Vicina è la PAROLA
20 settembre 2026
XXV DOMENICA TO/A
Amico, quel che è giusto…
Sentiamo parlare di “un’economia giusta”, che includa pari dignità di genere sul lavoro, giusta retribuzione, abolizione dei privilegi, riconoscimento dei diritti acquisiti in base agli incarichi svolti, ma che soprattutto non può ignorare i valori proposti dall’ONU riguardanti l’impatto ambientale, la sostenibilità sociale e tutti gli altri obiettivi — in tutto sono 17 — da rispettare e realizzare entro il 2030 per uno sviluppo economico sostenibile e «giusto».
La meta prefissata è nobile ma necessita della speranza che davvero non rimanga solo una buona intenzione, è appunto una meta umanamente ragionevole, condivisibile da tutti e, proprio per questo, perseguibile.
Esiste però un’altra logica economica, anch’essa perseguibile o che potrebbe essere attuabile almeno da chi, oltre a riconoscersi membro di una comunità umana, aneli a un’ulteriore e fondamentale indicazione di senso della propria esistenza e che non si basi solo sull’eguaglianza e sulla parità, ma sulla singolarità di ciascuno.
Che profitto può ricavarsi da tale economia?
Quanto tempo servirà al padrone per ridurre al fallimento la sua attività se agisce così? Sono domande che mettono in questione quanto l’evangelo di Gesù prospetta: o non capisce nulla di economia per cui il fallimento di tali indicazioni è scontato, oppure per poter rispondere e verificarne la validità bisognerebbe provare a mettere in atto un sistema economico di tal genere. Un’utopia? Forse, ma senza utopie il mondo non sarebbe andato avanti di molto.
(Liberamente da uno scritto di Ester Abbattista)
Contestualizzazione evangelica di Matteo 20,1-6
La narrazione di Matteo sposta la predicazione del Nazareno dalla Galilea alla Giudea e attira sempre molta gente bisognosa di cure e che trova da lui la guarigione (19,1-2).
I farisei gli sottopongono problematiche che erano già vissute anche dalla prima comunità come il matrimonio e la scelta della verginità (cf vv. 3-12), la presenza dei bambini (cf vv. 13-15), l’uso delle ricchezze economiche (cf vv. 16-29).
La chiave di svolta è il v. 30 che mette al centro “gli ultimi” nella sua predicazione evangelica e soprattutto nella vita della comunità cristiana sull’esempio del Signore: i discepoli della prima ora non hanno nessun vantaggio sui credenti dei tempi successivi, questo anche Pietro deve capirlo bene e, ancora una volta, il racconto evangelico di Matteo ne dà spiegazione con una parabola presa dall’ambiente rurale.
Colpisce l’insistenza del “padrone” nell’uscire a chiamare lavoratori a tutte le ore (vv. 1-7), il patteggiare il salario (vv. 2.9-10), la possibilità di contestare (vv. 10-12), la riaffermazione del principio: gli ultimi saranno i primi, e i primi ultimi (v. 16).
I lavoratori della "prima ora" possono indicare Israele (l'elezione, la promessa legata poi all'osservanza della Torah) e coloro che si avvicinavano via via alla comunità cristiana e che entrano a farne parte: chiamati in momenti diversi e tutti parte della stessa compagnia. Il "padrone" (anche re/signore), nel corso della parabola si rivela più che un datore di lavoro un "amico" che cerca collaboratori, non servi e in effetti non gli interessa la produzione, ma che nessuno rimanga "disoccupato": tutti possono essere utili nel "regno", anche gli sfaccendati... gli inconcludenti, quelli che nessuno vuole alle proprie dipendenze: a questo "padrone" stanno a cuore le persone e che tutte possano ricevere non una retribuzione, ma il dono del suo amore gratuito.
Non si tratta quindi di un “proverbio messianico”, ma di una prassi ecclesiale che emerge anche da perplessità e contrasti sul ribaltamento di gerarchie ritenute inamovibili fuori dalla comunità (in piazza) ed al suo interno (nella vigna): in essa non c’è spazio per arrivismi e precedenze, tutti siamo figli dello stesso Padre, è questo il principio di uguaglianza nel quale riconoscersi. Il vangelo di Matteo lo aveva già annunciato all’inizio: il suo amore è l’unica giusta ricompensa (cf 5,44-48).
E non si tratta di una dichiarazione generica, ma di un invito personale: “tu… amico” (vv. 13-14), siamo ciascuno interpellati individualmente a non essere presuntuosi della nostra chiamata rispetto agli altri e a confidare con loro di non esserne esclusi.
Ambientazione liturgica
Entriamo in chiesa un po’ alla spicciolata, la nostra attenzione rischia di essere rivolta esclusivamente “in alto”, trascurando chi ci è a fianco e magari è entrato prima di noi. Così ci sfugge che tutti, in realtà, siamo cercati e trovati, invitati a entrare operosamente in relazione con il Signore che vuole capovolgere la nostra mentalità e mettere in discussione il nostro rapporto con Lui rispetto a quello con gli altri [Evangelo].
Siamo così accompagnati a percorrere vie che non sono abitualmente le nostre, ma che ci conducono più vicini a Lui e tra noi; a colmare distanze di pensiero non solo verticali, ma orizzontali [Isaia 55 - I lettura].
Il regno di Dio è infatti costituito da nuove relazioni basate sulla gratuità del dono che non violenta la libertà di alcuno, anzi la suscita e invita a lavorare con Lui gratuitamente, senza per questo essere invidiosi degli altri [Filippesi 1 - II lettura].
Se con il suo amore Egli sempre per primo ci precede e ci fa strada, tutti allora siamo dell’ultima ora! Solo Lui infatti è l’unico che ha portato il peso di tutta la giornata, è il servo/figlio della prima e dell’ultima ora, perché la sua ora è stata quella del dono supremo e totale di sé stesso per tutti, senza distinzioni, aderendo alla prossimità del Padre verso l’umanità.
Tutti siamo felici di essere invitati al suo banchetto di nozze [Comunione] ed ogni comunità eucaristica, spogliandosi di ogni pretesa arrivistica, dovrebbe accogliere “gli ultimi arrivati”, chiunque essi siano, ringraziando insieme nella gioia per l’infinita misericordia del Padre [Salmo 145].
Preghiamo con la Liturgia
O Padre,
i
tuoi pensieri sovrastano i nostri
quanto il cielo sovrasta la
terra:
concedi a noi la gioia semplice
di essere tuoi
collaboratori
con
quanti tu chiami,
senza contare meriti e fatiche,
lieti
solo di portare frutti buoni
per la speranza del mondo.
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