Essere
riconosciuti
Per ogni persona sembra essere
fondamentale, nella formazione della propria identità e
consapevolezza di sé, il fatto che qualcun altro possa
“riconoscerla” nella sua individualità.
Il percorso di conoscenza di
sé, con la necessaria autostima, si afferma nel sentirsi percepiti
come tali e riconosciuti anche nella propria alterità.
Che qualcuno dica: “Ah…
ma sei tu!”, costituisce
un piccolo ma fondamentale contributo al nostro diventare adulti.
Scambiati per qualcun altro,
non chiamati per nome, non ricordati per chi siamo… rischia di
minacciare in misura diversa la nostra stabilità affettiva e di
creare un dispiacere sottile ma profondo. Così, a volte, ci sentiamo
in dovere di chiarire chi siamo davvero noi, sia per uscire da ogni
fraintendimento, sia per affermare la nostra identità… ben lungi
da quel supponente: “Lei
non sa chi sono io!”.
Contestualizzazione
evangelica di Giovanni
1,29-34
La testimonianza del
Battezzatore,
annunciata già nel prologo (cf Giovanni
1,6-8.15.19.32.34),
ora prende parola e anzitutto attesta la sua identità incalzato
dalla domanda “Chi
sei tu?” (v. 19).
È un’affermazione che non nega sé stesso ma mette in evidenza
qualcun altro (cf v. 8.20-23); “una
voce nel deserto” la
cui missione è “preparare
la Via” indicando
a chi lo segue: Ecco
è Lui! che
percorre le nostre strade e cammina con noi (v. 29).
Il racconto evangelico di
Giovanni, nella sua narrazione originaria, si fonda sulla dinamica
della conoscenza
nella
dialettica «luce/tenebre»
e «mondo/suoi»
(cf 1,5.10.11).
Il termine «mondo
= kòsmos» è
citato nel vangelo circa 78 volte e 105 nell’intera opera giovannea
ed è usato con quattro significati diversi:
1.
geografico di terra: “[Egli]
è venuto nel
mondo…”
2.
antropologico di umanità: “Egli
era nel mondo…”
3.
cosmologico di universo: “...e
il mondo fu fatto per mezzo di lui…”
4.
teologico (= la religiosità mondana): “...eppure
il mondo non lo riconobbe”
(cf vv. 31.33).
Con
l’incarnazione del Figlio/Logos, noi umani possiamo passare dalla
non-conoscenza alla visione/contemplazione, senza più barriere: vedere,
manifestare, contemplare e
testimoniare
sono tutti verbi inerenti a una conoscenza
basata su una
relazione che impone un'esperienza, cioè un contatto e una
trasfusione di vita (cf vv. 12-14.18) fino all’intimità con Colui
che passeggiando ora lungo il litorale incrocia il nostro cammino:
chiunque infatti ora
può incontrarlo! (cf
vv. 29.33.34).
Spesso
non conosciamo
perché non vogliamo sperimentare
e ci limitiamo alla superficie; non vediamo perché guardiamo
distrattamente; non contempliamo perché abbacinati da luci
appariscenti; non ci apriamo alla visione perché navighiamo a vista,
senza farci guidare. Abbiamo paura di Dio perché temiamo noi stessi
o non ci fidiamo a sufficienza di noi stessi di cui abbiamo poca
stima.
Giovanni
ri-conosce Gesù solo dopo avere visto su di Lui lo Spirito di Dio
(v. 34), comprende le parole di Isaia
(cf Is
11,2; 42,1-7; 61,1)
ed è ora in grado di riconoscere
e presentare
Gesù come «agnello
di Dio che toglie/porta via il peccato del mondo»
(v. 29), attribuendogli la funzione del Servo
di YHWH: «Egli
si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri
dolori… è stato trafitto per le nostre colpe»
(Is
53,4; in aramaico, tàlya
significa sia «servo»
che «agnello»
per cui è lecito supporre anche in Gv
questa ambivalenza).
Siamo
difronte a un
anticipo della Pasqua
dove il servo
sarà immolato come
agnello,
e in germe alla fede pasquale: «E
io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio»
(v. 34 cf 1Gv 1,1-4)
già presente nella comunità giovannea che deve diventare nostra nel
riconoscere e testimoniare che la missione di Gesù Cristo nel mondo
è la sua liberazione
da ogni incapacità di autentica realizzazione.
Attraverso la sua morte donata per amore di tutti Egli libera ogni
essere umano da questa impossibilità “mondana” di
autentica conoscenza dell’amore di Dio
[= peccato]
e si pone come principio di una nuova creazione (cf 15,16; Colossesi
1,15).
Ascoltando
questo evangelo siamo immersi in un cammino catecumenale che ci
introduce nella piena conoscenza della personalità di Gesù. Il
vangelo di Giovanni ruota attorno alla domanda cruciale: «Chi
è Gesù» (cf
12,34; 1,21.22; 8,25; 21,12). La nostra esistenza ora può
rispondervi, l'ascolto comunitario e interiore della Parola ci dà
forza e senso per affrontare questo cammino. Anche noi lo
interrogheremo, alle sue calcagna come i due discepoli del
battezzatore, incuriositi dalla sua dichiarazione: “Ecco
l’Agnello di Dio”.
Allora Egli ci
parlerà: Venite
e vedrete! La
Parola del Padre che ha attraversato i secoli e che “in
molti modi ha parlato a noi… il Figlio”
(Ebrei 1,1-3)
taceva fino a quel momento, ma quando sarà possibile instaurare un
dialogo
si porrà come domanda
e come proposta di vita
insieme.
Annotazione
liturgica
Siamo nel “Tempo della
Manifestazione del Signore” celebrata nei “tria
miracula”: l’Epifania ai Magi (6 gennaio) il
Battesimo nel Giordano (11 gennaio) le Nozze di Cana (II
domenica/c). Gesù Nazareno si manifesta come l’Inviato del Padre
prima ai lontani (i maghi d’oriente), poi al suo popolo Israele nel
fiume Giordano e indicato da Giovanni come l’Agnello di Dio che
prende su di sé il peccato del mondo (cf 1.29, infine ai suoi
discepoli in Cana di Galilea (cf Gv 2,11-12).
La
sua esistenza storica manifesta Gesù come “il Figlio amato e
inviato” (documentata dalle diverse narrazioni evangeliche), ma
questi tre eventi “inaugurali” ci rivelano che essa parte
dai più lontani per arrivare i più vicini, dai pagani erranti e in
ricerca ai discepoli attratti dal Maestro… per una conoscenza
inclusiva e unificante che indica anche a noi come vivere in una
comunità cristiana che cerca di seguirlo.
Questa II domenica dell’anno,
nei cicli A
e B,
ci propone la “testimonianza di
Giovanni il battezzatore”
ai suoi discepoli (cf 1,19.29-34)
e la loro successiva chiamata a seguire il Maestro (cf vv.
35-42). Questa singolare
collocazione liturgica nel ciclo A esula dallo schema generale che
legge quasi integralmente il vangelo secondo Matteo; inoltre
nel triennio si propone la lettura dell’intera prima settimana
della vita pubblica di Gesù nel racconto evangelico di Giovanni
che, dopo il Prologo, è cadenzata dal ritmo dei giorni: da «il
giorno dopo» (per tre volte cf 29.35.43) fino alle nozze di
Cana, introdotte dall’indicazione temporale «tre giorni dopo/il
terzo giorno» (cf 2,1).
La nostra assemblea liturgica è così connessa non solo a quella di
Israele ai piedi del Sinai che si purificava per tre giorni prima di
ricevere la Toràh, ma al nascente gruppo dei discepoli
nell’accogliere il dono della nuova ed eterna alleanza (vino
/ sangue) per una nuova umanità.
La
Parola liturgica
Fin
dall’inizio della celebrazione eucaristica sperimentiamo la
vittoria dell’amore su ogni forza ostile alla nostra umanità, che
proprio in essa si è immerso e ha iniziato il suo cammino di
liberazione non come “sovrano” (Ciro)
ma da “servo”
che, proprio perché “libero”, prende su di sé e toglie da ogni
persona il peso del suo fallimentare destino [Isaia
49 – I
lettura].
Siamo
chiamati anche noi, “tutti
insieme” a questa
esperienza, immergendoci nel suo amore gratuito che per primo in noi
e in tutti si è immerso [1Corinti
1 – II lettura].
Così
ci sarà possibile riconoscerlo e chiamarlo con il suo vero “nome”
[Giovanni
- Evangelo] e
proclamarlo vero liberatore di tutti con il canto della lode e della
gratitudine [Salmo
39].
Preghiamo
con la Liturgia
O
Padre,
che per mezzo di Cristo,
Agnello pasquale e luce
delle genti,
chiami tutti gli esseri umani superstiti
a
formare il popolo della nuova alleanza,
conferma in noi la
grazia del Battesimo,
perché con la forza del tuo
Spirito
proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo.
Amen.