giovedì 16 luglio 2026

Quanti "sè" in me... - Domenica 19 luglio 2026 / XVI dell'anno'a

 Vicina è la PAROLA










19 Luglio 2026

XVI Domenica dell’anno/A

Sapienza 12,13.16-19 / Salmo 85

Romani 8,26-27

Matteo 13,24-43


Ma quanti “sé” in me

Quando diciamo “disarmato” intendiamo che non sta imbracciando nessuna arma offensiva (arm in inglese è braccia e unarmed è disarmato): a braccia “aperte”, appunto “disarmate”, possiamo abbracciare chiunque ci venga incontro come amico... fratello o sorella.

Può sembrare un atto istintivo, ma in realtà è effetto di una consapevolezza maturata col tempo che non c’è nulla da temere e che “il nemico”, come scrive Etty Hillesum, va anzitutto vinto dentro di noi (Middelburg 1914 – Auschwitz 1943) .

Ah, alla fine abbiamo proprio tutto dentro di noi, Dio, cielo, inferno, terra, vita, morte ed epoche, molte epoche. Un’instabile scenografia e rappresentazione delle circostanze non sono mai così decisive, in quanto ci potranno sempre essere delle circostanze, buone e cattive, e questa realtà delle circostanze buone e cattive, deve essere accettata, e questo non impedisce che ci si dedichi a migliorare quelle cattive. Si deve sapere però per quali ragioni si lotta, e si deve cominciare da se stessi, ogni giorno ancora da se stessi” – 3 luglio 1942.

Bisogna vivere con se stessi come se si vivesse con un’intera folla di persone. E si impara allora a riconoscere in se stessi le caratteristiche buone e cattive dell’umanità” – 22 settembre 1942.

La barbarie nazista risveglia in noi una barbarie identica, che utilizzerebbe gli identici metodi… questa barbarie dobbiamo rifiutarla dentro di noi, non dobbiamo coltivare in noi questo odio, altrimenti il mondo non verrà fuori d’un passo dal fango” – 15 marzo 1941.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 13,24-43

Dopo le parabole sulle dinamiche di diffusione e crescita del regno di Dio nella predicazione del Nazareno e in quella delle prime comunità cristiane poi, soprattutto in un contesto problematico e polemico di “fallimento ed insuccesso” (cf Domenica XV – Mt 13,1-23), ne seguono tre riguardanti la presenza dei credenti e delle comunità ecclesiali nel mondo, inteso soprattutto come convivenza sociale (vv. 24-43). Poi altre tre, molto brevi, ma suggestive per contenuto e linguaggio: il tesoro nascosto (v. 44), la perla preziosa (vv. 45-46), la rete da pesca (vv. 47-50). La conclusione ci riporta al motivo di fondo di tutte sulla “comprensione delle parabole” (v 51) e sul discepolo che acquisita questa capacità ora diviene il “nuovo maestro della rinnovata Toràh” (v. 52).

Il brano evangelico proclamato questa domenica è costituito da tre racconti parabolici: buon seme e zizzania (vv. 24-30); la senape (vv. 31-32); il lievito (v. 33) seguiti dal perché l’insegnamento in parabole (vv. 34-35) e la spiegazione ai discepoli della prima (vv. 36-43).

Sembra che la redazione di questo capitolo un po’ complesso sia avvenuta in varie fasi, determinata anche dagli sviluppi interni alla comunità di Matteo e dai suoi rapporti con la società circostante (cf dal v. 36 in poi).

Della narrazione dei vv. 24-43 cogliamo alcuni elementi:

l’intenzionalità di ogni essere umano, del credente in particolare, di fare cose belle e buone nella sua esistenza e l’operato malevolo e opposto di un nemico nel medesimo contesto;

la reazione impulsiva di estirpare i segni del male e l’intervento invocato di chi “possiede” lo svolgersi della vicenda [padrone] ad avere pazienza e fiducia in un finale risolutivo della storia umana con un buon raccolto e la distruzione del male.

Anche se la comunità cristiana nella società non ha nessuna apparente grandezza, allora come oggi mediocre nella sua testimonianza, ha però un potere straordinario di diventare “casa per tutti” (vv. 31-32) e la sua presenza nascosta agisce come “lievito nella massa” per una forza interna e sproporzionata che rende poi tutto commestibile e nutriente (v. 33).

L’esperienza dei credenti e delle loro prime comunità è infatti coerente e connessa con l’agire di Gesù e soprattutto con il progetto messianico, apparentemente fallito: proclamare ciò che nella storia dell’umanità è “nascosto” ma già operoso e vitale (cf vv. 34-35 / Salmo 78). Questo va compreso dai discepoli sia nel percorso storico dell’umanità (cf v. 36) che come volontà di far prevalere il bene di tutti e in tutti: un buon fine rivelato però alla fine, nel suo compimento (cf vv. 37-43).

Intanto l’amore è sempre all’opera anche quando l’essere umano è inattivo o in opposizione, esso sta sotto tutto e inarrestabile fa crescere tutto fino alla piena maturità, a noi tocca non farci prendere dall’impazienza o da frettolose conclusioni.


Ambientazione liturgica

La comunità che si raduna per celebrare l’eucaristia domenicale non può certo vantare spesso grandi successi e risultati pastorali: arriviamo tutti un po’ affaticati dalla settimana, spesso poco motivati e poco propensi a farci mettere in discussione dalla Parola che ci viene proclamata.

Eppure. nella preghiera, sperimentiamo ogni volta “una forza interna” che nonostante i nostri limiti e fallimenti umani è capace di “liberare possibilità inaudite di vita in situazioni umanamente prive di speranza. Il Soffio vitale di Dio scruta in noi, conosce gli esseri umani ed ha il potere di salvare la nostra debolezza dalla pretesa di trasformazioni prodigiose” e di risultati immediati [Romani 8 – II lettura].

La misericordia del Padre, a cui ci affidiamo fin dall’inizio della celebrazione [Salmo 85] e nell’embolismo dopo il Padre nostro, ci “libera dai nostri umani fallimenti e sicuri da ogni turbamento… nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo”.

Gli umili, ma efficaci segni eucaristici come vitalmente agiscono in noi, così ci permettono di stare “nel mondo” accoglienti verso tutti, in fermento per ogni traccia di bene [Evangelo].

Accogliendo l’Uomo che si lascia ridurre a seme gettato a terra, nella sua vicenda pasquale (cf Giovanni 12,24-26), noi diventiamo discepoli suoi e servi per amore di ogni essere umano riconosciuto come amato, quindi amabile [Sapienza 12 – I lettura].

Preghiamo con la Liturgia

Ci sostengano sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore,
perché la tua parola, seme e lievito del regno,
fruttifichi in noi e ravvivi la speranza
di veder crescere l'umanità nuova.
Amen.

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