Vicina è la PAROLA
11 ottobre 2026
XXVIII domenica to/A
Invitati a vivere
Siamo abituati a contrapporre diritti e doveri come irrinunciabili per vivere ed a cui sottostare, anche a malincuore. Di mezzo ci sono le rivendicazioni individuali e sociali, da difendere strenuamente… senza accorgerci che l’essenziale di vivere ci è già donato e non serve pretenderlo o rivendicarlo.
Mi chiedo se anche la libertà sia un diritto o un dovere; così la pace… o il lavoro e la salute, o l’istruzione. Anche l’esistenza stessa può essere vissuta come un diritto o un dovere oppure, alla maniera consumistica, approfittandone. Se invece la considerassimo come un invito, un’opportunità sempre nuova che ci viene offerta, magari proprio quando tutto quello che ci sembrava in nostro potere si è esaurito… o quando un ostacolo imprevisto ci obbliga a fermarci.
Mi sorprende che questo invito non abbia nulla di formale o di ufficiale e che si rinnovi sempre, in modalità ogni volta inedite e che giunga a destinazione anche quando non siamo ben disposto e a dispetto di tutto.
A noi spetta dare una semplice risposta e forse è meglio non farlo attendere!
Contestualizzazione evangelica di Matteo 22,1-14
La terza parabola, dopo i vignaioli perfidi (21,33-43) e i due figli (vv. 28-32), accentua la gravità del rifiuto di Gesù da parte dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo nel contesto del banchetto nuziale che biblicamente evoca il rapporto di Alleanza tra il Signore e Israele suo popolo (cf Isaia 22,12; 25,6-10; 54,1-3)
Le tre parabole costituiscono un unico percorso narrativo di polemica per la sempre più evidente presenza messianica di Gesù tra la gente (cf 9,15; 12,25ss. Giovanni 2,1-12) infatti, in quest’ultima, solo dopo l’uccisione degli emissari e la conseguente vendetta, il re giunge al desiderio di chiamare tutti, senza discriminazioni, alla festa nuziale del figlio che nella precedente parabola era stato ucciso (cf 22,1-10; 21,37-39). Questa festa forse allude alla celebrazione gioiosa della sua risurrezione nella comunità messianica, in cui tuttavia continuavano a verificarsi le dinamiche già descritte. Può valere anche l’ipotesi che la prima parabola riguardi Israele, la seconda Gesù, la terza si riferisca più alla Chiesa con l’interrogativo di fondo: quale ruolo ha ancora Israele nella storia della salvezza?
L’evangelista ci riferisce così l’esperienza delle prime comunità in rapporto con il regno di Dio annunciato fin dall’inizio dal Nazareno (cf Mt 4,17.23; 5,3.10) a cui tutti si è chiamati gratuitamente e senza alcuna discriminazione: rifiutare l’invito apre però alla possibilità di una propria auto esclusione (vv. 11-13).
La mancanza dell’abito nuziale evidenzia infatti l’aver accettato l’invito però con altre motivazioni e di non voler partecipare a una comunione personale e gratuita; quindi alla fine si è smascherati! Può essere stata una situazione frequente tra i primi credenti: molti si avvicinavano alla comunità per curiosità, attratti dalla novità o per opportunità… ma prima o poi veniva un momento in cui chiedersi o sentirsi dire: “Amico, come mai sei entrato qui?”.
Non c’è dunque un “lieto fine” nel racconto, anzi la dimensione conflittuale perdura anche oggi e costituisce il percorso del regno di Dio nella nostra storia.
Ambientazione liturgica
“Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello” così siamo ammessi alla comunione eucaristica. È una dimensione che spesso ignoriamo: la liturgia festiva è una “festa nuziale” in cui Cristo Sposo nutre di sé stesso la sua Sposa, cioè noi Chiesa (cf Efesini 5,29).
Basterebbe questo per darci una consapevolezza sempre nuova nel partecipare con un atteggiamento molto diverso da quello “devozionale e intimistico” o “individualistico” che ci contraddistingue.
Così preghiamo dopo la prima lettura: il Signore prepara per noi un banchetto [Salmo 23].
È poi davvero triste che non pochi si siedano alla mensa senza poter o voler toccare cibo!
Il convito messianico è infatti per tutti e se c’è ancora un “resto” esso ha la missione di estendere l’invito [Isaia 25 – I lettura].
Gesù non ha usato solo l’immagine del banchetto messianico, ma in una cena (come era solito fare) ha consegnato sé stesso ai suoi discepoli e lo fa adesso con noi. Per noi questo è memoria di quello che fece Lui con i suoi discepoli e nello stesso tempo profezia di un futuro di Dio con tutta l’umanità, di cui la festa nuziale può esserne la similitudine più vicina: la gioia.
L’eucaristia che celebriamo ancora una volta ci giudica in base al nostro modo di parteciparvi: possedere ed escludere o ringraziare e condividere.
Solo noi possiamo autoescluderci dalla festa e dalla sua gioia escludendo qualcun altro!
Preghiamo con la Liturgica
Padre, che inviti
alle nozze pasquali del tuo Figlio
tutti
gli esseri umani, senza distinzioni,
rivestici dell’abito
nuziale
e fa’ che accogliamo tutti
al sorprendente banchetto del tuo amore.
