5 Aprile 2026
Domenica di Risurrezione
Matteo 28,1-10 [notte]
Giovanni 20,1-9 [giorno]
Luca 24,13-35 [sera]
Celebrare la VITA
Nell’ambito della Settimana santa, e in particolare del Triduo, la dimensione più trascurata credo sia la Risurrezione. A questo proposito voglio riportare un passo emblematico, ironico e provocatorio, di un autore che ha accompagnato la mia formazione giovanile, Luis Evely:
“A partire dalla resurrezione la vita religiosa della maggior parte dei cristiani prende le ferie, le ferie di Pasqua. Si sentono disoccupati.
Dal momento che non è più il caso di affliggersi col Signore, non c’è più niente da fare.
La gioia li fa sentire spaesati. La Resurrezione li disorienta. Non ci si ritrovano.
Il Signore è lassù, nel cielo, felice, giubilato, pensionato, fuori portata, e loro continuano a vivere quaggiù la loro povera piccola vita…”.
Eppure i primi cristiani e le loro comunità, pur avendo ancora molto vive le memorie della passione-morte del Nazareno, erano totalmente “presi” dall’evento della sua risurrezione e dalla “nuova vita” che loro sperimentavano per primi e che veniva offerta a tutti, fondata su un amore universale. Per loro credere nel Risorto, e non solo alla sua risurrezione da morte, generava una testimonianza coinvolgente, quasi sempre comunitaria. Da qui anche il celebrarla soprattutto nell’Eucaristia.
Sappiamo tutto questo dai “discorsi” che Simon Pietro avrebbe tenuto a Gerusalemme o in diverse circostanze e luoghi, riportati dagli Atti degli Apostoli. Inoltre già da tempo le comunità cristiane motivavano tutta la loro esistenza e il loro slancio missionario partendo proprio dalla risurrezione.
Credere alla / nella Risurrezione
Incontrare il Risorto, riconoscerlo e “vivere da risorti” è la Pasqua che la Liturgia ci invita a vivere. Oggi l’annuncio della risurrezione nelle comunità cristiane non sembra avere la stessa centralità e forza motivazionale; a mala pena illumina le nostre celebrazioni esequiali, soprattutto nella predicazione; eppure nel periodo post conciliare esso ha ritrovato la sua importanza nel pensiero teologico, nel magistero anche sociale; anche in alcuni movimenti ecclesiali il Kerygma e per il primo annuncio rivolti agli adulti “ritornanti”.
In realtà non riusciamo ancora a vivere la nostra esperienza cristiana partendo dalla risurrezione di Gesù. Anche la nostra narrazione al riguardo pone questo evento come previsto ma improbabile “lieto fine” del tragico epilogo del Nazareno e non tanto come “gioioso inizio” di una nuova e irreversibile storia che, da quel mattino del “primo giorno dopo il sabato”, ha pervaso il cuore dei discepoli dilagando e coinvolgendo la storia umana e addirittura l’intero universo.
Basta pensare che la “percezione” della presenza del Signore risorto in mezzo a noi (cf Mt 28,20 e 18,20) è più “un riferimento storico” che non una realtà attuale, riconosciuta come centro vitale della nostra esistenza, nonostante l’impegno nella Riforma dalla corrente Evangelica e nella Chiesa cattolica dal Movimento dei Focolari.
Anche nel nostro modo di organizzare la nostra esistenza, personale sociale, noi cristiani abbiamo ceduto alla mondana consuetudine del “fine settimana” per celebrare la Festa, perdendo così l’originalità innescata, fin dall’inizio del cristianesimo, del “primo giorno della settimana” caratterizzato proprio dalla domenica. Anche per noi, spesso tristemente, la settimana inizia col lunedì, facendo prevalere la logica lavorativa su quella gioiosa della Festa.
È possibile oggi dirsi cristiani prescindendo dalla centralità della Risurrezione di Cristo e cosa cambierebbe se così non fosse. Se ci accorgessimo che poco si avverte della “novità” che essa comporta e del radicale cambiamento che essa ha inaugurato, allora avremmo trovato un altro valido motivo all’attuale situazione “critica” di noi cristiani nel mondo di oggi.
“Non basta sapere che il Cristo è risuscitato.
Per credere occorre sperimentarlo vivo e vivificante”. (A. Maggi)
Noi siamo nel “tempo della risurrezione”, essa è un evento di tale portata cosmica che “il processo pasquale” può essere definito come tutt’ora in atto nel succedersi di “morte/vita” (cf Sequenza pasquale) che trova nella risurrezione la sua continua spinta a procedere verso una pienezza sempre nuova di vita, “di pienezza in pienezza”, ma non ancora definitivamente compiuto.
“La concretezza e l’immediatezza della possibilità della vita mettono in luce la responsabilità degli umani nei confronti di essa: l’ingiustizia, la schiavitù, la miseria, la malattia, la morte, sono opere umane, l’essere umano le introduce nel mondo.
Il regno dei cieli c’è ed è disponibile, occorre accettarne la realtà e vivere in conformità di essa. Se non c’è è perché non la si vuole”. (R. Osculati)
“Solo persone disposte ad amare fino alla morte possono costruire la vera società umana: sono individui liberi, che rompono con un passato per cominciare di nuovo, non più rinchiusi in una tradizione, nazionalità o cultura. La loro vita sarà la pratica dell’amore, il dono di sé stessi, con l’universalità cui Dio ama l’umanità intera. (E. Borghi in riferimento a Gv 3,16)
Celebrare la Risurrezione
La Liturgia pasquale traccia, anche nel tempo a seguire, un percorso di riflessione e costituisce l’ambito nel quale la comunità e il singolo credente hanno la possibilità di ascoltare l’annuncio pasquale, di celebrarlo e di accoglierlo come luce e forza per la sua esperienza familiare e lavorativa, per il dono e l’impegno di testimoniare Gesù, il Crocifisso-Risorto a tutti.
Tutti diventano “prossimi”, soprattutto di fronte alle sfide esistenziali e alle questioni perenni che a volte li assillano a livello personale e sociale come la sofferenza e la morte, le ingiustizie e le violenze, i fallimenti dei progetti di vita e le proprie fragilità.
Questo diventa ancor più vero quando noi celebriamo l’Eucaristia, in particolare la domenica, “Giorno del Signore”, e nel Triduo Pasquale con il Tempo che ne segue.
Eppure già nei primi secoli era avvertita questa novità “globale”:
“Voi siete venuti a incontrare il Cristo risorto. Ecco, contemplate ora la sua risurrezione.
Sta qui il segreto della vostra felicità. (Egli) vi mostra ciò che vi interessa sapere intorno alla felicità… Non è questa terra il paese dove la felicità si lascia trovare. Egli ci invita alla sua magnifica tavola e ci dice: ‘Io vi invito a partecipare alla mia vita in cui nessuno muore, in cui essere felici, in cui il nutrimento rinvigorisce e non lascia venir meno le forze’. (S. Agostino)
Così fa pregare la Liturgia mozarabica per il III giorno dopo la Domenica della risurrezione:
“O Padre,
che a quanti ha acceso nel cuore
il desiderio della gioia senza fine,
offri il dono di celebrare insieme nel tempo,
il gaudio della risurrezione.
Posa benigno lo sguardo sul popolo raccolto
e ascolta la sua preghiera.
Infondi il tuo Spirito di fortezza
a quelli che nella fede hanno ritrovato la Vita;
prendi totale possesso dei tuoi fedeli
con la dolcezza della tua pace,
e fa’ che portiamo a frutto maturo
le elargizioni della tua grazia,
rispettosi di tutte le creature
che il tuo amore ogni giorno
riconduce alla vita. Amen”.
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