Vicina è la PAROLA
7 giugno 2026
Corpo&Sangue del Signore/a
Deuteronomio 8,2-3.14-16 / Salmo 147
1Corinzi 10,16-17
Giovanni 6,51-58
Carne da mangiare come PANE
Contestualizzazione evangelica di Giovanni 6,51-58
Siamo al finale del lungo capitolo VI nel racconto evangelico Giovanni che ha un posto centrale sia per la comprensione della messianicità di Gesù che vuole dare ai suoi lettori, che per il profondo contenuto catechetico in riferimento all’Eucaristia e soprattutto all’intera esistenza cristiana che ha in Cristo colui che dà sé stesso a noi come pane/nutrimento di Vita incorruttibile per un’esistenza autentica e piena.
La sua ambientazione cronologica e narrativa è all’interno dei capitoli 5-12 e il suo contesto “teologico” nel significato di “segno”.
Nei vv. 35-58 emerge il “tenore eucaristico” di tutto il discorso dove “nutrirsi di Lui”, per gli ascoltatori e interlocutori - tra i quali ci siamo anche noi - significa fare propri gli atteggiamenti del Figlio nei confronti della volontà del Padre (cf 4,34), accogliendo il suo dono vitale e vivificante (cf vv. 53-57). Proprio questo è il contenuto del “gesto eucaristico”! (S. Panimolle).
Il realismo dei verbi ricorrenti: mangiare, bere, masticare, suppone un’esperienza già in atto dell’eucaristia, di essere in comunione fisica e vitale con il Figlio e come Lui con il Padre: “Chi mangia Gesù, partecipa al dinamismo vitale che deriva dal Padre e che, attraverso il Figlio, si trasmette a ogni credente in Lui”. La finalità di questa lunga “catechesi” è di “accendere in noi la voglia di vivere come Lui, di risvegliare la nostra vita. Senza cristiani che si nutrano di Gesù, la Chiesa languisce senza rimedio”. (J. A. Pagola)
“Io-Sono il pane della Vita” (v. 48) è la nuova affermazione che chiude quella del v. 41 e apre il ragionamento successivo giungendo a uno sviluppo che abbina “pane vivente” (v. 51) a “carne” da mangiare (v. 51c): Gesù è per noi colui che ci dona Vita e che la alimenta costantemente.
Ora il nuovo dono di Dio all’umanità passa attraverso la “carne” del Figlio (cf 1,14; “bisrà” in aramaico e “sarx” in greco) che dà Vita nel deporre la sua vita (cf 10,17): questo è il vero “pane” che nutre infinitamente e in modo definitivo. Come Dio si fa incontrare e conoscere attraverso l’umanità del Figlio (cf 1,18; 14,9), così ora ogni essere umano, nella debolezza della sua condizione, addirittura “si nutre” di Lui. L’originaria fragilità umana che Gesù recupera con il dono di sé stesso, trova la sua compiutezza nella capacità di donarsi.
Questo è uno scandalo intollerabile non solo per i Giudei, ma per ogni proposta religiosa che voglia “spiritualizzare” l’avvicinarsi alla divinità: in Gesù, il Figlio “Parola fatta carne”, Dio e l’essere umano si incontrano, viceversa si allontanano e si pèrdono per sempre. Se già risultava inaccettabile da parte dei Giudei che Gesù si definisse “vero pane da Dio”, comprensibile è allora la loro furibonda reazione nel rifiutare la proposta di Gesù di dare “la [sua] carne da mangiare” (v. 52). Ma Lui insiste che per avere Vita in noi stessi non possiamo rifiutarci di “mangiare la sua carne e bere il suo sangue”, nutrendoci di Lui che ha preso la nostra carne umana (dal v. 54 subentra il verbo mangiare ma masticare, cioè ruminare).
È questo il senso globale dei vv. 53-55, dove l’evangelista sembra spingere sul realismo del “nutrirsi masticando” la carne e il sangue umani del Figlio, perché sono “realmente cibo e bevanda”. Probabilmente questa crudezza motiva la reazione degli uditori per l’infrangersi del tabù del cannibalismo: “come mai può [dirci di] fare questo!” (cf Levitico 17,10-14).
La circolarità del discorso imprime una ripetizione che marca molto il cibarsi come via di accesso alla Vita di Dio! Quindi i motivi di scandalo e di protesta sono due, uno ancestrale, antropologico e l’altro religioso: nutrirsi della carne umana del Figlio del Padre per diventare figli e figlie suoi!
Questo nutrimento dà origine a una relazione stabile tra noi e Gesù: “rimanere/dimorare” (costanti dal capitolo 15 in poi), che ci permette di vivere attraverso di Lui nello stesso modo in cui Egli vive grazie al Padre che lo ha inviato a noi: una relazione d’amore filiale (vv. 56-57).
Notiamo il crescendo del “simbolismo eucaristico” in quest’ultima parte del discorso, in parallelo con il “realismo di nutrirsi”: mangiando il pane e bevendo il vino nel banchetto eucaristico noi ci nutriamo di Cristo nel suo corpo e sangue, di tutta la sua persona di Figlio del Padre mandato a noi, Egli in noi è Vita piena, indefettibile e incorruttibile, fino alla nostra risurrezione finale. L’efficacia del sacramento eucaristico ha la sua origine nel dono della Vita da parte del Padre attraverso il suo Figlio, quella sua carne umana assunta da noi fin dall’inizio (cf 1,14).
I vv. 58-59 chiudono l’insegnamento di Gesù nella sinagoga a Cafarnao ricollegandosi all’esperienza degli antenati nel deserto con cui il discorso è iniziato (cf vv. 49 e 31).
Ambientazione liturgica
È nella celebrazione eucaristica che si rivela la pienezza di questo dono vitale per la nostra esistenza affinché essa sia significativa e realizzata nell’amore.
“Ricordati!” è perciò un invito a non barattare questa esperienza di cura e di nutrimento sostanziale con un ritualismo “sacro” ma non “santificante” [Deuteronomio 8 – I lettura], e a farci coinvolgere nell’intimità tra il Padre che dona il Figlio così da “rimanere/dimorare” in noi fonte inesauribile di Vita [Evangelo].
Nessuno vi partecipa per sé in modo esclusivo: questa realtà si attiva in noi se anche gli altri possono farne parte, nessuno escluso, tutti! [1Corinti 10 – II lettura].
Preghiamo con la Liturgia
Padre, Dio fedele,
che nutri il tuo popolo con amore,
saziaci alla mensa della Parola
e del Corpo e Sangue del tuo Figlio,
affinché nella comunione con Te
e con i fratelli e sorelle,
camminiamo verso il convito del tuo regno.
Amen.