venerdì 31 luglio 2026

"Condividere per moltiplicare" - Domenica 2 agosto 2026/XVIII anno'a

 

Vicina è la PAROLA








2 Agosto 2026

XVIII Domenica anno/a

Isaia 55,1-3 / Salmo 144

Romani 8,35.37-39

Matteo 14,13-21

Condividere per moltiplicare

La matematica non è mai stata il mio forte… ma ricordo che fin dalle elementari + e andavano insieme e si imparavano prima; poi veniva il x e il ÷ ...e lì era un po’ più difficile.

Ma crescendo ho anche capito che la difficoltà non era tanto matematica, ma piuttosto “umana”, radicata nel bisogno di possesso legato alla sopravvivenza personale: “ciò che è mio è mio… e ciò che è tuo è mio”.

Siamo sempre un po’ diffidenti e paurosi di essere “espropriati” e che non rimanga nulla per noi. A questo si aggiunge anche il pregiudizio che quanto condividiamo vada sprecato o per lo meno che qualcuno se ne approfitti. Da bambini con mio fratello vigeva una regola: chi divide prende per ultimo!

Le risorse del nostro pianeta non sono infinite, ma ancora sufficienti per tutti… se imparassimo dai bambini o se non ci dimenticassimo troppo facilmente che l’amore ci porta a condividere e moltiplica… il necessario, il tempo, lo spazio, i beni.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 14,13-21

Ancora una volta il contesto di questo brano evangelico è problematico: il martirio di Giovanni il battezzatore (vv. 1-13a); la situazione di indigenza della folla numerosa che segue Gesù (vv. 13b-14; cf 4,23; 9,35-36, 15,32; 20,34).

Gesù si sente minacciato e “batte in ritirata”?

Il “luogo deserto” dove ritirarsi “tutto solo” indicherebbe piuttosto il bisogno di raccogliersi, di riflettere sul suo destino futuro e di fare le scelte giuste; un atteggiamento che gli permette, come altre volte fa notare Matteo, di “guardare da dentro” le situazioni facendosi coinvolgere profondamente e di prendersi cura, dimostrando un amore sempre più concreto che trova soluzioni alternative a quelle dei discepoli, soprattutto “personali” e compromettenti (vv. 13-16).

Egli anzitutto espone sé stesso, la sua vita donata dal Padre per le esigenze degli altri, senza potere o possesso, solo per compassione, questo è il vero miracolo che solo un Dio che ama può fare in Gesù e per tutti.

Anche il “gesto” della condivisione dei “cinque pani e due pesci, dal tono “eucaristico” nell'uso dei "5 verbi" (cf 26,26-27), non è solo per saziare la fame ma per riallacciare tra le persone relazioni perdute indispensabili ad una vita dignitosa e piena (v. 19; cf Salmo 23,2).

Questa è stata fin dall’inizio l’esperienza delle prime comunità cristiane che le ha portate a dare molta importanza a questi episodi della vita del Nazareno (sei nei racconti evangelici!): in ogni loro situazione, anche quella più complicata e disperata che li ha messi davanti alle loro povertà, c’è sempre Lui che “spezza” il pane per loro e sazia con il suo amore il bisogno di un nuovo rapporto con Dio (cf 5,6). È gente di ogni provenienza che si ritrova in un nuovo popolo di cui fa parte tutta l’umanità, insieme a Israele ora vede nel Messia nazareno il nuovo Mosè che “nel deserto” sfama la sua gente e con loro attraversa le acque tempestose della storia (cf vv. 22-33).

I primi cristiani, nella memoria dei gesti e delle parole del Signore, hanno ispirato le loro scelte e i loro comportamenti adavevo fame e mi avete dato da mangiare, sete…” (cf Mt 25,35 ss.), dando a tutti testimonianza che è possibile vivere in un mondo dove “a nessuno manchi il necessario” (Atti 4,34; 2Corinzi 7 e 9) e che “c’è più gioia del dare che nel ricevere” (At 20,35).

Ambientazione liturgica

Ormai la celebrazione eucaristica è l’unico momento in cui ci vediamo come comunità cristiana, anche molto eterogenea… con le più svariate esperienze di vita, situazioni e necessità.

Lo sguardo del Signore Gesù è su tutti noi e ci vede dentro, in profondità e prova per noi un amore unico, capace di saziare quella “fame e sete” che noi nemmeno avvertiamo, ma che Lui conosce bene e che solo il suo amore può soddisfare [Romani 8 – II lettura].

Per noi, che siamo abituati a prezzare tutto e a comprare dando valore alle cose per il loro costo, possono sembrare improbabili le parole profetiche di Isaia 55 [I lettura], ma accoglierle con fiducia e senza preclusioni ci permetterà di arricchirci con la povertà che il Padre ha manifestato nell’umanità del suo Figlio, che fa sua la nostra “vincendo ogni paura di perdersi, su ogni egoismo e sulla fame che l’egoismo genera” [Salmo 144].

È la comunione che fa nascere un nuovo legame, inseparabile nonostante le nostre distanze.

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che apri la tua mano

e sazi ogni vivente,

fa’ che nulla mai ci separi dal tuo amore,

pane che nutre le profondità dell’esistenza

e comunione con ogni essere umano.

Amen.

2 commenti:

  1. Il racconto mette subito in discussione un’idea profondamente radicata di Dio: quella di un Dio che interviene dall’alto, che risolve i problemi, che agisce al posto dell’uomo.
    Ma il Dio di Gesù non è affatto così.

    Non è il dio dei miracoli spettacolari né un mago che rimedia alle mancanze umane.
    È un Dio che coinvolge, che espone, che affida.

    Di fronte a una folla affamata, i discepoli fanno ciò che sembra logico: analizzano la situazione, riconoscono i limiti e propongono una soluzione organizzativa.
    Congedare, rimandare, delegare.
    È la logica dell’efficienza e della distanza.

    Ma Gesù rompe questo schema con una parola disarmante: «𝐷𝑎𝑡𝑒 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑑𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑎𝑟𝑒».
    Non offre un metodo, né una strategia.
    Consegna una responsabilità.

    Questo comando costringe a cambiare prospettiva.
    Non basta riconoscere i bisogni: il discepolo è chiamato a impegnarsi.

    La fame della folla non è solo mancanza di pane: è fame di relazione, di significato, di fraternità.
    È fame di presenze che non si limitino a osservare da lontano.

    Gesù non chiede cose irreali, ma ciò che già abbiamo: cinque pani e due pesci!
    La logica del Regno non parte dall’abbondanza ideale, ma dalla povertà reale.

    Cinque pani e due pesci non risolvono il problema, ma diventano il punto di partenza.
    Quando ciò che abbiamo viene donato, spezzato e condiviso, smette di essere insufficiente.

    Il miracolo non è un atto magico, ma un processo umano trasformato e trasformante.
    La benedizione non elimina la povertà: la rende feconda.
    Il pane passa di mano in mano, attraverso i discepoli.
    È così che Dio agisce nella storia: non sostituendosi all’uomo, ma passando attraverso di lui.

    Questo Vangelo ci libera da un’illusione pericolosa: quella di aspettare che Dio faccia ciò che spetta a noi.
    Dar da mangiare significa prendere la responsabilità di far vivere, sostenere e generare umanità con ciò che siamo e con ciò che abbiamo, anche se appare poco.

    È così che cinque pani sfamano cinquemila persone.

    𝑰𝒏𝒗𝒊𝒕𝒐
    C'è una situazione nella mia vita in cui sto aspettando che qualcun altro risolva - congedando, rimandando, delegando - invece di portare ciò che ho?
    Cosa ho in mano in questo momento - anche se mi sembra poco - che potrebbe diventare pane spezzato per qualcuno?

    RispondiElimina

Sembra facile: Domenica 13 settembre 2026 - XXIV TO/A

  Vicina è la PAROLA 13 Settembre 2026 XXIV Domenica TO / A Siracide 27,33- 28,9 / Salmo 103 Romani 14,7-9 Matteo 18,21-35 ...