Vicina è la PAROLA
5 Luglio 2026
XIV Domenica dell’anno/A
Zaccaria 9,9-10 / Salmo 144
Romani 8,9…13
Matteo 11,25-30
https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260705
Una novità che sale dal basso
Ogni mattina alzandoci e accendendo la tv, ci aspettiamo la tanto desiderata notizia di una pace improvvisa e definitiva, invece siamo ulteriormente appesantiti e oppressi da altre notizie che ci affliggono ancora di più, soprattutto gesti di insulsa violenza da parte di giovanissimi o di inciviltà e di intolleranza.
Cerco un approccio sereno e realista con il mondo, con tutti i suoi problemi e drammi... ma a volte, anche dovuto alla stanchezza, mi sale un malessere e una sensazione di non potercela fare a sopportare tutto questo. In un attimo spariscono tutti i segnali positivi, di bellezza che fino ad allora mi incoraggiavano.
Sarà perché penso di doverlo portare tutto io, da solo questo peso? È come se lo sentissi tutto sulle mie spalle… ma non sono solo!
La storia della nostra umanità, con le sue imperscrutabili tracce, mi testimonia che solo in forza di povere, parziali anticipazioni è possibile intravvederne il suo pieno compimento e alimentare così la speranza: non in avvenimenti che ribaltano la situazione, ma in sotterranei e inarrestabili flussi vitali che nessuna guerra, oppressione o stanchezza possono annientare, che sfuggono ad analisi sociologiche e considerazioni strategiche, mentre li ritroviamo nella buona e bella notizia della paternità di Dio che Gesù rivela all’umano con la sua valenza filiale.
Essere umani aperti all’incomprensibile, radicati nella fiducia e nella riconoscenza di una relazione di fondo che comunque ci precede e ci sostiene nel nostro procedere.
Contestualizzazione evangelica di Matteo 11,25-30
Quando Gesù ebbe terminato di dare istruzioni ai suoi dodici discepoli/apostoli sulla loro missione parte di nuovo per insegnare e predicare il regno di Dio nelle città dove vive la gente (cf 11,1).
L’evangelista inserisce qui l’interesse del Battista per l’operato messianico del Nazareno, le sue perplessità e forse la sua delusione per l’eccessiva indulgenza che sono l’occasione per un elogio da parte di Gesù stesso e un rimprovero severo e drammatico per l’incredulità dei suoi ascoltatori e connazionali (cf vv. 2-24). Emerge il vissuto delle comunità palestinesi: mentre gli altri ebrei non si fidano, i pagani sono affascinati e convertiti dal suo vangelo.
Un’inaspettata lode al Padre che ci dà uno squarcio dell’intimo rapporto di Gesù con Lui che contiene anche la risposta per una vera esperienza del regno di Dio e di Colui che è inviato ad annunciarlo: il rapporto filiale con il Padre all’interno del quale Egli si fa conoscere (cf vv. 25-27)
La conclusione è tanto famosa quanto fraintesa (cf vv. 28-30).
Stanchi e oppressi sono tutti coloro che incontrano Gesù nel suo cammino; la sintesi di 9,35-37 è molto espressiva: si tratta di una stanchezza fisica e interiore causata da ogni tipo di malattia e infermità.
L’oppressione è dovuta alla situazione di sbando: pecore che non hanno pastore, un popolo abbandonato a sé stesso dalle autorità religiose e politiche, oppresse da un’interpretazione legalistica e formale della Torah, appunto opprimente (cf Sofonia 3,9; Geremia 2,20; 5,5).
Gesù è Colui che libera da questo peso attraverso uno stile di vita e di missione che esprimono la sua osservanza filiale della Torah, la sua umiltà cioè “dal basso”, non imponendola dall’alto come ogni potere, compreso quello religioso.
È questa “leggerezza e soavità” che vuole comunicare a chi lo segue: un “giogo” da portare insieme con Lui, procedendo “accoppiati” e non da soli.
Lo stile evangelico del Nazareno è infatti esso stesso proclamazione di una beatitudine nuova liberante e gratificante nello stesso tempo (cf 5,3), che riempie di vita e di gioia, pur nel travaglio dell’esistenza, perché generata dall’amore.
Ambientazione liturgica
Soprattutto in questo periodo estivo le nostre assemblee liturgiche si assottigliano ancora di più, tuttavia la parola profetica ci identifica come “resto” di gente portatrice di luminosa speranza, simboleggiata dalla “figlia di Sion”, promessa di gioia e di pace [Zaccaria – I lettura].
L’esistenza di Gesù nazareno, custodita e consegnata a noi dalla narrazione matteana, è il compimento di questa profezia se Egli viene accolto e creduto come portatore di novità reali e gioiose, già preannunciate nella pur drammatica vicenda storica di ogni popolo sempre più oppresso [Evangelo].
Spiragli di luce e di vita alimentano così la speranza e permettono al soffio dello Spirito di renderci partecipi della morte e risurrezione del Figlio, e di essere pienamente vivi in Lui [Romani – II lettura].
Nella Liturgia celebrata assieme siamo coinvolti allo Spirito in questa esperienza di vita nuova e illuminati dalla sapienza del Vangelo affinché possiamo portare soavemente il peso del vivere quotidiano, senza farci opprimere da tutto ciò che sembra volerci schiacciare e privarci della speranza, e questo sarà più “soave” se porteremo “i pesi gli uni degli altri” (cf Galati 6,2).
La nostra “lode al Padre” si eleva con quella del Figlio insieme a tanti nostri fratelli e sorelle che ritengono di non poterlo fare nella loro piccolezza e insignificanza, pensano di non esserne degni o capaci.
Preghiamo con la Liturgia
Padre,
che ti riveli ai semplici e ai piccoli
e doni ai poveri l’eredità del tuo regno,
rendici miti e umili di cuore,
partecipi della morte risurrezione del tuo Figlio,
affinché annunciamo al mondo
la gioia che viene da Te.
Amen.
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