Vicina è la PAROLA
12 Luglio 2026
XV Domenica dell’anno/A
Isaia 55,10-11 / Salmo 64
Romani 8,18-23
Matteo 13,1-23
https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260712
La forza della PAROLA
Le parole hanno il potere straordinario di plasmare la realtà e influenzare profondamente le nostre emozioni. Lo constatiamo soprattutto oggi attraverso i social che esse non sono semplici strumenti per comunicazione ma potenti mezzi capaci di creare ponti o distanze, guarire ferite o infierire sui più deboli e sprovveduti, influenzare il benessere psicologico o gettare nello sconforto e nella depressione... sceglierle con cura ed empatia definisce il nostro posto nel mondo e il modo di vivere la quotidianità.
Lo sa molto bene chi di noi ha insegnato e ha colto la sfida di essere ascoltati “pretendendo” attenzione o tentando di coinvolgere nel dialogo con qualche interessante espediente. Tempo perso?... un ulteriore buco nell’acqua!
Ecco la forza della parola quando è usata per stabilire un dialogo, un ponte, ed emerge in tutta la sua invitta vitalità. Mi sorprendo quanto sia importante da parte di noi adulti non possedere la parola, ma lasciarla andare affinché si getti come seme nella terra, senza preoccuparci di altro… che non sia imprigionata, che rimanga libera di entrare, di posarsi e di agire (cf Paolo a Timoteo II 2,9; Salmo 147, Atti 6,7;11,21; 21,20).
È il terreno che permette di germogliare o il seme che ne ha in sé tutta le potenzialità?
Contestualizzazione evangelica di Matteo 13,1-23
Il contesto nel quale Gesù inizia la sua “nuova” predicazione è problematico e polemico.
In questo capitolo 13 emergono anche le difficoltà incontrate dalle comunità cristiane del I secolo nel loro annuncio dell’evangelo: entusiasmo iniziale, adesioni e defezioni, conflitti e divisioni al loro interno… gli insuccessi mettono a dura prova anche i credenti più ferventi e li fanno dubitare delle loro capacità.
Fin dall’inizio del suo ministero messianico il Nazareno si è messo in contrasto con la precettistica farisaica e la sua interpretazione della Torah (cf 5,21 ss.; 7,15 ss. 28).
Le occasioni di scontro sono ben descritte nel capitolo 12: infrange la regola del sabato, anche con guarigioni “fuori legge” che determinano il tentativo di ucciderlo (vv. 1-14). Nonostante “guarisca tutti”, realizzando la profezia di Isaia 42,1-4 (vv. 15-21), il suo agire è frainteso e addirittura ritenuto demoniaco proprio da chi è incapace di vedere e di esprimersi, di accogliere l’agire misericordioso di Dio in Gesù (vv. 22-37; 43-45).
L’unica possibile identificazione è con il profeta Giona (vv. 38-42).
Il colmo è raggiunto con l’intervento dei suoi familiari che permette al Nazareno di chiarire ogni autentico legame con lui “compiendo la volontà di Dio” (vv. 46-50; cf 5,12; 7,28).
Nonostante tutto Gesù continua a “uscire”, a incontrare le folle in riva al mare e, consapevole dell’opposizione così palese, intraprende “un nuovo genere di predicazione”, “in parabole” (cf 13,1-3).
Il motivo non è immediatamente capito dai discepoli (v. 10) e anche noi moderni abbiamo dovuto indagare molto sul “metodo parabolico” utilizzato da Gesù per non rischiare di fermarci al “raccontino”, banalizzando il contenuto e i significati delle numerose “parabole evangeliche” (cf gli studi fondamentali di Ch. E. Dodd, J. Dupont, J. Jeremias, H. A. J. Ianovitz O., B. Maggioni).
È interessante che sia Gesù stesso a spiegare la sua scelta, citando ancora Isaia (6,9-10 nei vv. 14-15): coerente con le sue esigenze già espresse in 11,25-27, la comprensione e l’accoglienza del suo operato messianico dipendono da un atteggiamento di fondo disponibile a farsi interpellare personalmente e profondamente [ascoltare e non solo sentire; vedere e non solo guardare], non sottraendosi alla fatica di interpretare la propria esistenza alla luce del suo evangelo e mettendosi in discussione (cf vv. 11-18).
Questa è anche l’identità del discepolo, “nuovo scriba della Torah” (vv. 51-52).
La prima serie di parabole (vv. 1-52) attesta che, nonostante le situazioni siano spesso sfavorevoli, “il seme del regno” è gettato e comunque germoglierà dando frutto oltre ogni aspettativa ed opposizione: questo vale per la predicazione di Gesù e dei suoi futuri discepoli (vv. 3b-8; 19-23).
Ambientazione liturgica
La Parola che ascoltiamo insieme nell’assemblea liturgica ci arriva così vicina e nello stesso tempo inafferrabile, vitale eppure trascurabile, tuttavia prossima alla storia di ciascuno e dell’umanità in ogni situazione di schiavitù, di oppressione, di irrisione, per manifestare anche lì la presenza misericordiosa del Dio-che-salva perché ama gli esseri umani. Così è stata percepita dai profeti di Israele, identificando con essa la propria esistenza nella gioia di conoscerla, nel travaglio di annunciarla, nella beatitudine di credervi. [Comunità Monastica di Viboldone]
Saremo noi capaci di accoglierla così, di realizzarla nella nostra esistenza nello stesso momento in cui essa stessa compie in noi ed in mezzo a noi ciò per cui ci è stata mandata? [Isaia 55 – I lettura].
“E’ Gesù stesso, Parola fatta carne umana, a realizzarne il suo essere apertura a noi, dono vitale, amore per gli altri, nel suo esistere da Figlio. Gesù di Nazaret, Parola e Figlio, è l’espressione compiuta della vita, dell’amore del Padre, è nell’umanità e nella sua storia seme che la feconda nonostante la sua sterilità, la fa matrice di vita e ne fa emergere potenzialità altrimenti inerti ed ignorate”. [CMV]
Tale è la portata del nostro ascolto/obbedienza, adesione gioiosa di credere! [Evangelo]
Nelle nostre difficoltà e fallimenti, si manifesta un travaglio operoso ed il prodigio di un’inarrestabile voglia di vita più potente dell’incombente morte che spesso paralizza la terra [Romani 8 – II lettura].
“Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio… e la vivono, ogni giorno” (cf Mt 13,16).
Preghiamo con la Liturgia
Padre,
che
continui a seminare
la tua parola nei solchi
dell’umanità,
accresci in noi,
con
la potenza del tuo Spirito,
la disponibilità ad accogliere il
Vangelo,
per portare sempre e ovunque,
frutti di giustizia e di pace. Amen.
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