venerdì 26 giugno 2026

Amare genera vita - Domenica 28 giugno 2026/XIIIAnnoA

 

Vicina è la PAROLA








28 Giugno 2026

XIII Domenica anno/A

2Re 4,8…16 / Salmo 88

Romani 6,3-4.8-11

Matteo 10,37-42


L’AMORE genera

La generazione è in sé un processo vitale in cui il “travaglio” porta all’esito finale ma ne accompagna ogni passaggio ed esso può interrompersi quando “il rischio” non è affrontato con sufficiente consapevolezza e resilienza.

Così accade che una parte muoia e un’altra continui vivere, anzi si sviluppi in modo incredibile; così un legame può venire meno e ne possono fiorire di nuovi; in un primo momento tutto sembra finito e subito dopo ricomincia.

Generare implica anche una “separazione” e in quella “scissione” passa la vita, fin dalle prime cellule embrionali e poi via via… fino alla “fine”. Tutto scaturisce dall’amore perché la sua natura è generare: non è mai sterile anche se la sua fecondità è imprevedibile e non determinabile.

Anche educare è generare, anzi essere adulti implica proprio la capacità di generare.

La stessa parola è generativa come lo è l’esperienza se condivisa.

L’esistenza di ogni persona vale proprio per quanto è capace di generare negli altri il desiderio ed il valore di vivere.

Questo ha fatto il Nazareno con i suoi discepoli nella sua consapevolezza di figlio/fratello “inviato”, ed è quello che anche noi possiamo fare quando in ogni scelta anteporremo l’amare a ogni volontà di possedere noi stessi.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 10,37-42

“Dopo la sezione sul coraggio e la fiducia che devono caratterizzare il modo con cui il discepolo tesse relazioni e testimonia l’evangelo (vv. 26-33), il secondo grande discorso, che il Maestro rivolge ai suoi discepoli/apostoli, si conclude precisando le conseguenze della sua venuta/missione (vv. 34-39) e indicando l’accoglienza dovuta a loro” (E. Borghi).

Ogni supposizione di continuità con la Torah e pretesa di un suo compimento suscita “divisioni”: è Gesù stesso, il suo modo di porsi come Rabbi e come predicatore del regno di Dio veniente (cf 4,17), a creare “spaccature” in modo da indurre chi lo ascolta a prendere una posizione netta: amare Lui più di tutto!

Per la prima volta in Matteo compare “la croce” come culmine di una scelta radicale, motivata però dal seguire Gesù che per primo la “prende/solleva” senza trascinarla (v. 38).

Così, insieme all’opposizione, la missione dei discepoli troverà anche accoglienza da parte però dei “piccoli” che non hanno alcuna rilevanza sociale - come i giusti ed i profeti - ma che, nella loro quotidiana fedeltà all’evangelo dell’amore, sono pro/premessa del regno (vv. 40-42; cf 11,25-27).

Ambientazione liturgica

Accogliamo il Signore insieme a coloro che sono qui con noi, che Egli chiama e ci manda, anche se scomodi o ci mettono in crisi, e se i loro limiti e difetti ci creano in difficoltà.

L’accoglienza è l’inizio della celebrazione e come lo è di ogni atto “generativo”, in particolare nelle situazioni “critiche” se sono vissute con discernimento e amore: il cuore, le braccia, la casa aperti accolgono la vita di chiunque, anzitutto del Signore, e la generano negli altri [2Re - I lettura].

L’amore è così generativo, soprattutto quando affronta rischi e pericoli, e attraverso la banalità di “piccoli gesti quotidiani” che dimostrano però la radicalità feconda dell’avete fatto a me! [Evangelo].

Certo, questo ci chiede di lasciare le nostre sicurezze e chiusure: la fecondità, infatti, è data dall’humus vitale nel quale siamo immersi con il Battesimo: la morte e risurrezione del Signore, nella quale Egli ha “perso” la sua vita per ritrovarla “nuova” e che sono anche per noi la gestazione e la realizzazione di inaudite esperienze di vita [Romani 6 – II lettura].

Nell’ascolto di questa Parola noi siamo generati nuovamente figlie e figli; nella condivisione della mensa eucaristica siamo rigenerati a vita nuova: la Liturgia è infatti un evento vitale e non una “sacra rappresentazione”.

La nostra fragile esistenza umana è assunta nell’inarrestabile vita che sgorga dal grembo trinitario in cui è innestata e che fa diventare le nostre comunità capaci di vivere “la croce” come forza vitale senza vittimismi di “minorità” (J. Niebuhr) e senza scivolare nel diventare “oasi di benessere borghese” (J. B. Metz) o dispensari caritativi di benefit essenziali (V. Colmegna).

Preghiamo con la Liturgia

Padre,

infondi in noi la sapienza

e la forza del tuo Spirito

affinché, immersi nella morte del tuo Figlio,

risorgiamo con Lui

e nel dono della nostra vita,

alimentiamo la speranza

di un mondo rinnovato.

Amen.

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