venerdì 20 febbraio 2026

Basteranno 40 Giorni? - Quaresima/A 2026

 

Vicina è la Parola

Quaresima 2026/a


             Basteranno 40 Giorniper ritrovare la strada che in alcuni momenti sembra perduta, una sorgente d’acqua per dissetarci e riprendere il cammino?

Per riavere chiarezza nei nostri pensieri e nelle nostre azioni e vincere l’oscuramento del nostro sguardo sulla nostra esistenza, sugli altri e sulla storia che stiamo attraversando?

Non sono bastati “40 anni” al popolo di Israele, peregrinante nel deserto, per imparare a vivere nella libertà dopo essere stato liberato in una notte dall’Egitto!

Eppure in “40 giorni”, dopo il diluvio, Dio ha creato di nuovo tutto; Elia è arrivato al “monte di Dio, l’Oreb” dopo una drammatica fuga, come Davide, da chi ne voleva la morte; Gesù ha lottato per essere fedele al suo rapporto filiale con il Padre: Egli ha vinto anche per tutti coloro che lottano per la libertà o nemmeno ne hanno le forze.

A noi non basteranno, ma sono sufficienti per alzarci e muovere i nostri passi verso nuovi orizzonti di vita, sostenuti da una Parola già vissuta da altri, la cui storia può ridare nuovo significato anche alla nostra come Noè, Abramo, Mosè e il popolo, Giona, Davide, Elia… Gesù stesso.

Ascoltare insieme la Parola

                È proprio la Parola a tessere nelle nostre trame un senso e a tratteggiare di luce i nostri giorni, a darci la possibilità di un cambiamento, di una nuova rotta come novità incessante che distrugge sicurezze autonome e false. Un dono da accogliere, un’indicazione per una strada da percorrere insieme verso un incontro con Chi già ha deciso di venire verso di noi!

Saremo compagni di viaggio con tutti coloro che cercano di “rifarsi una vita”, di ritrovare la loro dignità… È anche per questo che ogni anno iniziamo “un tempo” che è già un’esperienza di vita nuova, immersione nella morte e risurrezione di Cristo, e quindi di perdono e di riconciliazione.

Immergendoci nel Vangelo, in particolare quello di Matteo e di Giovanni - proclamati nelle nostre assemblee domenicali - ritroveremo il senso e il valore della nostra esistenza cristiana e della nostra esperienza di Chiesa.

Il nostro percorso sarà così segnato da incontri che ci mostrano la reale possibilità, anche per noi oggi, di rintracciare la strada percorsa fin dall’inizio dalla Presenza che in Gesù di Nazaret è diventata vita piena ed eterna.

Lo seguiremo nel deserto, sospinti dallo Spirito, lottando per la nostra fedeltà di figlie e di figli, che sarà confermata e trasfigurata sul monte dal Padre stesso [I e II domenica].

Il suo Figlio, Inviato a noi, ci darà appuntamento sul bordo di un pozzo per appagare la nostra sete d’amore [III domenica]; nel tempio per illuminare la nostra cecità [IV domenica] e fin davanti a una tomba e alla sua croce per sperimentare che Lui è la Vita e la Risurrezione, un amore più forte della morte [V domenica – Santa Settimana].

            Il percorso evangelico della Quaresima/A

È l’itinerario più “tradizionale”: contiene i testi dell’ultimo periodo nell’antico catecumenato ed è composto da 5 domeniche. Le prime due, comuni tutti gli anni, costituiscono i cardini su cui si aprono i due battenti del “portale di quaresima” con i brani del vangelo di Matteo:

I domenica: Gesù nel deserto sottoposto alla prova come Figlio fedele al Padre, lotta con noi.    

                                                                                                               e vince per noi (Matteo 4,1-11)    

            La nostra esistenza di battezzati è minacciata spesso da prove che se affrontate con responsabilità, ci aiutano a fidarci solo di Dio-Padre come figli amati da Lui. È una fiducia sorretta dalla vittoria di Gesù sulle tentazioni “dia/boliche” che hanno cercato di separarlo come Figlio dal Padre, dubitando della sua identità filiale e inducendolo a vivere in un’autonomia mondana.

II domenica: Gesù trasfigurato sul monte  e confermato dal Padre come “Figlio “amato

                                                                                                                                (Matteo 17,1-9)

            Il Padre ora attesta e manifesta il suo amore per il Figlio unigenito nella sua trasfigurazione sul monte e anche noi, come i suoi discepoli, pur provati siamo progressivamente trasfigurati dal suo amore e la nostra esistenza ne è trasformata. È questo il vero cambiamento operato nel Battesimo, dalla Pasqua vissuta nella carità e nell’eucaristia! L’essere umano ritorna così, in Cristo, alla sua identità originaria: immagine e somiglianza di Dio.

Le tre domeniche successive sono “catechesi battesimali - pasquali” attraverso affascinanti e straordinari racconti evangelici di Giovanni:

III domenica: Gesù, Dono del Padre, è l’Acqua viva che disseta il nostro bisogno d’amore.

La samaritana(Giovanni 4,5-42)

IV domenica: Gesù è Luce che guarisce la nostra cecità

per vedere con chiarezza nella nostra esistenza.

Il nato cieco(Giovanni 9,1-41)

V domenica: Gesù è la Vita che ci fa risorgere e non fa prevalere ogni forma di morte.

Lazzaro risuscitato” (Giovanni 11,1-45)

 

            Le letture dell’Antico Testamento [I lettura]: costituiscono un itinerario in cinque tappe che percorre la storia di Salvezza tra Dio e il suo popolo, l’intera umanità: da Adamo (Genesi 2 e 3), Abramo (Genesi 12), Mosè (Esodo 17), Davide (1Samuele 16) fino allo Spirito vivificatore (Ezechiele 37). Questo percorso si realizza e si attualizza in Gesù il nuovo Adamo, il Giusto, nel quale si compie la “nuova alleanza”, l’Unto che guida il popolo dei redenti e lo vivifica con il suo Spirito effuso dalla croce.

            Le Lettere Apostoliche [II lettura]: ci attestano l’esperienza delle prime comunità cristiane e la loro azione “sacramentale” in base a quanto hanno assimilato dell’annuncio evangelico e ora comunicano anche a noi che ascoltiamo la loro testimonianza: Dio ci ama gratuitamente (Romani 5,12…), ci chiama e ci illumina (2Timoteo 1) con l’effusione in noi del suo Spirito (Romani 5 e 8) che ci fa risorgere a vita nuova (Efesini 5).

 

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

ascolta la nostra preghiera

all’inizio del cammino annuale dei “40 Giorni”.

Accompagnaci con la luce e la forza del tuo Spirito

perché possiamo seguire più da vicino

il tuo figlio Gesù, lottando e vincendo con Lui

le resistenze del nostro egoismo.

Scopriremo così, passo passo,

che anche noi siamo tuoi figli e figlie amati:

dissetati, illuminati, rinati

insieme con Lui,

Gesù Cristo, nostro Signore.

Amen.

 

sabato 14 febbraio 2026

LIBERI da…di… per… con… - Domenica 15 febbraio 2026

 

Vicina è la Parola










15 febbraio 2026

Domenica VI anno/a

Siracide 15,16-21 / Salmo 118

1Corinti 2,6-10

Matteo 5,17-37*

LIBERI da…di… per… con…

            La nostra esistenza è segnata da scelte che in gran parte ne determinano la direzione. In molte di queste siamo stati consapevoli, in molte altre solo parzialmente o addirittura completamente ignari. Non sapremo mai veramente come e dove saremmo se avessimo scelto diversamente, ma ora siamo qui e ogni giorno abbiamo la possibilità di fare nuove scelte, liberandoci anzitutto “dai” ripensamenti nostalgici e “dai” rimorsi, e cogliendo nuove opportunità “di” proseguire il nostro percorso ponendo come obiettivo il “per” chi valga la pena spendere le nostre energie e investire le nostre personali risorse.
            Non siamo soli in questa impresa, sappiamo di poter contare sulla presenza di Qualcuno che si pone in dialogo con noi attraverso l’incontro con altri e altre che possono diventare compagni in questa avventura che è l’esistenza umana.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,17-37*
            Cosa c’è “di più” nel Vangelo di Gesù rispetto a quello che ci ha trasmesso la Legge di Mosè, una giustizia sempre più grande? Questo è stato per un po’ di tempo l’interrogativo che ha animato le prime comunità cristiane provenienti dal giudaismo (cf Galati 4,31). Hanno cercato una risposta nelle memorie dell’insegnamento proposto dal Nazareno e la narrazione di Matteo ha elaborato una proposta più articolata ed esaustiva.
            Forse a noi sembra che questa problematica non ci riguardi più direttamente, ci pare di avere altri problemi da affrontare oggi come credenti nel mondo.
Eppure l’appello evangelico è lo stesso: la libertà dell’amore (cf Galati 5,1-18; 1Corinzi 8,1.9; 9,1 ss.). Era già questo ad essere contenuto nella Torah: un dono di Dio offerto gratuitamente al suo popolo, un’alleanza per imparare a “vivere nella libertà” sostenuta solo dalla sua tenerezza e misericordia, fedeltà e compassione (cf Esodo 34,6) che Gesù stesso ha compiuto e che noi possiamo soltanto accogliere e fare nostra come avvenimento di salvezza che viene da Dio.
            Forse una pretesa troppo ingenua, troppo facile da eludere e deludere?
            La storia della salvezza contenuta nella Scrittura ce lo attesta.
            Una proposta troppo fiduciosa nelle reali possibilità umane, abili a trovare scorciatoie e contraffazioni che finiscono per snaturarne il senso?
            Gesù ha ben chiaro tutto questo e il racconto evangelico di Matteo nei capitoli dal 5 al 7 smaschera ogni inganno in quel “Ma io vi dico” così perentorio e nello stesso tempo innovativo: la tangenza con la giustizia di Dio è così all’infinito, nella fede in Lui giustizia che viene da Dio (cf Filippesi 3,9). “Ma io faccio così…” potrebbe essere il senso di quell’ammonizione.
             Non un “rammendo su uno strappo”, ma “vino nuovo in otri nuovi” (cf 9,16-17), cominciando proprio a far nuove le persone con la sua parola e la sua cura (cf 4,23-25) vera novità messianica (cf Isaia 43,18, Apocalisse 21,5).
            Un “compimento” che non è la ciliegina sulla torta, ma la reale possibilità di non fallire ancora verso le promesse contenute nella Legge stessa. L’amore, che il Nazareno porta a compimento nella sua morte (Luca 23,47) e che dona come unico “suo e nuovo comandamento” (cf Giovanni 15,12; 13,34), è l’unico tracciato di sviluppo autentico della libertà umana.
            Da essa la parola evangelica, articolata in tutto “il discorso della montagna”, intende far emergere il meglio dell’umano che c’è in ciascuno di noi “davanti al Padre” che è tale perché di tutti senza distinzioni [celeste], in un rapporto di filiale fraternità: “il tuo fratello”, ripetuto come un ritornello qui e lungo tutto il racconto evangelico di Matteo (cf 5,23.45).
       Le sei ipertesi che l’insegnamento di Gesù -in Matteo- pone, affermano con forza la “novità” di Chi, da ebreo radicale, ha l’autorità di porsi in alternativa a ogni precettistica fine a se stessa, di superarla e di ritornare alla radice di ogni comportamento etico: “per Chi, perché e come” dove lealtà e sincerità declinano la gratuità e la creatività dell’amore!

Ambientazione liturgica
        L’ingresso nella celebrazione liturgica di questa domenica è accompagnato da un’antifona che si rivolge al Signore “difesa, rocca e fortezza che mi salva… mio rifugio; guidami per amoreche implica nella piena libertà [Salmo 30,3-4] e ci ricorda anzitutto che il Risorto è in mezzo ed             Egli compie anzitutto in sé quello che nella Parola chiede a noi.
     Il richiamo “Se tu vuoi puoi…” fa leva proprio sulla piena libertà umana e sulla sua responsabilità nelle scelte - spesso in alternativa tra loro - ma sempre in relazione alla volontà del Signore [Siracide 15 – I lettura] che non si pone come spettatore imparziale, ma in costante dialogo con noi; così su di Lui si fonda la nostra “beatitudine”, non sulla nostra riuscita!
      Egli ci dona una nuova e profonda capacità di vedere e di discernere che ci consente di “custodire con tutto il cuore la Parola… di metterla in pratica” [Salmo 118] nel realizzare la nostra esistenza.
      Opposto è l’atteggiamento dei “dominatori di questo mondo” che sotto la pretesa di renderci autonomi e indipendenti, addirittura più sicuri, contrabbandano ben altre leggi, mentre lo Spirito di Dio scruta tutto e ci permette di vedere quanto Dio ci ami. Lo abbiamo visto compiuto nella morte e risurrezione, nella cui esperienza riceviamo anche la vera sapienza [1Corinzi 2 – II lettura].
        È stato infatti lo sguardo illuminato di Gesù nel “togliere il velo” su quello che, anche se non del tutto capito, può però essere anche da noi vissuto. [Acclamazione all’Evangelo Mt 11,25].
        Nel momento in cui presentiamo le nostre offerte all’altare ricordiamoci bene delle parole del Rabbi Nazareno: sono rivolte a noi oggi che purtroppo abbiamo abolito anche il timido segno del dono di Pace, con l’alibi del contatto contagioso.

Preghiamo con la Liturgia
O nostro Padre,
che nel tuo Figlio riveli la pienezza della Legge
fondata sul tuo amore,
fa’ che il popolo cristiano qui radunato
per offrirti l’offerta di sé stesso a noi,
sia coerente con le esigenze del Vangelo,
diventando così strumento fraterno di riconciliazione
e di pace in questo mondo.
Amen.

venerdì 6 febbraio 2026

Una Luce che dà sapore - 8 febbraio 2026

 

Vicina è la Parola








8 febbraio 2026

Domenica V anno/a

Isaia 58,7-10 / Salmo 111

1Corinti 2,1-5

Matteo 5,13-16


            Una LUCE che dà SAPORE

            Mi passi il sale, per favore?”

            Accendi la luce che qui non si vede nulla?!”

            Ma non sa di niente...!

Parole e gesti quotidiani che vanno al di là del loro uso abituale e che noi applichiamo alla sensazione che ci danno le persone “insipide” o le situazioni poco chiare.

Di sale sappiamo bene che non ce ne vuole troppo, ma nemmeno deve mancare… il giusto è per “far esaltare” il buono che già c’è, non per sostituirlo o per uniformarlo!

Anche la luce deve permettere di “vedere” non di accecare gli occhi!

Il sale in fondo non deve avere un suo sapore… ma piuttosto deve avere la capacità di farlo percepire.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,13-16

Come potevano credere i cristiani delle prime comunità alla reale possibilità che le parole di Gesù: “Voi siete la luce, voi siete il sale del mondo” potessero avere un riscontro nel loro vissuto quotidiano e nell’incidenza della loro presenza nel mondo?

Non erano già loro tentati dallo scoraggiamento e dal ripiegamento su di sé in una stasi di autoconservazione, in attesa del risolutivo “ritorno del Signore”?

Come possiamo credervi oggi noi che ci diciamo “i credenti”, di fronte all’incidenza che riscontriamo avere il messaggio evangelico così come lo viviamo e siamo capaci di annunciarlo?

Il regno di Dio” annunciato e già attuato dal Nazareno è “lievito” che tocca a noi ammassare come Chiesa nel mondo (cf Mt 13,33) o come “rete gettata nel mare” (cf v. 47)!

Quale senso possiamo dare a queste affermazioni così sicure, fondate certo sulla sua auto consapevolezza di “Emmanuele - Dio-con-noi” e non tanto sulle nostre reali capacità di conservare l’autenticità delle realtà umane, come il sale per gli alimenti, così da esaltare il gusto, la bellezza, la bontà… che già troviamo nel mondo?

Il racconto evangelico di Matteo riporta queste parole subito dopo la proclamazione delle “beatitudini del regno” (cf 5,1ss.): evidentemente dall’esperienza di un’esistenza pienamente aperta all’amore del Padre, il Figlio Gesù annuncia (cf 4,23) e comanda ai discepoli - e quindi a noi - di dare sapore all’esistenza del mondo illuminandola di luce nuova, la sua!

Qui si intende però di un sapore che anche brucia, di una luce che penetra e denuda, smaschera; tale è infatti “la vita delle beatitudini”: e noi cristiani dobbiamo rifletterla totalmente come chiamata e come missione, mai in autonomia e indipendenza, pena la nostra inefficacia! (Comunità di Viboldone)

Anche queste sono, come spesso lo sono le parole del vangelo, “promesse/comando” che ci riportano ancora una volta alla potenza della Parola: ciò che essa promette è possibile, realizza in quanto espressione dell’amore di Dio per noi.

Sono anche le “opere buone” che possono essere “viste” da chi è stato illuminato e ora è capace di gustarne la bontà e di ringraziare il Padre per il dono del suo amore che rende possibile un’esistenza felicemente realizzata in questo mondo. Luce in quanto e perché poveri, miti, puri di cuore, operatori di pace… Infatti, alla fine del racconto di Matteo il giudizio sarà proprio su di esse (cf 25,35ss.).

Ambientazione liturgica

L’azione liturgica che ci vede radunati in assemblea ci pone nella stessa situazione del popolo ebraico preoccupato di una pratica esteriore ed irreprensibile del culto, indaffarato a ricostruire il tempio distrutto, ma a cui il Signore Dio ricorda che, più dello splendore del culto, gli è gradito l’ospitare i senza tetto, il dividere il pane con l’affamato: “Allora sì la tua luce sorgerà come l’aurora” [Isaia 58,7-10 – I lettura].

Il rischio è quello che privilegiando il sapore e lo scintillio liturgico, la vita rimanga poi insipida e al buio, priva della sua amorevole presenza e azione [Antifone d’ingresso - Salmo 94,6-7 e alla Comunione – Sal 106,8-9]!

Nel rito del battesimo è affidata alla famiglia del neobattezzato una candela accesa al cero pasquale. Cristo risorto è “la luce”, noi battezzati siamo gli “illuminati” che, innestati nella sua morte-risurrezione, possiamo fare “opere buone”. Anticamente si metteva anche un pizzico di sale sulle labbra del battezzato…

Tale conformazione a Lui, che si rinnova nel sacramento eucaristico, ci permette di “vedere”, di comprendere cioè il cammino non mai misurabile nei suoi esiti, perché da inventare e da percorrere ogni giorno, che ci fa diventare come Lui “persone-per-gli-altri” (cf 4,18; 23,19): a contatto diretto con la misericordia sempre solo proveniente dal Padre e la novità imprevedibile di chi ci vive accanto [Acclamazione al Vangelo Giovanni 8,12].

Preghiamo con la Liturgia

O nostro Padre,

che fai risplendere la tua amorosa presenza
in chi opera per la giustizia e con amore,
dona alla tua Chiesa di essere
luce del mondo e sale della terra,
per testimoniare con la vita
la potenza di Cristo crocifisso e risorto.

Amen.

venerdì 30 gennaio 2026

Beati! ...cioè felicemente realizzati

 

Vicina è la Parola



1 febbraio 2026
Domenica IV anno a
Sofonia 2,3; 3,12 / Salmo 145
1Corinti 1,26-31
Matteo 5,1-12a

 

         Beaticioè felicemente realizzati

            Beato te!”.

        Un apprezzamento che non ho mai gradito perché forse motivato dall’invidia o dalla scarsa conoscenza della reale situazione altrui, oppure dal sopravvalutare i propri problemi. Comunque sentirsi appellati così è davvero una magra consolazione.

Fortunato te!” è il vero senso di quanto si vuol dire, il che è anche peggio perché discrimina fatalisticamente: “Io? E gli altri allora!”.

            Beati voi!”.

            Lo ascoltiamo ancora nel vangelo proclamato in questa domenica.

Una beatitudine rivolta all’assemblea che ascolta, ma che riguarda in realtà ogni essere umano che si riconosca nelle “nove” situazioni esistenziali descritte.

Chissà cosa avrà voluto davvero dire Gesù ai suoi discepoli da definirli così, con lo sguardo però rivolto alle folle che lo seguivano.

Quante volte le abbiamo interpretate come ingenue definizioni che “il mondo” non è in grado di capire o come l’ennesimo conforto ultraterreno ad un’esistenza vissuta nelle privazioni e nella tristezza: la rivincita dei perdenti!

 

Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,1-12

Stupisce, all’ingresso della proclamazione evangelica di Matteo, l’irrompere delle Beatitudini dopo il sintetico insegnamento del Nazareno sulla definitiva prossimità del regno di Dio e in modo inclusivo la sua azione curativa nei confronti della folla (cf 4,17.23-24).

Ora lo sguardo di Gesù prende voce, la sua postura “sinaitica” dà una prospettiva messianica alle sue enunciazioni : Egli proclama ad alta voce il suo modo di considerare l’esistenza umana e di viverla in prima persona, proponendola a quelli più vicini a Lui (cf 5,1-2). Infatti, il suo non è un “manifesto teorico e programmatico” che realizza la profezia (Isaia 61,1-3) bensì la reale possibilità, da Lui innanzitutto vissuta e inaugurata, di un’esistenza “felice subito… anche se non del tutto” (L. Evely).

Accettare questo “realismo evangelico”, non con rassegnazione ma con responsabilità, costituisce proprio il contenuto della prima beatitudine, quella della “povertà” (cf 5,3).

La comunità palestinese, contesto esistenziale del racconto evangelico matteano, ha sicuramente fatto nella sua pur breve esistenza l’esperienza di una vita cristiana connotata dalla gioia, pur tra le insidie causate dall’aver aderito a questa nuova proposta religiosa. La comunità delle beatitudini non è certo un gruppo di esaltati o di ingenui sognatori, anestetizzati verso le problematiche storiche e sociali. È una comunità dove ai piccoli ed ai poveri sono riconosciuti valore e dignità, poiché tutti hanno scelto di seguire Cristo sulla via del perdono e del servizio reciproco (vedi tutto il capitolo 18!).

La povertà economica e sociale non è di per sé fonte di felicità, come la ricchezza non lo è d’insoddisfazione! La “beatitudine evangelica” ci chiede e ci consente di non essere sprovveduti e nemmeno ipocriti: ricchi pur aiutando i poveri e poveri maledicendo i ricchi…

La povertà interiore è indicata come prima beatitudine, a patto che non rinunciamo a essere felici nelle altre diverse o avverse situazioni della vita anche se non possiamo esserlo completamente. Forse è anche questo il motivo del verbo al presente che la connota, come l’ultima (cf v.3b e 10), mentre le altre sono declinate al futuro. Gesù nazareno ha pensato e vissuto così, da figlio del Padre, povero per libera scelta perché totalmente affidato a Lui (cf Mt 11,29): mite, afflitto, misericordioso, portatore di pace e assestato della comunione con Lui. Egli chiama anche noi a essere e agire come lui (la conversione di 4,17a), come è stato “subito” per quei quattro pescatori di Cafarnao, nella loro libertà e prontezza a seguirlo (cf vv. 18-22).

 

Ambientazione liturgica

Beato chi siede nell’assemblea dei giustificati” (Salmo 1).

Questa beatitudine è rivolta a noi nel momento del culto: siamo insieme, in compagnia di altri, salvati. Questo inizio del salterio descrive il nostro inizio liturgico: siamo riuniti perché salvati, questa è già la nostra beatitudine! (cf Apocalisse 7)

Beati coloro che ascoltano e osservano la Parola di Dio” (Luca 11,28).

Anche questo è da ricordare bene quando ascoltiamo le letture nella liturgia della Parola: siamo beati perché possiamo ancora ascoltarla, insieme… ma molto di più quando potremo praticarla.

La beatitudine evangelica ci dà anche il senso e incarna oggi l’esperienza del popolo ormai sull’orlo della rovina per la sua presunzione di “farsi grande” in mezzo agli altri, dimenticando di essere stato liberato dalla schiavitù del potere umano per la potenza della Parola. Sofonia annuncia l’incedibile: solo coloro che si affidano al Signore, i poveri umanamente diseredati, potranno godere di una vita serena. [I lettura]

Nella comunità cristiana serpeggia però la stessa tentazione di confidare nella propria presunta ricchezza e umana sapienza. Ad essa Paolo annuncia che Dio sceglie i poveri in quanto capaci, vuoti di sé, di accogliere il suo amore gratuito. [II lettura]

Beati gli invitati alla cena di nozze dell’Agnello(Apocalisse 19,1 ss.).

Non ne saremo mai abbastanza degni, ma possiamo dirci beati di essere stati invitati e di aver accettato l’invito! Fin dal mattino possiamo lodare: “Egli dà il pane all’affamato… libera il prigioniero… protegge lo straniero... ama e sostiene l’orfano e la vedova”. [Salmo 146]

 

Una traduzione possibile

            Coloro che si fidano solo di Dio sono beati,

                        perché Egli è già tutto per loro.

            Soffrono oppressi eppure sono beati,

                        perché sarà Dio a liberarli.

            Non sono prepotenti e sono beati,

                        perché Dio donerà a loro un mondo migliore.

            Quanti desiderano e cercano il bene che Dio vuole per noi

                        sono beati, perché Egli per primo realizzerà i loro desideri.

            Provano amore e tenerezza per gli altri:

                        sono beati, perché Dio li avrà nel suo cuore.

Coloro che sono semplici e sinceri sono beati,

             perché Dio si farà conoscere a loro.

Quanti che realizzano la pace sono beati,

             perché Dio li considererà suoi figli.

I maltrattati per aver compiuto la volontà di Dio sono beati,

             perché Egli la compie in loro.

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che nel tuo Figlio Gesù

hai promesso ai poveri e agli umili

la gioia piena del tuo regno,

dona alla tua Chiesa

di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore

sulla via delle beatitudini evangeliche.

Amen.

Basteranno 40 Giorni? - Quaresima/A 2026

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