Vicina
è la Parola
15
febbraio 2026
Domenica
VI anno/a
Siracide
15,16-21
/ Salmo
118
1Corinti
2,6-10
Matteo
5,17-37*
LIBERI
da…di… per… con…
La
nostra esistenza è segnata da scelte che in gran parte ne
determinano la direzione. In molte di queste siamo stati consapevoli,
in molte altre solo parzialmente o addirittura completamente ignari.
Non sapremo mai veramente come e dove saremmo se avessimo scelto
diversamente, ma ora siamo qui e ogni giorno abbiamo la possibilità
di fare nuove scelte, liberandoci anzitutto “dai”
ripensamenti nostalgici e “dai”
rimorsi, e cogliendo nuove opportunità “di”
proseguire il nostro percorso ponendo come obiettivo il “per”
chi valga la pena spendere le nostre energie e investire le nostre
personali risorse.
Non
siamo soli in questa impresa, sappiamo di poter contare sulla
presenza di Qualcuno che si pone in dialogo con noi attraverso
l’incontro con altri e altre che possono diventare compagni in
questa avventura che è l’esistenza umana.
Contestualizzazione
evangelica di Matteo
5,17-37*
Cosa c’è “di
più” nel
Vangelo di Gesù rispetto a quello che ci ha trasmesso la Legge di
Mosè, una giustizia
sempre più grande?
Questo è stato per un po’ di tempo l’interrogativo che ha
animato le prime
comunità cristiane provenienti dal giudaismo (cf
Galati
4,31). Hanno cercato una risposta nelle memorie dell’insegnamento
proposto dal Nazareno e la narrazione di
Matteo ha
elaborato una proposta più articolata ed esaustiva.
Forse a noi sembra che questa
problematica non ci riguardi più direttamente, ci pare di avere
altri problemi da affrontare oggi come credenti nel mondo.
Eppure l’appello evangelico
è lo stesso: la
libertà dell’amore (cf
Galati 5,1-18;
1Corinzi 8,1.9;
9,1 ss.). Era
già questo ad essere contenuto nella Torah: un
dono di Dio offerto
gratuitamente al suo popolo, un’alleanza per imparare a “vivere
nella libertà” sostenuta
solo dalla sua
tenerezza e
misericordia, fedeltà e
compassione (cf
Esodo 34,6)
che Gesù stesso ha
compiuto e che noi possiamo soltanto accogliere e fare nostra come
avvenimento di salvezza che viene da Dio.
Forse una pretesa troppo
ingenua, troppo facile da eludere e deludere?
La storia della salvezza
contenuta nella Scrittura ce lo attesta.
Una proposta troppo fiduciosa
nelle reali possibilità umane, abili a trovare scorciatoie e
contraffazioni che finiscono per snaturarne il senso?
Gesù ha ben chiaro tutto
questo e il racconto evangelico di Matteo
nei capitoli dal 5
al 7 smaschera ogni
inganno in quel “Ma
io vi dico”
così perentorio e nello stesso tempo innovativo: la tangenza con la
giustizia di Dio è così all’infinito, nella fede in Lui giustizia
che viene da Dio (cf Filippesi
3,9). “Ma io
faccio così…”
potrebbe essere il senso di quell’ammonizione.
Non un “rammendo
su uno strappo”,
ma “vino nuovo in
otri nuovi” (cf
9,16-17), cominciando proprio a far nuove le persone con la sua
parola
e la sua cura
(cf 4,23-25) vera novità messianica (cf Isaia
43,18, Apocalisse
21,5).
Un “compimento”
che non è la ciliegina sulla torta, ma la reale possibilità di non
fallire ancora verso le promesse contenute nella Legge stessa.
L’amore,
che il Nazareno porta a compimento nella sua morte (Luca
23,47) e che dona come unico “suo
e nuovo
comandamento” (cf
Giovanni 15,12; 13,34), è l’unico tracciato di sviluppo autentico
della libertà umana.
Da essa la parola evangelica,
articolata in tutto “il discorso della montagna”, intende far
emergere il meglio
dell’umano che
c’è in ciascuno di noi “davanti
al Padre” che è
tale perché di tutti senza distinzioni [celeste],
in un rapporto di filiale fraternità: “il
tuo fratello”,
ripetuto come un ritornello qui e lungo tutto il racconto evangelico
di Matteo (cf 5,23.45).
Le sei ipertesi che
l’insegnamento di Gesù -in Matteo- pone, affermano con forza la
“novità” di Chi, da ebreo radicale, ha l’autorità di porsi in
alternativa a ogni precettistica fine a se stessa, di superarla e di
ritornare alla radice di ogni comportamento etico: “per Chi, perché
e come” dove lealtà e sincerità declinano la gratuità e la
creatività dell’amore!
Ambientazione
liturgica
L’ingresso
nella celebrazione liturgica di questa domenica è accompagnato da
un’antifona che si rivolge al
Signore “difesa, rocca e
fortezza che mi salva… mio rifugio;
guidami per amore”
che implica nella piena
libertà [Salmo
30,3-4] e
ci ricorda anzitutto che il Risorto è in mezzo ed Egli compie
anzitutto in sé quello che nella Parola chiede a noi.
Il
richiamo “Se tu vuoi puoi…”
fa leva proprio sulla piena
libertà umana e sulla sua
responsabilità nelle scelte
- spesso in alternativa tra loro - ma sempre in relazione alla
volontà del Signore [Siracide
15 – I lettura] che non si
pone come spettatore imparziale, ma in costante dialogo
con noi; così su di Lui si
fonda la nostra “beatitudine”,
non sulla nostra riuscita!
Egli
ci dona una nuova e profonda capacità di vedere
e di discernere
che ci consente di “custodire
con tutto il cuore la Parola… di metterla in pratica”
[Salmo 118]
nel realizzare la nostra esistenza.
Opposto
è l’atteggiamento dei “dominatori
di questo mondo” che sotto
la pretesa di renderci autonomi e indipendenti, addirittura più
sicuri, contrabbandano ben altre leggi, mentre lo
Spirito di Dio scruta tutto e
ci permette di vedere quanto Dio ci ami. Lo
abbiamo visto compiuto nella morte e risurrezione, nella cui
esperienza riceviamo anche la vera sapienza [1Corinzi
2 – II lettura].
È
stato infatti lo sguardo illuminato di Gesù nel “togliere
il velo” su quello che,
anche se non del tutto capito, può però essere anche da noi
vissuto. [Acclamazione
all’Evangelo – Mt
11,25].
Nel
momento in cui presentiamo
le nostre offerte all’altare
ricordiamoci bene delle parole
del Rabbi Nazareno: sono rivolte a noi oggi che purtroppo abbiamo
abolito anche il timido segno del dono di Pace, con l’alibi del
contatto contagioso.
Preghiamo
con la Liturgia
O nostro Padre,
che nel tuo Figlio riveli la
pienezza della Legge
fondata sul tuo amore,
fa’ che il popolo cristiano
qui radunato
per offrirti l’offerta di sé
stesso a noi,
sia coerente con le esigenze
del Vangelo,
diventando così strumento
fraterno di riconciliazione
e di pace in questo mondo.
Amen.
Sono sei "ipertesi", non "antitesi"; il Nazareno matteano non va oltre il giudaismo in quanto tale, ma oltre la componente giudaica precettistica.
RispondiEliminaDio non sta alla nostra portata. Per questo, determinare autoritariamente: “Dio è così”, “Dio dice questo”, “Dio vuole questo”…:tutto questo linguaggio è il più falso che possiamo usare. E dunque, prescindiamo da Dio? Non dico questo. Il compito più urgente della teologia è spiegarci quello che significa, in questo momento, la frase del Vangelo: “Quello che avete fatto ad uno di questi (poveri, ammalati, detenuti, stranieri…), lo avete fatto a me (al Signore)” (Mt 25, 17‐40). Dio, più che una questione di credenze, è una questione di comportamento. (J.M. Castillo)
RispondiElimina