere ed escludere o ringraziare e condividere.

Solo noi possiamo autoescluderci dalla festa e dalla sua gioia escludendo qualcun altro!


Preghiamo con la Liturgica

Padre, che inviti

alle nozze pasquali del tuo Figlio

tutti gli esseri umani, senza distinzioni,
rivestici dell’abito nuziale
e fa’ che accogliamo tutti

al sorprendente banchetto del tuo amore.

Amen.

giovedì 1 ottobre 2026

Domenica 4 ottobre 2026 - La cura: XXVII TO/A

 Vicina è la PAROLA








4 ottobre 2026

xxvii domenica to/a

Isaia 5,1-7 / Salmo 80

Filippesi 4,6-9

Matteo 21,33-43


Prendersi cura

Non si tratta di un presidio sanitario, ma di un atteggiamento semplicemente umano: la disponibilità disinteressata verso gli altri.

Siamo più facilmente portati a slanci di generosità, a coinvolgerci emotivamente in una situazione difficile, ma la cura richiede dedizione e tempo, di posporre noi stessi e di avere la pazienza di non vedere subito i risultati evitando la tentazione di strafare e di affrontare anche i rifiuti.

Lo sanno bene i genitori o chi vuol esserlo nei confronti dei propri figli, non esenti da fallimenti ed insuccessi anche se sempre motivati da un profondo amore.

La fiducia, infatti, è da porre non in sé stessi e nella propria bravura o empatia, ma nelle capacità altrui che la vera cura attiva come i raggi del sole verso le pianticelle che hanno bisogno di crescere.

Ogni responsabilità, anche se faticosa, prevede anche che prendersi cura di qualcuno fa bene anzitutto a sé stessi e, anche se impegnativa, da un senso alla propria vita.


Contestualizzazione evangelica di Matteo 21,33-43

La seconda parabola, collocata tra quella dei due figli (21,28-32) e del festino nuziale (22,1-14), punta ancora di più l’attenzione sul rifiuto dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo, di cui Gesù smaschera gli atteggiamenti che li porteranno all’esclusione dal “regno di Dio” in quanto non meritano più la fiducia del Signore per il suo popolo.

L’immagine che ricorre anche qui è la vigna e attualizza Isaia 5 con il Salmo 79/80: Matteo la utilizza per indicare il popolo d’Israele affidato alle cure delle autorità religiose e politiche che sono già state indicate nei primi di 20,10, nel secondo figlio di 21,28 e ora nei perfidi contadini di questa parabola (cf il v. 45 incomprensibilmente escluso dalla proclamazione liturgica!).

Nella parabola la vigna indica però sia il popolo che il regno di Dio e, diversamente da Isaia, l’ingratitudine non è la vigna che non da uva commestibile, ma di chi la doveva accudire e che invece ne tiene per sé i frutti! Determinante poi nel giudizio di condanna è l’uccisione del figlio, culmine della loro ribellione e auto esclusione dal rapporto con il Padre che proprio a loro l’aveva affidata con fiducia e con lo stesso amore che aveva riversato in essa.

L’epilogo della parabola è di tenore escatologico: ha come riferimento la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani (70 d. C) ed entra quindi l’immagine della pietra di scarto scelta per essere pietra d’angolo nella nuova costruzione (Salmo 118). Si allude forse al Cristo e alla Chiesa (cf 1Pietro 2,4-8), a Pietro e alla comunità messianica, come a ogni altra forma di autorità in essa che ha il compito di favorirne la fecondità (cf v. 43).


Ambientazione liturgica

Nella celebrazione eucaristica noi scopriamo di essere vigna amata e che il Signore non sa più cosa escogitare per dimostrarcelo [Isaia 5 – I lettura / Salmo 79/80], nonostante tutti i maltrattamenti a cui siamo sottoposti ed a cui sottomettiamo gli altri non corrispondendo a questo amore e rifiutando quindi il Figlio.

Accogliere il Figlio e gli altri come fratelli e sorelle, condividendo i beni affidatici è il primo passo: Gesù ci viene incontro come l’Inviato, non per farci rendere di conto, ma per farci diventare consapevoli della stessa chiamata rivolta a no con Lui, un’unica vigna: Lui la vite e noi i tralci (cf Gv 15).

A noi è stata affidata la creazione: il modo migliore per custodirla e di difenderla è di promuoverne il rispetto, la pace, la giustizia [Filippesi 4 – II lettura].

Paradossalmente è l’uccisione del Figlio, il suo sangue sparso su questa terra a consentirci di morire e risorgere con Lui, tutt’uno con noi. In questo modo non siamo abbandonati al nostro tragico destino vinti da ogni potere di oppressione, perché Lui è vivo e anche noi vivremo, e così questa vigna continua a portare molto frutto [Gv 15,5 - al vangelo].

È proprio la comunione eucaristica a fecondarci e a renderci costantemente vitali di quell’amore che ci viene incessantemente donato, capaci di accoglierlo e di ricambiarlo senza porre nuovi recinti, abbracciando il mondo intero [1Cor 10,17 – alla comunione].


Preghiamo con la Liturgia

Padre,

giusto e misericordioso,
che non abbandoni mai la tua Chiesa,
vigna che hai scelto e piantato,
custodisci e proteggi ogni suo tralcio,
affinché, innestato in Cristo, vite vera,
porti frutti buoni nel tempo e per l’eternità.

Amen.



venerdì 25 settembre 2026

"Tra il dire e il fare..." - Domenica 27 settembre 2026 - XXVI TO/A

 Vicina è la PAROLA









27 settembre 2026

XXVI domenica to/a

Ezechiele 18,25-28 / Salmo 25

Filippesi 2,1-5/11

Matteo 21,28-32


Tra il dire e il fare…

Non è solo questione di coerenza, siamo tutti esposti al rischio di essere animati da ottimi propositi e poi condizionati nel raggiungerli da ostacoli esterni o interiori. Ma quando cerchiamo alibi o accampiamo scuse per giustificarci allora la nostra responsabilità è anche quella di perdere quella solidarietà che dovrebbe permettere anche agli altri di dare coerentemente la loro risposta, pure entro i loro limiti.

Certo vorremmo, ma poi…

Allora ci viene comunque offerta la possibilità di ripartire dal basso, non di chinare il capo cosparso di cenere in uno sterile mea culpa, ma di ricominciare insieme agli altri, afferrando la loro mano e facendoci aiutare a risalire riprendendo con loro un cammino di gratitudine e di rinnovamento interiore.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 21,28-32

“Gli ultimi saranno primi, e gli ultimi primi” è il detto che ha aperto e concluso la parabola dei “lavoratori a giornata” (cf 19,30 e 20,16).

Ora il Maestro, “primo” tra i discepoli nel salire a Gerusalemme, anticipa per la terza volta il suo destino messianico di sofferenza e di morte (cf 20,17-19) e loro, che ancora ambiscono a essere umanamente “i primi”, sono da Lui invitati a “farsi servi” come Egli ha fatto e farà (cf vv. 20-28). I discepoli si mostrano così “ciechi” difronte a ciò che la misericordia di Dio sta operando anzitutto in loro e saranno capaci di seguire Gesù, il Dio-che-salva, solo perché Egli, di loro, ha compassione (cf vv. 29-34).

L’avvicinarsi a Gerusalemme cambia lo scenario con un ingresso messianico trionfale nella Città santa (21,1-11), ma l’accoglienza interiore richiede “un rovesciamento” radicale della pratica cultuale: ora il Tempio non è più santuario della Presenza (cf vv. 12-17) anche a causa della ormai evidente “sterilità” della stessa Torah (cf il fico dei vv. 18-22) e della totale incapacità delle autorità religiose di cogliere la novità che è in atto (cf vv. 23-27). Loro sono i figli che “dicono, ma non fanno” diventando così “ultimi” dietro a nuovi “primi” che paradossalmente erano gli “esclusi” come le prostitute e i peccatori che almeno hanno creduto al Battista (cf vv. 28-32; 9,11).

“Fare… mettere in pratica” sono - nell’evangelo di Matteo - l’atteggiamento fondamentale del discepolo nei confronti della Parola, senza alcun alibi (cf 7,21-27; 12,49-50). Le domande che si interpongono nella parabola interpellano direttamente i suoi uditori ad esporsi, a prendere posizione (cf vv. 28 e 31). Le tre parabole evidenziano il rifiuto opposto dai capi religiosi all’offerta gratuita e inclusiva della salvezza (cf vv. 28-32; 33-46; 22,1-14).

Ambientazione liturgica

“L’ambiguità di fondo tra un apparente sì e un concreto no è il tarlo terribile che vela il volto della comunità dei credenti”, soprattutto dell’assemblea liturgica nella quale diamo il nostro assenso alla Parola proclamata con le parole ma poi ci attende la verità dei fatti.

Fin dall’inizio siamo accolti, avvolti dalla misericordia e nello stesso tempo responsabilizzati dalla Parola profetica a “renderne conto” in prima persona [Ezechiele 18 – I lettura], consapevoli di “un amore che è da sempre”, eppure sempre bisognosi di un continuo apprendistato, poiché ad amare si impara [Salmo 25].

Paolo, con le sue esortazioni, istruisce in questo senso la comunità di Filippi e presenta Cristo Gesù, il Figlio, nel suo “abbassamento/svuotamento”, quasi come un piano inclinato che permette anche a noi di “imparare da Lui che vive in noi” a percorrere il suo itinerario [Filippesi 2 – II lettura].

Uscendo dalla celebrazione potremo così anche noi aiutarci reciprocamente, “gareggiando nell’amore vicendevole”, affinché superiamo ogni competizione che esclude e facciamo sì che tutti da ultimi possano essere primi.

Preghiamo con la Liturgica

O Padre,

che comunichi vita e salvezza

a ogni persona desiderosa di giustizia,

rendici partecipi degli stessi sentimenti di Cristo,

perché possiamo donare la nostra vita

e camminare con i nostri fratelli e sorelle

verso la pienezza dell’amore.

Amen.



Domenica 1 novembre 2026: Tutti i Santi e Sante

  Vicina è la Parola Domenica 1° NOVEMBRE 2026 Tutti Sante e Santi Apocalisse 7,2-4.9-14 / Salmo 23 1Giovanni 3,1-3 Matteo 5,1-...