giovedì 3 aprile 2025

Vicina è La PAROLA 6 Aprile 2025 V Quaresima/c Ho scritto t’amo…

 Vicina è La PAROLA

6 Aprile 2025

V Quaresima/c



Isaia 43,16-21 / Salmo 125

Filippesi 3,8-14

Giovanni 8,1-11


Ho scritto t’amo…

Una canzone della mia adolescenza faceva: “Ho scritto t’amo sulla sabbia e il vento a poco a poco se l’è portato via con sé” e mi viene in mente leggendo o ascoltando il brano del vangelo di Giovanni in cui Gesù si rifiuta di condannare e lascia andare libera la donna che aveva tradito il marito e che per questo, applicando la Torah, doveva essere uccisa a sassate.

Lo so che ci è più familiare il “Chi è senza peccato…” (che siamo soliti usarlo a nostro favore quando ci hanno colto in fallo), ma la leggerezza del gesto di “scrivere per terra” mi sa tanto di tenerezza verso quella donna già giudicata e condannata in toni maschilisti come “una tale donna; …donne come questa!”.

Gesù però non cade nella trappola della discussione, ma agisce, “non scrive qualcosa ma presenta se stesso come parola definitiva e autorevole di Dio” (L. Manicardi).

Un richiamo in contrasto con la Legge mosaica che il Signore, col suo dito, avrebbe scritto sulla pietra per ben due volte (cf Esodo 31,18; 32-34), come fa Gesù (Giovanni 8,6b.8).

Ma a ben riflettere i due gesti, così accostati, ci aiutano a capire che Gesù, Figlio del Padre, non solo manifesta le sembianze del suo vero volto, ma agisce come è nelle sue vere intenzioni scrivendo proprio su quel suolo da cui l’essere umano è stato formato che per il suo soffio è diventato vivente (cf Genesi 2,7). Il soffio del Risorto vivificherà per sempre eliminando il potere distruttivo dei nostri fallimenti (cf Giovanni 20,22-23): lo Spirito ci fa rinascere (cf 3,7-8).

Su di un muro sotto casa mia, qualche ragazzotto ha scritto con un pennarello. “il male ch fai incidilo sulla pietra. se fai il bene scrivilo sulla sabbia”.

Mi emoziona davvero tanto pensare che Gesù in silenzio, quel giorno, tra una donna inerme e uomini assetati di sangue, abbia scritto per terra: Ti amo!


Contestualizzazione evangelica di Giovanni 8,1-11

Questo episodio dall’evangelo di Giovanni ci offre un meraviglioso esempio di come l’amore di Dio manifestato da Gesù superi ogni misura e previsione, che trova qui però un anticipo, un preludio addirittura alla sua passione dato il particolare contesto in cui questa “gemma” è incastonata.

L’opposizione delle autorità giudaiche verso il Nazareno sta arrivato al suo culmine (cf 7,41b-53; 8,59): la folla lo riconosce come “il profeta”, “il Cristo” per essersi definito capace di far “sgorgare fiumi di acqua viva”, lo Spirito di Dio da chi crede in Lui (cf 7,37-41a); loro cercano ogni mezzo per ucciderlo dopo averlo definito “un pazzo, un bugiardo, un eretico, un demonio” (cf 8,48.52.55).

Il sinedrio non è ancora riunito e già inizia il processo contro Gesù: la donna sorpresa in adulterio è solo un pretesto per screditarlo davanti al popolo accusandolo di non osservare la Legge di Mosè (cf 8,6.13ss.) e di essere complice di chi la trasgredisce (cf Matteo 11,19; Luca 7,39; 15,1-2). Ma questo diventa per Gesù un’occasione per manifestare il modo di giudicare da parte di Dio. Infatti il suo permanere nel Tempio di Gerusalemme a insegnare ci fa ritenere che egli prenda il posto del santuario ebraico (cf 7,28.37; 8,2.12ss.20) e così si manifesti come parola della verità che rende liberi (8,31-32).

Ci colpisce il suo silenzio, come davanti ai suoi giudici durante la passione, un silenzio assoluto che mette ciascuno degli accusatori anzitutto davanti a se stesso ed ai propri fallimenti (cf 8,6-9). Mentre la crescente tensione nella narrazione sembra andare verso l’inesorabile uccisione, si arresta quando lo sguardo, dal basso verso l’alto, del “muto scrivente” e la sua parola aprono uno spiraglio di luce su colei che gli sta veramente a cuore e persino su di loro.

L’atteggiamento di Gesù vuole porre davanti a Dio non il fallimento personale come capo d’accusa ma la coscienza dell’essere umano che ha bisogno di essere illuminato dal suo amore misericordioso. La donna che rimane ferma e sola davanti a Gesù è posta al centro dell’attenzione di Dio, mentre i suoi accusatori se ne vanno uno per uno (cf v. 9) sottraendosi così pure loro all’incontro trasformante con il giudizio che non condanna e che offre la possibilità di sottrarsi per sempre alla sconfitta dei propri fallimenti (cf vv. 10-11). Una volta infranta la Legge di Mosè [Torah] si instaura la misericordia di Colui che viene a togliere prendendo su di sé il peccato del mondo (Giovanni 1,29.36) e che pur potendo scagliare per primo la pietra e l’unico che permette di andare oltre: lascia infatti andare “disarmati” i peccatori occulti e perdonata quella reputata tale.

La donna, finora rimasta muta e “assente” pur essendo stata messa “al centro” (vv. 3 e 9), come tra “due fuochi”, è davvero al centro dell’attenzione di Gesù che la interpella personalmente rendendola così consapevole e responsabile delle sue azioni, sia fallimentari sia imputabili. 

Lei, ritrovata la sua dignità e autonomia, con le due parole di risposta mette in evidenza che Lui è “il centro”, l’unico che davvero rimane: mentre gli altri che se ne sono andati sono “Nessuno” Lui è il “Signore” (v. 13), il datore della Torah.

Nel suo “alzarsi in piedi”, Egli coinvolge la donna nel suo destino di risurrezione per aver fatto proprio il suo destino di morte: infatti dopo aver tentato di lapidare lei, lo stesso faranno con Lui (cf v. 59). L’unica pietra che alla fine verrà scagliata sarà quella della sua tomba, segno del prevalere definitivo della vita e dell’amore su ogni forma di morte (cf 20,1). Qui è anticipata come liberazione e reale possibilità di una vita nuova: “e va’ non fallire più”.

Una conclusione troppo ingenua o utopistica? 

Il marito e la sua famiglia l’avranno riaccolta?

Piuttosto un anticipo di una vita possibile per chi si crede o si sente condannato dalla propria fragilità umana, in una “tensione critica tra la parola di Gesù e la realtà umana e storica carica di conflitti e contraddizioni”, anche di nuove sconfitte come se tutto fosse da rifare… Tuttavia lo è per chi “crede che l’avvenire, nonostante tutto, si può ancora inventare”. (M. Orsatti)

Per questo Alberto Maggi prospetta che la donna abbia trovato tra i discepoli di Gesù una nuova famiglia.


Contestualizzazione liturgica

Dopo aver letto in questo itinerario quaresimale del “ciclo c” quattro brani tratti dal racconto evangelico di Luca si conclude arrivando a un vertice assoluto di amore l’episodio di Giovanni 8,1-11, da alcuni studiosi considerato di attribuzione lucana (Ernesto Borghi).

Domenica scorsa siamo stati illuminati dal volto materno del padre misericordioso, oggi Gesù nostro “vero fratello maggiore” ci dona possibilità di una vita nuova con i suoi gesti e la sua parola: la parabola diventa storia vera, la sua è parola di vita!

La liturgia quaresimale è soprattutto annuncio gioioso di liberazione, perdono fonte di speranza gioiosa, tensione verso un futuro nuovo. Tutti e tre i testi proclamati sono la testimonianza del cambiamento che la misericordia di Dio produce nell’esistenza delle persone.

Così Isaia 43,16-21 [I lettura] apre la Liturgia della Parola con un consolante e incoraggiante invito a non ricordare più il passato, pur costellato da diversi interventi salvifici: “Ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Il Signore, dopo l’esilio a Babilonia, apre un futuro nuovo al suo popolo, un “nuovo esodo” e la conversione è presa di coscienza di un cambiamento già in atto, anche nella natura stessa. 

Gesù davanti alla donna adultera lo attesterà: è Lui la novità tanto attesa e sperata che compie l’esodo dell’amore di Dio, attraverso il suo popolo, verso l’intera umanità.

Le letture dell’AT in queste 5 domeniche ce l’hanno fatto percorrere nelle sue diverse tappe.

Anche noi, come esuli di ritorno o pellegrini, possiamo pregare con il Salmo 125 il Signore che fa grandi cose per noi, cantando il suo perdono che fa rifiorire nel nostro cuore il canto della gratitudine e della gioia [Colletta C].

Superando Israele anche per Paolo, una volta afferrato da Cristo, si apre un futuro di vita nuova verso cui correre, pur essendo ancora in prigione [Filippesi 3 / II lettura]. La comunità cristiana diventa partecipe della stessa esperienza che l’apostolo le comunica, libera da ogni esclusione e presunzione di “premio conseguito”.

Liberáti una volta per sempre ora non sarà facile vivere da persone libere, ma almeno sarà possibile! (Colossesi 1,15-20)



In preghiera con la Liturgia

O Dio, Padre di misericordia,
che hai mandato il tuo Figlio
non per condannare 

ma per salvare il mondo,
perdona ogni nostra colpa,
perché rifiorisca nel cuore
il canto della gratitudine e della gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,

Nel tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità del tuo Spirito, ora per l’eternità. Amen.




 


giovedì 27 marzo 2025

Vicina è La PAROLA 30 Marzo 2025 IV Quaresima/c Ritornare a casa

Vicina è La PAROLA

30 Marzo 2025


IV Quaresima/cRisultati immagini per figliol prodigo


Giosuè 5,9a.10-12 / Salmo 33

Luca 15,1-3.11-32

2Corinzi 5,17-21

Ritornare a casa

Se non è facile “essere genitori”, non lo è di meno “essere figli”.

O meglio vivere da figli e da figlie nel momento in cui ci si rende conto chi siano i propri padre e madre… Allora anche la casa può diventare addirittura una “prigione” o può essere vissuta come un “albergo” e comunque non la si vive da figli se non ci si sente amati in modo libero e responsabile.

Un cambiamento può avvenire quando si rientra in contatto profondo con sé stessi, con la propria interiorità e vera identità, dopo essere stati lontani da “casa” e aver vissuto da dissennati “estraniandosi”. Ogni fuga dalla realtà si infrange contro un’illusione che prima o poi delude amaramente, finché non si riesce a riconoscere la verità in un abbraccio d’amore.


Contestualizzazione evangelica di Luca 15,1-3.11-32

Un Padre che ci ama come una Madre.

All’inizio di questa originalissima e toccante parabola Luca nomina solo il padre, la madre sembra assente; ma ad un certo punto egli si scoprirà capace di amare anche in modo materno, con “viscere di misericordia” [rechem]. Essa è preceduta da altre due parabole: nella prima il protagonista è maschio (il pastore che cerca la pecora perduta fuori dal recinto 15,3-7) e nella seconda una massaia, che cerca una moneta perduta in casa (vv. 8-10); questo non solo per “parità di genere” ma per trasmetterci l’esperienza totalizzante di essere amati da Dio, le accumuna infatti la “festa” condivisa con gli amici e con Dio.

Nella terza parabola non scorre un improbabile buonismo, ma fin dall’inizio viene in evidenza la difficoltà di riconoscere e vivere il legame d’amore, nella libertà e nella responsabilità; inoltre illustra il dramma di ogni essere umano e dell’umanità di sentirsi accolti in un “grembo di misericordia” che ci genera alla libertà di essere amati e di amare gratuitamente.

Il figlio minore, con la sua pretesa di indipendenza, rifiuta la stessa presenza del padre nella sua esistenza decretandone la “morte” pur di possederne la “vita” [tòn bìon v. 13]; ma così sarà lui ad andare incontro alla morte [nekròs v. 24] allontanandosi dalla casa paterna.

Il figlio maggiore, che entra in scena alla fine, continua a viverci, ma da servo salariato [doulos v. 29] e non riesce nemmeno a immaginare che il padre lo ami solo perché è “suo figlio” [téknon v. 31], il che lo rende spietato verso l’altro fratello che nemmeno nomina tale, svergognandolo davanti al padre, nonostante un servo glie lo ricordi (cf vv. 27.29-30). Il suo atteggiamento corrisponde a quello di scribi e farisei che hanno provocato Gesù a raccontare le tre parabole, criticato perché i peccatori gli si avvicinavano per ascoltarlo, Lui li accoglie e mangia con loro (cf vv. 1-3).

Ma ancora meglio, la parabola ritrae questo padre che “vide da lontano, ne ebbe compassione [esplaghnisze, come ad una madre che si rompono le acque per il parto], corse incontro, si gettò al collo e lo baciò, e infine, sordo alle opportunistiche dichiarazioni di pentimento del figlio ritornato e ancorato al suo passato (cf vv. 17-20.21), è già proiettato verso il futuro: lo fa rivestire come per il giorno delle nozze e fa preparare la festa nuziale dichiarandolo “risorto” (cf vv. 22-24). Per lui infatti non è mai stato lontano (cf v. 13), è stato sempre figlio poiché non ha mai smesso di essere padre e di amarlo.

È proprio in quell’abbraccio e in quel bacio, in quella interiore compassione che genera ad una vita nuova: per il figlio è una rinascita e per lui il ricongiungimento con la parte di sé femminile e materna!

Non meno amore dimostra per il figlio maggiore: anche a lui esce incontro per convincerlo a entrare, anzi lo supplica in un atteggiamento orante che dovrebbe convincerlo a lasciarsi raggiungere anch’egli dall’ininterrotto flusso di amore che finora lo ha tenuto in vita nella casa in cui invece si sentiva un dipendente.

Qui, come in altri passi lucani, non si percorre la sequenza morale peccato-pentimento-conversione che merita il perdono, ma ci si incontra con un insensato atteggiamento paterno e materno: il perdono genera il pentimento, come nella vicenda di Zaccheo (cf 19,8-10). 

Si tratta di un’esperienza che non può essere determinata da nessun previo pentimento, che è anche l’unica capace di far rileggere la propria vicenda alla luce dell’amore paterno che, come quello di una madre, non potrà mai venir meno (cf Isaia 49,14-16).

Il finale però è a sorpresa: accetterà il figlio maggiore di partecipare alla festa?


Ambientazione liturgica

A cammino quaresimale ormai inoltrato, la Liturgia ci fa già fin da ora intravvedere la meta che in ogni passo ed in ogni istante della nostra esistenza umana è al nostro fianco, in ogni vita ci accompagna: l’amore del Padre, la vera “casa” e “terra promessa” in cui festeggiare eternamente.

Oggi la domenica di Laetare [dall’antifona d’ingresso: “Rallegratevi” - cf Isaia 66,10-11], anticipa l'esultanza pasquale nel condividere la gioia del Padre che ci accoglie e fa festa per noi suoi figli e figlie ritornati nella sua casa. È una festa nuziale: la chiesa “sposa e madre” ci nutre con la Parola e il Pane della Vita.

Così è nella I lettura - Giosuè 5 che narra della “prima pasqua” celebrata dal popolo di Israele nella terra dei propri antenati, Canaan; come “figlio di Dio” (cf Esodo 4,22, Osea 11,1) egli entra nella “casa” che il Signore ha preparato per lui dopo averlo fatto uscire dall’Egitto, “casa della schiavitù”. D’ora in poi la Pasqua diventerà la Festa che celebra la gioia della liberazione, anche se Israele correrà sempre il rischio di vivere come un “suddito” e non come amato (cf figlio maggiore nella parabola lucana).

Riecheggia sulle nostre labbra la lode e il ringraziamento del Salmo 33: “Ho cercato il Signore e mi ha risposto e da ogni timore mi ha liberato… Lo benedirò! Celebrate con me il Signore!” Espressioni di gioia e di riconoscenza nella nostra celebrazione pasquale che festeggia la gioia ritrovata per la vita che non si ferma mai perché l’amore è più forte di ogni morte.

È l’esperienza di essere nuove creature che l’apostolo Paolo ricordava ai cristiani di Corinto [2Corinzi 5 - II lettura]: “lasciarci riconciliare” che già ha fatto mediante Cristo con la forza del suo amore misericordioso, sorgente zampillate di eterna novità. 

A questa possiamo solo affidarci e farci riconquistare, riconciliare con la vita e con noi stessi attraverso l’amore che sempre opera per primo, riconosciuto nella trama dei fatti quotidiani e di fronte a cui siamo posti: dichiararci prodighi e accogliere la gioia del Padre, o presumerci giusti e scandalizzarci di Lui?

In preghiera con la Liturgia

O Padre,

che nel tuo Figlio crocifisso e risorto
offri a tutti i tuoi figli e figlie
l’abbraccio della riconciliazione,
vinci ogni nostra chiusura

e facci capaci di accoglierci e di perdonarci

festeggiando insieme e con gioia

la Pasqua dell’Agnello.
Tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità de tuo Spirito, ora per l’eternità. Amen.

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Vicina è La PAROLA 6 Aprile 2025 V Quaresima/c Ho scritto t’amo…

  Vicina è La PAROLA 6 Aprile 2025 V Quaresima/c Isaia 43,16-21 / Salmo 125 Filippesi 3,8-14 Giovanni 8,1-11 Ho scritto t’amo… Una canzone ...