venerdì 15 maggio 2026

Non stare a guardare in alto - Ascensione 17 maggio 2026

 Vicina è la PAROLA










17 maggio 2026 - Ascensione/a

Atti 1,1-11 / Salmo 46 / Efesini 1,17-23

Matteo 28,19-20


Non stare a guardare in alto…

La tentazione c’è di “stare a guardare in alto” mentre a terra si consumano le peggiori atrocità umane nei confronti dei più deboli, degli innocenti. Ma non è distogliendo lo sguardo e invocando chissà quale intervento “dall’alto” che comunichiamo fiducia e speranza.

Credo che sia sempre più necessario un corretto “sguardo” da credenti sulla realtà e sulla storia, anche perché tutti vorremmo essere visti e guardati correttamente e imparare così che anche questo dipende molto da come noi guardiamo gli altri e egli avvenimenti.

È un’attività introspettiva: “guardare dentro per vedere oltre”, una vera “mistica contemplativa del reale” che oltre alla prospettiva dall’alto, “dal punto di vista di Dio”, prosegue l’incarnazione del Figlio che in Gesù di Nazaret Dio ha cominciato a guardare le cose dal basso, dal punto più infimo (cf Filippesi 2) e permettere a noi di vedere Lui, la sua presenza d’amore in tutti ed in tutto!

Come credenti siamo nel tempo prezioso del distacco e dell’allontanamento, dell’adultità di discepoli del Signore, autonomi ma non autosufficienti, animati dal suo Spirito e non dipendenti da Lui (come ci attestano le reazioni degli apostoli al suo “staccarsi da loro”), disponibili a educarsi a una “presenza altra”.

Ciò che sembra un “limite” diventa invece un’opportunità per evitare di evadere altrove e scoprire la portata della realtà e della storia, dentro la quale di svolge anche la nostra, il senso e il valore di tutti percorsi “storti” in mezzo ai quali incessantemente si fa strada l’Amore, la Vita.

Un tale sguardo ci permetterà di essere autentici testimoni in base una trasparenza che aiuterà ciascuno a vedere la sua situazione già ascoltata, “presa in carico”, amata… da Lui che vedremo “venire nello stesso modo in cui è andato”.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 28,16-24

Sembra che i discepoli si siano dati appuntamento in Galilea sul monte da dove Gesù ha pronunciato il suo primo discorso messianico (cf 5,1 …).

Le sue “ultime parole”: Io sono con tutti per sempre, tutti i giorni (v. 24) sono una promessa che conferma l’annuncio dato di Lui a Giuseppe e il suo nome: Emmanuele, Dio-con-noi (1,23); e la sua costante presenza nella comunità (cf 18,20).

Anche il dubbio che prevale nei discepoli, messo in evidenza anche dagli altri evangelisti negli incontri con il Risorto, fa parte della dinamica quotidiana del credente sia nel suo rapporto con il Signore che nella missione affidata da Lui alla comunità: ogni potere è stato dato. Questo non vuol dire essere onnipotenti, ma capaci di formare altri cristiani immergendoli nella loro stessa esperienza pasquale (vv. 18-19).

Ambientazione liturgica

La “nuova presenza” di Cristo è sicuramente più percepibile nella celebrazione eucaristica in cui la Chiesa fa memoria della sua venuta nella nostra umanità [Atti 1 - I lettura] ora per noi nel segno del pane e profezia di un evangelo che incontra tutti, senza distinzioni etniche, promessa di una definitiva presenza del Signore “l’Emmanuele” che nessun avvenimento potrà mai più smentire [Matteo 28 Evangelo].

Lo Spirito donato dal Risorto occupa lo spazio intermedio e lo anima della sua Presenza attraverso il nostro “stare insieme”, comunità che vive, crede e celebra la Pasqua attraverso la Parola, i segni eucaristici, i volti dei fratelli e sorelle radunati da Lui.

Avvenimento che sempre sconcerta le nostre misure umane di valutazione della prossimità di Dio e ci conduce ad aprirci alla misura unica, vera, che coglie la prossimità dell’altro: l’Amore, Dio in Gesù ama l’umanità introducendola nella sua e nostra “pienezza” [Efesini 1 II lettura].

Dio rimane ormai per sempre vicino: questo annuncio di gioia che già i discepoli portavano in cuore vedendo Gesù sottrarsi ai loro sguardi, questo vangelo, è il Dono affidato alla Chiesa che, come corpo di Cristo, è chiamata a manifestare ogni giorno la sua pienezza che si realizza interamente in tutte le cose, poiché in tutte le cose l’Amore può realizzarsi” (CMViboldone).

Risorgere pone Gesù di Nazareth in un nuovo rapporto con il Padre di piena unità dopo l’esperienza di aver vissuto umanamente (cf Giovanni 3,13) ed è come se abbia “trascinato con sé” la natura umana e l’umanità nella sua divinizzazione.

Ascensione di Cristo e assunzione dell’essere umano si intrecciano nei testi liturgici [Colletta – Offerte – Prefazio I e II – Comunione] e si sviluppano le tradizioni neotestamentarie sulla glorificazione di Cristo e sul destino dell’umanità, del suo “stare in Dio” in forza di questa “nuova relazione” con Lui. Qui si sente l’influsso della teologia patristica di Agostino, Gregorio di Nazianzo, Leone magno, Origene…

La Liturgia della Chiesa spalanca il cielo in terra e porta la terra in cielo.

L’ascensione è il momento eterno del nostro accesso alla comunione con il Padre, ma anche con i nostri fratelli e sorelle ogni volta che “usciamo da noi stessi” per entrare nelle situazioni altrui con quella tenerezza e compassione che ha caratterizzato il calarsi del Figlio nella nostra vicenda umana. Più scendiamo abbassandoci (cf Filippesi 2) e più con l’umanità ascendiamo in Colui che dell’umanità ha fatto la sua sposa, infatti “non si è separato dalla nostra condizione umana… dove è Lui, nostra testa, siamo anche siamo anche noi suo corpo” [Prefazio I; cf Efesini 5].


Preghiamo con la Liturgia

Padre santo,
che nell’ora della croce
hai glorificato il tuo Figlio,
concedi alla tua Chiesa,
che attende il dono dello Spirito,
di gustare la beatitudine
promessa a coloro che partecipano
alle sofferenze di Cristo.
Amen.


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