venerdì 16 aprile 2021

“LE PAROLE… LA PAROLA” 18 aprile 2021 - III domenica di Pasqua Luca 24,35-48 - La compagnia del Risorto

“LE PAROLE… LA PAROLA” 

18 aprile 2021 - III domenica di Pasqua 

Luca 24,35-48 - La compagnia del Risorto 

Atti apostoli 3,13-15.17-19 / Salmo 4 / 1Giovanni 2,1-5 





Luca 24,13-48 

Un Giorno senza tramonto: L’OGGI del Risorto 

Il brano evangelico proposto in questa domenica fa parte del  racconto dell’evangelista Luca 24,13-48 che viene in parte  proclamato nella celebrazione serale di Pasqua (vv. 13-35; ripetuto  nel mercoledì dell’Ottava) e la Liturgia lo propone già anche nel  giovedì dell’Ottava (vv. 35-48) il che indica l’importanza che deve  avere anche per noi in quanto ci permette di entrare nella nuova  dimensione del rapporto tra Gesù e i discepoli, e tra di loro.  

Benché l’evangelista lo ponga “in quello stesso giorno”, in  realtà è “il primo della settimana” di ogni cristiano e di ogni  comunità che, nel suo faticoso e spesso triste cammino, vengono  raggiunti da Gesù che con la sua parola e la sua vicenda pasquale  illumina la loro storia e riscalda con il suo amore il loro cuore.  

I suoi gesti, che sono adesso quelli eucaristici della chiesa (cf  At 2,42-46; 20,7.11), “aprono gli occhi” ad una nuova esperienza  che ora può essere condivisa e testimoniata. 

È come se la Liturgia non solo ci invitasse a prestare  attenzione alle prime attendibili testimonianze della risurrezione, ma anche ci chiedesse di “entrare” in un’esperienza personale  accompagnandoci, quasi per mano, a superare le nostre  indecisioni e resistenze, le nostre esitazioni e i nostri dubbi, ed a  fidarci della Parola e del Pane spezzato alla mensa pasquale, ma  anche della testimonianza e dell’esperienza di altri fratelli e sorelle  che vogliono condividerla con noi. 

Così è nei discorsi di Pietro in Atti (cf 10,34…43;2,14-28;  3,13…19; 5,27…41), ricordando la memoria storica del Nazareno, dal battesimo di Giovanni fino alla sua apparizione da risorto: “a 

testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto  con lui dopo la sua risurrezione” (10,41). 

Questa è anche l’esperienza della comunità cristiana primitiva  nel suo aprirsi alle testimonianze bibliche sul Nazareno per nutrire  i suoi membri che hanno bisogno di crescere nella fede (cf At 2,22- 23.23-36; 3,18.25; 8,26-40; 10,38-39). 

“Fare pasqua significa nascere, ma non è tutto qui.  Quando si è nati bisogna crescere.  

Ed ecco che il Padre ci affida alla sollecitudine [materna]  della chiesa per allevarci con i sacramenti del suo amore. Nel cuore della [sua] casa c’è un fonte,  

ma c’è anche una mensa.  

Nati dallo stesso amore, i figli di Dio devono potersi nutrire  insieme per fare davvero famiglia  

e comunicarsi reciprocamente la gioia della fraternità”. (A. M. CANOPI) 

Questa dimensione personale e nello stesso tempo collettiva è bene evidenziata dai due movimenti narrativi interni al racconto:  la discesa faticosa da Gerusalemme ad Emmaus di Clèopa e  dell’altro/a discepolo/a e la risalita gioiosa, quasi di corsa verso  Gerusalemme dagli altri1. Qui i discepoli sono due, qualcuno ha  ipotizzato che potevano essere anche due coniugi2, come nel 

mandato dei discepoli “a due a due” (cf Lc 10,1). 

È proprio nell’ambito delle nostre relazioni amicali o coniugali  che condividiamo tristezze e gioie, conquiste e delusioni, ed è  illuminante che l’evangelista accompagni questa intimità con la  presenza del Signore dapprima sconosciuto e poi svelato dal gesto  eucaristico. 

Questo racconto lucano è stato recentemente molto  valorizzato nella spiritualità coniugale e familiare (come nel testo  citato pp. 5-16), fornendo i punti di riferimento essenziali per un  

1 Celebre il titolo del libro di spiritualità coniugale: Stanchi di camminare… si misero a correre, pubblicato dalla Comunità di Caresto – Sant’Angelo in Vado (PU), Gribaudi 2011. 2 G. GILLINI e M. T. ZATTONI, La Famiglia nel giardino delle Scritture, San Paolo, pp. 56-67.

cammino di crescita nella fede per una coppia e una famiglia:  Parola – Eucaristia - Amore reciproco di cui ci si alimenta. Il racconto però riguarda anche discepoli che probabilmente  non appartenevano al gruppo “ufficiale” (“Gli Undici”, cf v. 33),  come questi due, tuttavia profondamente toccati e coinvolti dalla  sorte del Nazareno. Ben informati sui fatti accaduti e tuttavia  dubbiosi e perplessi, quasi a dire che spesso anche in modi non  “istituzionali” l’esperienza del Ristoro è alla portata di tutti, perché  Egli si fa viandante e compagno di viaggio, anch’Egli curioso e  interessato alla nostra vicenda personale. 

Si tratta comunque di un’esperienza intima e personale, ma  che ha bisogno del confronto e del conforto di qualcun altro, e  infine della conferma di una comunità (cf v. 34). 

Proseguendo nella “seconda parte”, proclamata oggi (vv. 35- 48), lo schema è analogo a Giovanni 20. 

Stupisce davvero quante cose siano capitate “in quello stesso  giorno”, ecco perché è utile seguire il percorso dell’Ottava di  Pasqua per avere un quadro completo, anche se plurale,  dell’esperienza originaria e fondante del Risorto da parte dei  discepoli3. 

I due appena tornati da Emmaus stanno ancora raccontando agli altri quando “Gesù in persona” (v. 36 cf v. 15) irrompe “in  mezzo a loro”. Nemmeno il tempo di fiatare, di confrontarsi, di  riflettere… tutto avviene quasi in modo concitato, ecco allora che  il Risorto fa breccia con il suo saluto “Pace a voi” (cf Gv 20,19). 

Adesso dovrebbe tornare la calma, ma non è così perché i  discepoli si dimostrano “stupiti e spaventati, credevano di vedere  un fantasma”. Allora siamo tornati indietro?! (cf Mc 7,49; Mt 28,17). Perché reagiscono così?  

3In realtà nella comprensione di un episodio evangelico nella sua ermeneutica noi siamo tenuti a  considerare l’intero contesto redazionale; questo ci autorizza a “comprendere” il valore e la portata  di un episodio in relazione a quelli analoghi di altre redazioni, in una comprensione unitaria organica  anche se non uniforme.

È Gesù stesso a farlo notare: “Perché siete turbati e sorgono  dubbi nel vostro cuore?”. 

L’evangelista sembra scusarli: “Poiché per la grande gioia  ancora non credevano ed erano stupefatti” (v. 41). Sorprendente! 

Allora Gesù esibisce le prove fisiche: le ferite della  crocifissione attestano che è veramente lui e non un fantasma (cf  v. 39); poi si mette a mangiare con loro (cf vv. 41-43). 

Tuttavia è decisivo il ricorso alle Scritture che lo riguardano,  “aprì la loro mente all’intelligenza” (cf vv. 44-46)4. Solo così  potranno annunciare che è possibile cambiare il modo di vedere  l’esistenza umana, di sentirsi amati e perdonati, da testimoni dell’incontro con il Risorto (cf vv. 47-48)5. 

Tutto questo ci riporta a noi, ai nostri dubbi, alla nostra  incapacità di riconoscere la presenza del Signore in mezzo a noi, di  fare della sua Pace la nostra forza. La risurrezione è “l’evento di  una persona: Cristo; credere alla risurrezione è aderire a Lui…  Vivere la risurrezione è entrare nel suo itinerario, ripercorrere la  sua strada, passare con Lui dalla morte alla vita” (E. GHINI). 

Questa è la prima e fondamentale conversione e  trasformazione che Egli vuole operare in noi, rendersi presente alla  nostra esistenza come persona, non come fantasma: è una reale  vicinanza, fatta di delicatezza e di tenerezza, di un amore sempre  ancora “ferito”, che con la sua povertà e fragilità si ritira e attira,  che nutre di sé. Il nutrimento offerto a noi è quello della sua Parola 

4La comprensione delle Scritture avviene attraverso la parola che il Risorto rivolge ai suoi discepoli  e nell’incontro con Lui: i loro occhi “si aprono” nel riconoscerlo vivo e colui che compie le Scritture  che testimoniano la storia salvifica di Israele, fatta di promesse e di elezione, di alleanza e di  tradimenti, di fedeltà e di prostituzione, di rivelazione e non-senso. È una pienezza che colma ogni  lacuna e riscatta dall’oblio del tempo, rendendo attuali per ogni essere umano le esperienze  religiose di ogni civiltà e la fede di ogni popolo: Cristo Verità le rende credibili e veritiere. 

5 Anche “la morte di Gesù, scandalo insuperabile per i giudei e non solo, si aggiunge come pesante  macigno e definitivo sigillo. La luce mattutina dell’alba di risurrezione illumina tutto e riporta a vita  nuova pagine chiuse e ormai polverose: Cristo vive e fa rivivere; l’oggi rivela un passato ‘proteso’ verso compimenti insperati e fecondità impossibili. La vittoria dell’amore ci libera definitivamente e  ci rende testimoni di questa integrità nuova” (VIBOLDONE, op. cit. /B, pp.86-88).

e del suo Pane che ci trasforma, rendendoci suoi testimoni, di  quell’amore che perdona e rinnova. 

Quando saremo ancora una volta sopraffatti dalla paura e  dall’incredulità, anche di fronte ai segni più evidenti, egli si offrirà  a noi, ancora una nuova volta rassicurandoci “Sono proprio io!” (v.  39b) e questo potremo condividerlo con tutti coloro che lo  cercano.

sabato 10 aprile 2021

“LE PAROLE… LA PAROLA” 11 aprile 2021 - II domenica di Pasqua Giovanni 20,19-31 - La beatitudine di chi crede

“LE PAROLE… LA PAROLA” 

11 aprile 2021 - II domenica di Pasqua 

Giovanni 20,19-31 - La beatitudine di chi crede 

Atti apostoli 4,32-35 / Salmo 117 / 1Giovanni 20,19-31 






Giovanni 20,19-31 

Saper guardare bene per “vedere”. 

Gli apostoli vedono ora quelle “mani” e quel “costato” che si  erano rifiutati di guardare allora, quando Gesù veniva crocifisso (cf  19,35-37).  

Adesso Lui è lì, piombato in mezzo a loro, ed ha una sola  parola per loro: “Pace a voi!” (20,19). Un saluto che li riempie di  gioia (cf v. 20b) e che vince l’iniziale chiusura e paura e che, la  seconda volta (cf v. 21), diventa addirittura un mandato, una  missione.  

Ma com’è possibile questa trasformazione in così poco tempo  e sembra anche senza nessuna fatica per loro? 

“Ricevete lo Spirito” (v. 22), fonte di una vita nuova riconciliata  e pacificata, offerta a tutti; “lo Spirito della Verità” che guida in una  nuova comprensione di Gesù, delle sue parole, fa entrare nella  verità tutta intera (cf 16,13-15). 

Anche a noi il Risorto si manifesta con i “segni” compiuti da  Lui, gli stessi “in presenza dei suoi discepoli” (v. 30) e lo fa sempre  “otto giorni dopo”, come con Tommaso (cf. vv. 26-29). 

Nessuno di noi è figlio unico 

Tommaso è l’apostolo pronto a morire con Gesù (cf 11,16) eppure dichiara di non sapere dove Egli vada (cf 14,5) e  rappresenta la lenta progressione dei discepoli nel credere in  Gesù. 

 

Nominato sette volte nel racconto evangelico è chiamato qui  “didymos = gemello”, conosciuto anche come “idoneo secondo”1,  infatti solo a lui tra gli Undici, dopo Simon Pietro, Gesù si manifesta  risorto (in 21,2 è citato al secondo posto). 

Essendo “uno dei Dodici” acquista quasi un duplice ruolo: fa  da “cerniera” con le successive generazioni di cristiani, anche con  i lettori di questo racconto evangelico, e si trova nell’ultimo  episodio della prima versione redazionale. 

Possiamo quindi dire che è quello che più assomiglia a noi,  quindi “nostro gemello”, nostro contemporaneo, quasi un  esistenzialista… un pessimista coraggioso. Per lui il peggio è  sempre la cosa più sicura. Tutto il suo coraggio è “per la morte”,  non sa aver fiducia”. 

Anche per noi a volte, la disperazione nel dolore è la pietra  più sicura su cui poggiarci, affinché nulla cambi per iniziare a  sperare “credendo” (= roccia stabile) nella risurrezione.  Essere morti, fa meno male che essere vivi! 

Quanti reduci di guerra vivono la loro condizione di  sopravvissuti, come in tremende sciagure o atti terroristici, quasi  scusandosi di non essere morti con i loro compagni: essere ancora  vivi può far soffrire di più, come fosse una colpa da espiare e non  un’opportunità! “Per fortuna il Signore conosceva Tommaso!”.2 

Anche il fatto che “non fosse con [i discepoli] quando venne  Gesù” (v. 24) attesta o la sua spavalderia di andarsene in giro  mentre gli altri se ne stavano chiusi in casa “per timore dei Giudei”  (v. 19)3, o la sua distanza dalla comunità. In qualche modo  “rappresenta la figura di colui che non dà retta alla testimonianza  

1 Vedi “Atti di Tommaso, 39”, da Gesù stesso riconosciuto come “idoneo secondo” (frammento  Copto 2,6,2). Si può anche tradurre come “doppio/duplice/duplicato”, anche nel senso di “Giano  bifronte”. 

2L. EVELY, Il vangelo della gioia, Assisi 1968, pp. 91-103. 

3 Vedi anche Vangelo di Pietro, 7,26. 

della comunità”4, o chiunque sollevi obiezioni all’annuncio del  kerygma in quanto non presente nel cenacolo. 

Le persone identificate con un “nome proprio” nel racconto  giovanneo quasi sempre sono “figure della fede” che  rappresentano diversi atteggiamenti o modalità di dare  un’adesione a Gesù come “Figlio del Padre”. 

In questo senso Tommaso è sempre citato in relazione alla  morte risurrezione di Gesù e quindi rappresenta il processo di fede  pasquale anche della comunità cristiana, nella fatica di chi vuole  porre le condizioni e quasi stabilire l’andamento del percorso. 

“Se non vedo i segni” 

Ma quali sono “i segni del Risorto”5? 

Non sono solo quelli della sua morte, le ferite della  crocifissione (cf v.25b.27a) o della sua risurrezione, il sepolcro  aperto ma vuoto e i teli insanguinati (cf 20,1.5-7). 

Essi non ci parlano di Lui, finché Egli, non irrompe in mezzo, in  piedi, come “il Vivente” (cf Ap 1,17-18), e trasmette il suo  

4J. MATEOS – J. BARRETO, Il vangelo di Giovanni, Assisi 20004, p. 829.  

5 Nell’esperienza pasquale del Risorto e della sua risurrezione hanno un ruolo fondamentale “i  segni” compiuti da Gesù, che secondo la “prima conclusione” del racconto evangelico di Giovanni  (cf 20,30-31) sono stati “molti” fatti da lui “in presenza dei suoi discepoli”. Certo ci si riferisce ai  “sette segni” che costellano e scandiscono questo vangelo, tanto da potersi considerare un “libro”.  (Vedi B. MAGGIONI, I Vangeli, Assisi 2008, pp.162-1627). Ciò che però è essenziale è il loro scopo,  secondo l’intenzione dell’evangelista che di sicuro ha capito quella del Nazareno stesso: “credere”  (cf 2,11.23; 3,18) che vuol dire “venire a Lui per avere da Lui la Vita” (cf 5,40) che è Lui stesso e che  noi possiamo ricevere solo da Lui come un dono, perché Egli l’ha veramente donata (cf 1,4; 3,15.16). Quindi i segni hanno un valore e una funzione “vitale”: sono vivi e vivificano (cf 3,5-7; 4,13-14; 6,63;  7,37-38) come è stato per il malato alla piscina di Betzatà (cf 5,1-9), ma lo sono anche “molti altri”.  Quali? Li indica proprio Tommaso nel suo incontro con il Risorto (cf 20,24-29): le ferite della  crocifissione. Questi sono il “segno permanente” che rimangono perché la fede del cristiano non sia  un’operazione esoterica, ma reale, fisica, tattile… perché questa è la funzione del segno, indicare  ma anche far sperimentare. Questo l’evangelista lo dirà subito scrivendo alle sue comunità (1Gv 1,1- 4): la Parola che è Luce e Vita, quindi energia vitale, si può ascoltare - vedere – toccare e infine anche  comunicare, proprio come ha fatto lui. I “segni del Risorto” non si riferiscono alla risurrezione ma al  suo essere “il Vivente” (cf Ap 1,17-18) che continua a comunicare Vita. 

“respiro”, soffiandolo in noi (cf 20,22) come Dio fece col primo  Adam (cf Gn 2,7).  

Solo persone, “create nuove” dal suo Spirito, possono  riconoscere nel crocifisso il Risorto, accogliere il dono della sua  “Pace” come impegno per tutti di costruire un mondo nuovo, che  parta da un modo nuovo, riconciliato di vivere nel perdono  ricevuto e donato. 

“Per Giovanni [in tutta la sua opera] è l’amore quel che rende  l’uomo un essere vivente”.6 

Uomini e donne interiormente rigenerati potranno dar vita a  nuove relazioni (“nuova giustizia” evangelica cf Mt 5,20- 7,28), ad  un mondo nuovo, alla “civiltà dell’amore” di cui vi fa parte chi ama  e non chi pretende un’appartenenza etnica o religiosa. Una società  senza frontiere e condizionamenti dal passato, aperta al presente  e protesa verso il futuro. 

“Il mondo non penserà più a questo crocifisso, ma i discepoli  lo vedranno vivo, risorto e glorioso”7. 

“Non essere incredulo”… ma nemmeno credulone! 

Gesù, infatti, non giudica né biasima la pretesa di Tommaso e  le sue motivazioni, anzi si dimostra disponibile, non a dargli uno  smacco di fronte agli altri discepoli, ma cogliendo quest’occasione  per dire a tutti, presenti e futuri, che anche le ferite possono  diventare “feritoie”8 attraverso le quali non solo il Risorto può far  giungere noi la sua luce, ma anche noi possiamo “vedere” e  “credere” all’amore che lo ha spinto fino a tanto (cf 15,13). 

Ecco, Tommaso si è sentito “amato” non giudicato per non  essere andato alla morte con il Maestro (cf 11,16) o aver perso la  

6 A. MAGGI, La follia di Dio, Assisi 20184, p. 196. 

7 A. NOCENT, op. cit. / 4. Tempo pasquale, pp. 131-137. 

8 Un’espressione spesso usata dal vescovo G. M. Bregantini (14 aprile 2012) e attribuita al vescovo  Tonino Bello.


“via di casa” (cf 14,5), nemmeno per la sua assurda pretesa di  “toccare” e, infatti, rimane spiazzato dalle parole e dai gesti di  Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”. 

Infatti, sono le parole di Gesù che costituiscono il vero punto  di svolta dell’episodio, prima e più di qualunque altro gesto. Gli  rivolge la sua parola che dà voce alle sue pretese prima  manifestate ai compagni. È sempre così nel racconto di Giovanni:  la parola di Gesù “apre” l’interlocutore alle fede in Lui, così è stato  all’inizio per Nicodemo, poi per la Samaritana e alla fine con Pietro.  La parola produce questo effetto perché “apre uno spazio” di  accoglienza in ogni persona che Lo avvicina. 

Anzi, tale deve essere stata la sua felicità condivisa già dai suoi  compagni (cf v. 20b), da far proclamare al Risorto per noi una  beatitudine finora inedita, come tale è stata la professione di fede  da parte di Tommaso: “Beati coloro che non hanno visto e hanno  creduto” (v. 29b). 

Se coloro che hanno avuto la possibilità di “vedere” non sono  stati capaci di riconoscerlo subito, da Maria di Màgdala e Sion  Pietro (cf 20,1.5.8.12.14.25b; 21,4), finché Lui non si manifestò con  i suoi “segni” (cf vv. 20.25a.27; 21,7.12b), e quindi hanno faticato  per arrivare a “credere” (cf v. 27c), sarà più facile per noi che invece  vediamo “altri segni che non sono stati scritti” (v. 30b)? 

La risposta è nella nostra esperienza personale e comunitaria  di credenti: è stato così e sempre lo sarà fino a che “Egli non sarà  manifestato [e noi] lo vedremo come lui veramente è” (1Gv 3,1-3).  

È tuttavia impressionante come spesso noi cediamo ad  esperienze religiose “esteriori” o solo emotive, oppure ci  barrichiamo dietro formule e concetti teologici preconfezionati,  senza la pazienza di un ascolto interiore vero, profondo che  permetta alla parola divina di agire. 

Nessuno crede solo per sé

 

Ma noi siamo “beati” perché abbiamo queste testimonianze  (cf 21,30) la cui verità sta nella nostra comunione con loro, che ci  scrivono, possibile perché “è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù  Cristo” fonte di una “gioia piena” rispetto a quella promessa da Lui  già donata ai suoi (cf 1Gv 1,3-4 e Gv 16,22-23; 17,13; 20,20b). 

“Ora non solo per questi chiedo, ma per quelli che crederanno  in me per la loro parola, affinché tutti siano uno: come tu Padre in  me e io in te, anch’essi siano uno in noi, affinché il mondo creda  che tu mi mandasti” (17,20-21)9. 

Queste parole ci aiutano a comprendere “il di più” di gioia e  di vita nel vedere e nel credere che Gesù promette a noi, in  continuità con quanto comunicato e manifestato ai suoi. 

Tommaso accompagna anche noi, pur sempre increduli (ma  meglio che creduloni!), in un percorso che ci aiuta a superare una  fede ingenua per “diventare credenti” (cf v. 27c), capaci di  professare che Dio è “quel Gesù, crocifisso e risuscitato… costituito  Signore” (cf At 2,23-24.32-36). 

Credere insieme 

L’esperienza di Tommaso ci aiuta a dar senso e valore a quei  “segni” che fin dall’inizio accompagneranno il cammino di fede  delle prime comunità cristiane, e oggi ancora anche il nostro:  parola ed eucaristia. 

Anche noi, nella celebrazione liturgica, possiamo fare la stessa  esperienza di Tommaso: proprio perché la parola del Signore  risorto è rivolta a noi essa ci illumini, ci conosce perché è la verità  di noi stessi e permette a noi di riconoscere Lui, di incontrarlo  entrando attraverso il sacramento in un “contatto fisico” con Lui. 

9 Questo testo fa parte dell’ultimo dei “discorsi post pasquali” collocati dal redattore finale a conclusione della cena  pasquale, prima della passione e morte, nel cosiddetto “libro della gloria” (cc. 13,1-20,31) E. BORGHI, op. cit., pp. 176- 205.


“Otto giorni dopo” (v. 26) è la scansione settimanale che ci  appuntamento con il Risorto, e costituisce il punto di incontro con  Lui, visto e toccato, ma che abbiamo cercato lungo tutto il nostro  percorso di fede, dal punto più lontano del dubbio o  dell’incredulità a quello più vicino della confessione in Lui. 

Con quale pretesa la Chiesa può utilizzarli per annunciare la  Risurrezione del Signore? Solo con la forza dello Spirito del risorto  invocato (vedi la seconda epiclesi delle preci eucaristiche). 

Nel quarto vangelo la fede è o suscitata dal “segno” oppure  ne è l’effetto10. Questo avviene anche per la vita sacramentale  offerta dalla Chiesa. Per essere trasformati e vivere nel Cristo occorre “credere in Lui” (cf 9,35-38; 11,26) che ci tende la mano, ci  viene incontro, per farci entrare nella realtà che quei segni  offrono11. 

Anche noi ascoltiamo, leggiamo quello che è stato scritto  affinché possiamo anche noi “credere” (cf 2,11.23; 3,18; 20,30-31) che vuol dire “venire a Lui per avere da Lui la Vita” (cf 5,40).

 10 Vedi 2,11; 5,54; 11,45; 12,37. 

11 A. NOCENT, op. cit., p. 257.

Domenica 4 ottobre 2026 - La cura: XXVII TO/A

  Vicina è la PAROLA 4 ottobre 2026 xxvii domenica to/a Isaia 5,1-7 / Salmo 80 Filippesi 4,6-9 Matteo 21,33-43 Prendersi cur...