giovedì 16 luglio 2026

Quanti "sè" in me... - Domenica 19 luglio 2026 / XVI dell'anno'a

 Vicina è la PAROLA










19 Luglio 2026

XVI Domenica dell’anno/A

Sapienza 12,13.16-19 / Salmo 85

Romani 8,26-27

Matteo 13,24-43


Ma quanti “sé” in me

Quando diciamo “disarmato” intendiamo che non sta imbracciando nessuna arma offensiva (arm in inglese è braccia e unarmed è disarmato): a braccia “aperte”, appunto “disarmate”, possiamo abbracciare chiunque ci venga incontro come amico... fratello o sorella.

Può sembrare un atto istintivo, ma in realtà è effetto di una consapevolezza maturata col tempo che non c’è nulla da temere e che “il nemico”, come scrive Etty Hillesum, va anzitutto vinto dentro di noi (Middelburg 1914 – Auschwitz 1943) .

Ah, alla fine abbiamo proprio tutto dentro di noi, Dio, cielo, inferno, terra, vita, morte ed epoche, molte epoche. Un’instabile scenografia e rappresentazione delle circostanze non sono mai così decisive, in quanto ci potranno sempre essere delle circostanze, buone e cattive, e questa realtà delle circostanze buone e cattive, deve essere accettata, e questo non impedisce che ci si dedichi a migliorare quelle cattive. Si deve sapere però per quali ragioni si lotta, e si deve cominciare da se stessi, ogni giorno ancora da se stessi” – 3 luglio 1942.

Bisogna vivere con se stessi come se si vivesse con un’intera folla di persone. E si impara allora a riconoscere in se stessi le caratteristiche buone e cattive dell’umanità” – 22 settembre 1942.

La barbarie nazista risveglia in noi una barbarie identica, che utilizzerebbe gli identici metodi… questa barbarie dobbiamo rifiutarla dentro di noi, non dobbiamo coltivare in noi questo odio, altrimenti il mondo non verrà fuori d’un passo dal fango” – 15 marzo 1941.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 13,24-43

Dopo le parabole sulle dinamiche di diffusione e crescita del regno di Dio nella predicazione del Nazareno e in quella delle prime comunità cristiane poi, soprattutto in un contesto problematico e polemico di “fallimento ed insuccesso” (cf Domenica XV – Mt 13,1-23), ne seguono tre riguardanti la presenza dei credenti e delle comunità ecclesiali nel mondo, inteso soprattutto come convivenza sociale (vv. 24-43). Poi altre tre, molto brevi, ma suggestive per contenuto e linguaggio: il tesoro nascosto (v. 44), la perla preziosa (vv. 45-46), la rete da pesca (vv. 47-50). La conclusione ci riporta al motivo di fondo di tutte sulla “comprensione delle parabole” (v 51) e sul discepolo che acquisita questa capacità ora diviene il “nuovo maestro della rinnovata Toràh” (v. 52).

Il brano evangelico proclamato questa domenica è costituito da tre racconti parabolici: buon seme e zizzania (vv. 24-30); la senape (vv. 31-32); il lievito (v. 33) seguiti dal perché l’insegnamento in parabole (vv. 34-35) e la spiegazione ai discepoli della prima (vv. 36-43).

Sembra che la redazione di questo capitolo un po’ complesso sia avvenuta in varie fasi, determinata anche dagli sviluppi interni alla comunità di Matteo e dai suoi rapporti con la società circostante (cf dal v. 36 in poi).

Della narrazione dei vv. 24-43 cogliamo alcuni elementi:

l’intenzionalità di ogni essere umano, del credente in particolare, di fare cose belle e buone nella sua esistenza e l’operato malevolo e opposto di un nemico nel medesimo contesto;

la reazione impulsiva di estirpare i segni del male e l’intervento invocato di chi “possiede” lo svolgersi della vicenda [padrone] ad avere pazienza e fiducia in un finale risolutivo della storia umana con un buon raccolto e la distruzione del male.

Anche se la comunità cristiana nella società non ha nessuna apparente grandezza, allora come oggi mediocre nella sua testimonianza, ha però un potere straordinario di diventare “casa per tutti” (vv. 31-32) e la sua presenza nascosta agisce come “lievito nella massa” per una forza interna e sproporzionata che rende poi tutto commestibile e nutriente (v. 33).

L’esperienza dei credenti e delle loro prime comunità è infatti coerente e connessa con l’agire di Gesù e soprattutto con il progetto messianico, apparentemente fallito: proclamare ciò che nella storia dell’umanità è “nascosto” ma già operoso e vitale (cf vv. 34-35 / Salmo 78). Questo va compreso dai discepoli sia nel percorso storico dell’umanità (cf v. 36) che come volontà di far prevalere il bene di tutti e in tutti: un buon fine rivelato però alla fine, nel suo compimento (cf vv. 37-43).

Intanto l’amore è sempre all’opera anche quando l’essere umano è inattivo o in opposizione, esso sta sotto tutto e inarrestabile fa crescere tutto fino alla piena maturità, a noi tocca non farci prendere dall’impazienza o da frettolose conclusioni.


Ambientazione liturgica

La comunità che si raduna per celebrare l’eucaristia domenicale non può certo vantare spesso grandi successi e risultati pastorali: arriviamo tutti un po’ affaticati dalla settimana, spesso poco motivati e poco propensi a farci mettere in discussione dalla Parola che ci viene proclamata.

Eppure. nella preghiera, sperimentiamo ogni volta “una forza interna” che nonostante i nostri limiti e fallimenti umani è capace di “liberare possibilità inaudite di vita in situazioni umanamente prive di speranza. Il Soffio vitale di Dio scruta in noi, conosce gli esseri umani ed ha il potere di salvare la nostra debolezza dalla pretesa di trasformazioni prodigiose” e di risultati immediati [Romani 8 – II lettura].

La misericordia del Padre, a cui ci affidiamo fin dall’inizio della celebrazione [Salmo 85] e nell’embolismo dopo il Padre nostro, ci “libera dai nostri umani fallimenti e sicuri da ogni turbamento… nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo”.

Gli umili, ma efficaci segni eucaristici come vitalmente agiscono in noi, così ci permettono di stare “nel mondo” accoglienti verso tutti, in fermento per ogni traccia di bene [Evangelo].

Accogliendo l’Uomo che si lascia ridurre a seme gettato a terra, nella sua vicenda pasquale (cf Giovanni 12,24-26), noi diventiamo discepoli suoi e servi per amore di ogni essere umano riconosciuto come amato, quindi amabile [Sapienza 12 – I lettura].

Preghiamo con la Liturgia

Ci sostengano sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore,
perché la tua parola, seme e lievito del regno,
fruttifichi in noi e ravvivi la speranza
di veder crescere l'umanità nuova.
Amen.

venerdì 10 luglio 2026

La FORZA della PAROLA - Domenica 12 Luglio 2026/XV dell'anno'a

 Vicina è la PAROLA










12 Luglio 2026

XV Domenica dell’anno/A

Isaia 55,10-11 / Salmo 64

Romani 8,18-23

Matteo 13,1-23

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260712


La forza della PAROLA

Le parole hanno il potere straordinario di plasmare la realtà e influenzare profondamente le nostre emozioni. Lo constatiamo soprattutto oggi attraverso i social che esse non sono semplici strumenti per comunicazione ma potenti mezzi capaci di creare ponti o distanze, guarire ferite o infierire sui più deboli e sprovveduti, influenzare il benessere psicologico o gettare nello sconforto e nella depressione... sceglierle con cura ed empatia definisce il nostro posto nel mondo e il modo di vivere la quotidianità.

Lo sa molto bene chi di noi ha insegnato e ha colto la sfida di essere ascoltati “pretendendo” attenzione o tentando di coinvolgere nel dialogo con qualche interessante espediente. Tempo perso?... un ulteriore buco nell’acqua!

Ecco la forza della parola quando è usata per stabilire un dialogo, un ponte, ed emerge in tutta la sua invitta vitalità. Mi sorprendo quanto sia importante da parte di noi adulti non possedere la parola, ma lasciarla andare affinché si getti come seme nella terra, senza preoccuparci di altro… che non sia imprigionata, che rimanga libera di entrare, di posarsi e di agire (cf Paolo a Timoteo II 2,9; Salmo 147, Atti 6,7;11,21; 21,20).

È il terreno che permette di germogliare o il seme che ne ha in sé tutta le potenzialità?

Contestualizzazione evangelica di Matteo 13,1-23

Il contesto nel quale Gesù inizia la sua “nuova” predicazione è problematico e polemico.

In questo capitolo 13 emergono anche le difficoltà incontrate dalle comunità cristiane del I secolo nel loro annuncio dell’evangelo: entusiasmo iniziale, adesioni e defezioni, conflitti e divisioni al loro interno… gli insuccessi mettono a dura prova anche i credenti più ferventi e li fanno dubitare delle loro capacità.

Fin dall’inizio del suo ministero messianico il Nazareno si è messo in contrasto con la precettistica farisaica e la sua interpretazione della Torah (cf 5,21 ss.; 7,15 ss. 28).

Le occasioni di scontro sono ben descritte nel capitolo 12: infrange la regola del sabato, anche con guarigioni “fuori legge” che determinano il tentativo di ucciderlo (vv. 1-14). Nonostante “guarisca tutti”, realizzando la profezia di Isaia 42,1-4 (vv. 15-21), il suo agire è frainteso e addirittura ritenuto demoniaco proprio da chi è incapace di vedere e di esprimersi, di accogliere l’agire misericordioso di Dio in Gesù (vv. 22-37; 43-45).

L’unica possibile identificazione è con il profeta Giona (vv. 38-42).

Il colmo è raggiunto con l’intervento dei suoi familiari che permette al Nazareno di chiarire ogni autentico legame con lui “compiendo la volontà di Dio” (vv. 46-50; cf 5,12; 7,28).

Nonostante tutto Gesù continua a “uscire”, a incontrare le folle in riva al mare e, consapevole dell’opposizione così palese, intraprende “un nuovo genere di predicazione”, “in parabole” (cf 13,1-3).

Il motivo non è immediatamente capito dai discepoli (v. 10) e anche noi moderni abbiamo dovuto indagare molto sul “metodo parabolico” utilizzato da Gesù per non rischiare di fermarci al “raccontino”, banalizzando il contenuto e i significati delle numerose “parabole evangeliche” (cf gli studi fondamentali di Ch. E. Dodd, J. Dupont, J. Jeremias, H. A. J. Ianovitz O., B. Maggioni).

È interessante che sia Gesù stesso a spiegare la sua scelta, citando ancora Isaia (6,9-10 nei vv. 14-15): coerente con le sue esigenze già espresse in 11,25-27, la comprensione e l’accoglienza del suo operato messianico dipendono da un atteggiamento di fondo disponibile a farsi interpellare personalmente e profondamente [ascoltare e non solo sentire; vedere e non solo guardare], non sottraendosi alla fatica di interpretare la propria esistenza alla luce del suo evangelo e mettendosi in discussione (cf vv. 11-18).

Questa è anche l’identità del discepolo, “nuovo scriba della Torah” (vv. 51-52).

La prima serie di parabole (vv. 1-52) attesta che, nonostante le situazioni siano spesso sfavorevoli, “il seme del regno” è gettato e comunque germoglierà dando frutto oltre ogni aspettativa ed opposizione: questo vale per la predicazione di Gesù e dei suoi futuri discepoli (vv. 3b-8; 19-23).

Ambientazione liturgica

La Parola che ascoltiamo insieme nell’assemblea liturgica ci arriva così vicina e nello stesso tempo inafferrabile, vitale eppure trascurabile, tuttavia prossima alla storia di ciascuno e dell’umanità in ogni situazione di schiavitù, di oppressione, di irrisione, per manifestare anche lì la presenza misericordiosa del Dio-che-salva perché ama gli esseri umani. Così è stata percepita dai profeti di Israele, identificando con essa la propria esistenza nella gioia di conoscerla, nel travaglio di annunciarla, nella beatitudine di credervi. [Comunità Monastica di Viboldone]

Saremo noi capaci di accoglierla così, di realizzarla nella nostra esistenza nello stesso momento in cui essa stessa compie in noi ed in mezzo a noi ciò per cui ci è stata mandata? [Isaia 55 – I lettura].

E’ Gesù stesso, Parola fatta carne umana, a realizzarne il suo essere apertura a noi, dono vitale, amore per gli altri, nel suo esistere da Figlio. Gesù di Nazaret, Parola e Figlio, è l’espressione compiuta della vita, dell’amore del Padre, è nell’umanità e nella sua storia seme che la feconda nonostante la sua sterilità, la fa matrice di vita e ne fa emergere potenzialità altrimenti inerti ed ignorate”. [CMV]

Tale è la portata del nostro ascolto/obbedienza, adesione gioiosa di credere! [Evangelo]

Nelle nostre difficoltà e fallimenti, si manifesta un travaglio operoso ed il prodigio di un’inarrestabile voglia di vita più potente dell’incombente morte che spesso paralizza la terra [Romani 8 – II lettura].

Beati quelli che ascoltano la Parola di Dio… e la vivono, ogni giorno” (cf Mt 13,16).


Preghiamo con la Liturgia

Padre,

che continui a seminare
la tua parola nei solchi dell’umanità,
accresci in noi,

con la potenza del tuo Spirito,
la disponibilità ad accogliere il Vangelo,
per portare sempre e ovunque,

frutti di giustizia e di pace. Amen.

venerdì 3 luglio 2026

Il NUOVO viene dal BASSO - Domenica 5 luglio 2026- XIV Domenica dell’anno/A

 Vicina è la PAROLA










5 Luglio 2026

XIV Domenica dell’anno/A

Zaccaria 9,9-10 / Salmo 144

Romani 8,9…13

Matteo 11,25-30

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260705

Una novità che sale dal basso

Ogni mattina alzandoci e accendendo la tv, ci aspettiamo la tanto desiderata notizia di una pace improvvisa e definitiva, invece siamo ulteriormente appesantiti e oppressi da altre notizie che ci affliggono ancora di più, soprattutto gesti di insulsa violenza da parte di giovanissimi o di inciviltà e di intolleranza.

Cerco un approccio sereno e realista con il mondo, con tutti i suoi problemi e drammi... ma a volte, anche dovuto alla stanchezza, mi sale un malessere e una sensazione di non potercela fare a sopportare tutto questo. In un attimo spariscono tutti i segnali positivi, di bellezza che fino ad allora mi incoraggiavano.

Sarà perché penso di doverlo portare tutto io, da solo questo peso? È come se lo sentissi tutto sulle mie spalle… ma non sono solo!

La storia della nostra umanità, con le sue imperscrutabili tracce, mi testimonia che solo in forza di povere, parziali anticipazioni è possibile intravvederne il suo pieno compimento e alimentare così la speranza: non in avvenimenti che ribaltano la situazione, ma in sotterranei e inarrestabili flussi vitali che nessuna guerra, oppressione o stanchezza possono annientare, che sfuggono ad analisi sociologiche e considerazioni strategiche, mentre li ritroviamo nella buona e bella notizia della paternità di Dio che Gesù rivela all’umano con la sua valenza filiale.

Essere umani aperti all’incomprensibile, radicati nella fiducia e nella riconoscenza di una relazione di fondo che comunque ci precede e ci sostiene nel nostro procedere.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 11,25-30

Quando Gesù ebbe terminato di dare istruzioni ai suoi dodici discepoli/apostoli sulla loro missione parte di nuovo per insegnare e predicare il regno di Dio nelle città dove vive la gente (cf 11,1).

L’evangelista inserisce qui l’interesse del Battista per l’operato messianico del Nazareno, le sue perplessità e forse la sua delusione per l’eccessiva indulgenza che sono l’occasione per un elogio da parte di Gesù stesso e un rimprovero severo e drammatico per l’incredulità dei suoi ascoltatori e connazionali (cf vv. 2-24). Emerge il vissuto delle comunità palestinesi: mentre gli altri ebrei non si fidano, i pagani sono affascinati e convertiti dal suo vangelo.

Un’inaspettata lode al Padre che ci dà uno squarcio dell’intimo rapporto di Gesù con Lui che contiene anche la risposta per una vera esperienza del regno di Dio e di Colui che è inviato ad annunciarlo: il rapporto filiale con il Padre all’interno del quale Egli si fa conoscere (cf vv. 25-27)

La conclusione è tanto famosa quanto fraintesa (cf vv. 28-30).

Stanchi e oppressi sono tutti coloro che incontrano Gesù nel suo cammino; la sintesi di 9,35-37 è molto espressiva: si tratta di una stanchezza fisica e interiore causata da ogni tipo di malattia e infermità.

L’oppressione è dovuta alla situazione di sbando: pecore che non hanno pastore, un popolo abbandonato a sé stesso dalle autorità religiose e politiche, oppresse da un’interpretazione legalistica e formale della Torah, appunto opprimente (cf Sofonia 3,9; Geremia 2,20; 5,5).

Gesù è Colui che libera da questo peso attraverso uno stile di vita e di missione che esprimono la sua osservanza filiale della Torah, la sua umiltà cioè “dal basso”, non imponendola dall’alto come ogni potere, compreso quello religioso.

È questa “leggerezza e soavità” che vuole comunicare a chi lo segue: un “giogo” da portare insieme con Lui, procedendo “accoppiati” e non da soli.

Lo stile evangelico del Nazareno è infatti esso stesso proclamazione di una beatitudine nuova liberante e gratificante nello stesso tempo (cf 5,3), che riempie di vita e di gioia, pur nel travaglio dell’esistenza, perché generata dall’amore.

Ambientazione liturgica

Soprattutto in questo periodo estivo le nostre assemblee liturgiche si assottigliano ancora di più, tuttavia la parola profetica ci identifica come “resto” di gente portatrice di luminosa speranza, simboleggiata dalla “figlia di Sion”, promessa di gioia e di pace [Zaccaria – I lettura].

L’esistenza di Gesù nazareno, custodita e consegnata a noi dalla narrazione matteana, è il compimento di questa profezia se Egli viene accolto e creduto come portatore di novità reali e gioiose, già preannunciate nella pur drammatica vicenda storica di ogni popolo sempre più oppresso [Evangelo].

Spiragli di luce e di vita alimentano così la speranza e permettono al soffio dello Spirito di renderci partecipi della morte e risurrezione del Figlio, e di essere pienamente vivi in Lui [Romani – II lettura].

Nella Liturgia celebrata assieme siamo coinvolti allo Spirito in questa esperienza di vita nuova e illuminati dalla sapienza del Vangelo affinché possiamo portare soavemente il peso del vivere quotidiano, senza farci opprimere da tutto ciò che sembra volerci schiacciare e privarci della speranza, e questo sarà più “soave” se porteremo “i pesi gli uni degli altri” (cf Galati 6,2).

La nostra “lode al Padre” si eleva con quella del Figlio insieme a tanti nostri fratelli e sorelle che ritengono di non poterlo fare nella loro piccolezza e insignificanza, pensano di non esserne degni o capaci.

Preghiamo con la Liturgia

Padre,

che ti riveli ai semplici e ai piccoli

e doni ai poveri l’eredità del tuo regno,

rendici miti e umili di cuore,

partecipi della morte risurrezione del tuo Figlio,

affinché annunciamo al mondo

la gioia che viene da Te.

Amen.

venerdì 26 giugno 2026

Amare genera vita - Domenica 28 giugno 2026/XIIIAnnoA

 

Vicina è la PAROLA








28 Giugno 2026

XIII Domenica anno/A

2Re 4,8…16 / Salmo 88

Romani 6,3-4.8-11

Matteo 10,37-42


L’AMORE genera

La generazione è in sé un processo vitale in cui il “travaglio” porta all’esito finale ma ne accompagna ogni passaggio ed esso può interrompersi quando “il rischio” non è affrontato con sufficiente consapevolezza e resilienza.

Così accade che una parte muoia e un’altra continui vivere, anzi si sviluppi in modo incredibile; così un legame può venire meno e ne possono fiorire di nuovi; in un primo momento tutto sembra finito e subito dopo ricomincia.

Generare implica anche una “separazione” e in quella “scissione” passa la vita, fin dalle prime cellule embrionali e poi via via… fino alla “fine”. Tutto scaturisce dall’amore perché la sua natura è generare: non è mai sterile anche se la sua fecondità è imprevedibile e non determinabile.

Anche educare è generare, anzi essere adulti implica proprio la capacità di generare.

La stessa parola è generativa come lo è l’esperienza se condivisa.

L’esistenza di ogni persona vale proprio per quanto è capace di generare negli altri il desiderio ed il valore di vivere.

Questo ha fatto il Nazareno con i suoi discepoli nella sua consapevolezza di figlio/fratello “inviato”, ed è quello che anche noi possiamo fare quando in ogni scelta anteporremo l’amare a ogni volontà di possedere noi stessi.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 10,37-42

Dopo la sezione sul coraggio e la fiducia che devono caratterizzare il modo con cui il discepolo tesse relazioni e testimonia l’evangelo (vv. 26-33), il secondo grande discorso, che il Maestro rivolge ai suoi discepoli/apostoli, si conclude precisando le conseguenze della sua venuta/missione (vv. 34-39) e indicando l’accoglienza dovuta a loro” (E. Borghi).

Ogni supposizione di continuità con la Torah e pretesa di un suo compimento suscita “divisioni”: è Gesù stesso, il suo modo di porsi come Rabbi e come predicatore del regno di Dio veniente (cf 4,17), a creare “spaccature” in modo da indurre chi lo ascolta a prendere una posizione netta: amare Lui più di tutto!

Per la prima volta in Matteo compare “la croce” come culmine di una scelta radicale, motivata però dal seguire Gesù che per primo la “prende/solleva” senza trascinarla (v. 38).

Così, insieme all’opposizione, la missione dei discepoli troverà anche accoglienza da parte però dei “piccoli” che non hanno alcuna rilevanza sociale - come i giusti ed i profeti - ma che, nella loro quotidiana fedeltà all’evangelo dell’amore, sono pro/premessa del regno (vv. 40-42; cf 11,25-27).

Ambientazione liturgica

Accogliamo il Signore insieme a coloro che sono qui con noi, che Egli chiama e ci manda, anche se scomodi o ci mettono in crisi, e se i loro limiti e difetti ci creano in difficoltà.

L’accoglienza è l’inizio della celebrazione e come lo è di ogni atto “generativo”, in particolare nelle situazioni “critiche” se sono vissute con discernimento e amore: il cuore, le braccia, la casa aperti accolgono la vita di chiunque, anzitutto del Signore, e la generano negli altri [2Re - I lettura].

L’amore è così generativo, soprattutto quando affronta rischi e pericoli, e attraverso la banalità di “piccoli gesti quotidiani” che dimostrano però la radicalità feconda dell’avete fatto a me! [Evangelo].

Certo, questo ci chiede di lasciare le nostre sicurezze e chiusure: la fecondità, infatti, è data dall’humus vitale nel quale siamo immersi con il Battesimo: la morte e risurrezione del Signore, nella quale Egli ha “perso” la sua vita per ritrovarla “nuova” e che sono anche per noi la gestazione e la realizzazione di inaudite esperienze di vita [Romani 6 – II lettura].

Nell’ascolto di questa Parola noi siamo generati nuovamente figlie e figli; nella condivisione della mensa eucaristica siamo rigenerati a vita nuova: la Liturgia è infatti un evento vitale e non una “sacra rappresentazione”.

La nostra fragile esistenza umana è assunta nell’inarrestabile vita che sgorga dal grembo trinitario in cui è innestata e che fa diventare le nostre comunità capaci di vivere “la croce” come forza vitale senza vittimismi di “minorità” (J. Niebuhr) e senza scivolare nel diventare “oasi di benessere borghese” (J. B. Metz) o dispensari caritativi di benefit essenziali (V. Colmegna).

Preghiamo con la Liturgia

Padre,

infondi in noi la sapienza

e la forza del tuo Spirito

affinché, immersi nella morte del tuo Figlio,

risorgiamo con Lui

e nel dono della nostra vita,

alimentiamo la speranza

di un mondo rinnovato.

Amen.

venerdì 19 giugno 2026

Il coraggio nella paura - Domenica 21 giugno/XII dell'anno'A

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21 Giugno 2026

XII Domenica dell’anno/A

Geremia 20,10-13 / Salmo 68

Romani 5,12-15

Matteo 10,26-33

La nostra paura più grande non è quella di essere inadeguati.

La nostra paura più grande è quella di essere potenti oltre ogni limite.

Marianne Williamson

Il coraggio nella paura

ma anche quanta paura nel coraggio!

Il coraggio di andare, di rimanere, di continuare nella consapevolezza della propria fragilità, delle proprie sconfitte… di esporsi pur sapendo di essere disarmati, nudi.

Riteniamo di essere migliori quando ci sentiamo più forti e di valere meno quando deboli… e la nostra società questo lo ha capito bene, lo si vede anche nei modelli che propone, ma questo è un tragico inganno!

La consapevolezza delle nostre fragilità, oltre a non farci presumere delle nostre capacità cadendo nel mito dell’onnipotenza, ci aiuta a non pretendere dagli altri che compensino le nostre frustrazioni e di conseguenza non rendere a loro troppo difficile e arduo l’amarci.

L’essere amati e riconoscerlo ci sosterrà nel percorrere la nostra esistenza senza rimpianti o nostalgie e ci permetterà di scorgere l’alba in ogni notte… quanto coraggio c’è nella paura senza che prevalga in noi la disperazione.

Coniugare l’amore con la tenerezza e la misericordia può unire poli apparentemente inconciliabili, essenziali però a sorvegliare i rischi del desiderio declinati esclusivamente in risposta ad un bisogno

La tenerezza tempera l’urgenza del bisogno e dell’aggressività, e si sperimenta come condivisione della fragilità mettendo al riparo sia dall’arroganza che esclude, sia dal colpevolizzare l’altro come mezzo per difendere sé stessi. 

La misericordia, d’altra parte è il passaggio necessario per guarire le frustrazioni del desiderio, permettendo così di salvare la relazione dalla frattura”. 

(Domenico Pezzini, L’acqua e la rosa)

Contestualizzazione evangelica di Matteo 10,26-33

I detti, i consigli, gli insegnamenti del Maestro ai suoi discepoli si susseguono e sono sempre validi anche dopo decenni, utili alle comunità sottoposte alle prime persecuzioni (cf 10,16-42). Tra essi primeggia l’invito del Risorto: “Non abbiate paura…” (vv. 26.28), perché la paura fa vedere minacce e nemici dappertutto, altera le nostre reazioni, mentre è il momento della “rivelazione” [apocalisse v. 26], della chiarezza senza più ambiguità e ci invita a “uscire fuori” dalle reticenze e dall’intimità che mortifica un’autentica esperienza di fede [sui tetti v. 27].

I rischi vanno affrontati con la fiducia nel Padre che dona la consapevolezza del proprio valore personale in quanto figli e figlie (cf vv. 29.32), che non tutela ma trasmette la capacità di sostenere la prova senza ansia, così le sfide e le provocazioni possono essere vissute come un’attestazione di reciproca fedeltà (cf vv. 32-33).

Chi è Colui che ci annuncia la liberazione da queste paure? (cf 11,1).

Uno di noi che ha vissuto come Figlio del Padre senza esercitare alcun potere e ostentare altra sicurezza se non quella di “affidarsi” a Lui che, nella sua estrema povertà, ha attestato un amore più forte della morte.

L’apostolo Paolo scrive ai cristiani di Corinto che il Signore gli ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Corinzi 12,9).

Ambientazione liturgica

Se veniamo “in chiesa” per trovare sicurezze, la Parola oggi ancora ci sorprende, smaschera le nostre aspettative e ci inquieta come è avvenuto per Geremia in un contesto umanamente più minacciato: perseguitato dal suo stesso popolo, braccato da ogni parte, angosciato dalla paura.

La sua è una parola provocante, insopportabile per chi insegue i suoi progetti e sogni di grandezza… in tale contesto egli riceve la Parola: non temere! [Geremia 20 - I lettura]

Anche la nostra lode comunitaria diventa esperienza di fiducia per la fedeltà e la tenerezza del Signore che ci ama perché poveri, senza disprezzare alcuno. [Salmo 68]

Anzi, per l’amore gratuito del solo Uomo Gesù tutti abbiamo ricevuto abbondantemente il dono di essere amati. Un amore inedito perché più forte della morte. [Romani – II lettura]

Gesù non ha avuto paura di amarci proprio nel momento più arduo per la sua umanità: davanti alla sofferenza e alla morte, non nel momento del suo massimo vigore… proprio quando ha avuto paura e l’angoscia lo assaliva (cf Mt 26,36-46). Qui le sue parole ai discepoli ci ricordano quello che sempre aveva detto loro, soprattutto inviandoli in missione. [Evangelo]


            Preghiamo con la Liturgia

Padre,

che affidi alla nostra debolezza
l'annuncio profetico della tua parola,
liberaci da ogni paura,
perché non ci vergogniamo mai della nostra fede,
ma confessiamo con franchezza
il tuo amore davanti a chiunque.
Amen.


giovedì 11 giugno 2026

Gratuitamente - Domenica 14 giugno 2026/XI dell'Anno A

 Vicina è la PAROLA








14 Giugno 2026

XI Domenica dell’anno/A

Esodo 19,2-6 / Salmo 99

Romani 5,6-11

Matteo 9,36- 10,8


Lo scandalo della GRATUITà

Nell’attuale società, ma forse da sempre... nessuna situazione umana può essere vissuta senza assumersi responsabilmente, anche se sorprendentemente, quale buona notizia, evangelo di gratuità, altrimenti significherebbe riconoscerne la disumanità.

Pensiamo, ormai arresi, che sia definitivamente invincibile l’egoismo, l’accaparramento, la strumentalizzazione degli altri… è questa la nostra “inquietudine”?

Nell’era “liberalista”, che ha messo al centro il profitto e la capitalizzazione svalutando tutto ciò che “non rende”, anche “il sociale per gli altri”, ci ritroviamo ora più poveri sia economicamente che spiritualmente, poiché gratuito sembra far rima con inutile appunto perché “senza utile”. L’utilitarismo pratico del neocapitalismo liberale prima ti impoverisce e poi ti fa diventare “oggetto” di assistenza sociale e così chi si è arricchito sulla nostra pelle ora si pregia si essere sensibile al disagio altrui elargendo elemosine che in realtà sono “diritti sociali”!

Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari… Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri a non ai criteri. Deve fare affari…. È un uomo d’affari e deve fare affari” ...anche quando fa beneficenza.

Siamo capaci di smentire questa logica?

Contestualizzazione evangelica di Matteo 9,36- 10,8

Riprendiamo la proclamazione liturgica del racconto evangelico di Matteo che ci accompagnerà fino all’Avvento (29 novembre 2026) e che avevamo interrotto il 15 febbraio scorso ascoltando il capitolo 5,17-35.

Il così detto “discorso del monte” (5,1- 7,29) illustra l’assoluta novità dell’evangelo del Rabbi nazareno e ne afferma la sua autorevolezza.

Ma non sono tanto i suoi insegnamenti a qualificare un nuovo modo di vivere il rapporto con Dio [giustizia], quanto piuttosto la condivisione con chiunque del suo essere figlio del Padre e del suo trattare tutti come sorelle e fratelli, di cui le guarigioni sono un segno evidente e profetico.

L’azione messianica di Gesù inizia dal suo sguardo e dalla sua compassione interiore, così che l’agire è non solo la risposta ad una serie di necessità, ma l’amore che va incontro con cuore e mani aperti, è una nuova relazione personale con quanti attendono, forse inconsapevolmente, di essere liberati e curati (cf 8,1- 9,35).

Davanti a tanta desolazione Egli “vede”: la sua è una visione di abbondanza, non una costatazione di mancanza, che si rivolge ai vicini per giungere ai lontani, ai perduti e sfocia nella chiamata/invio dei suoi dodici discepoli che da ora in poi si chiameranno apostoli.

È un invio personale ma non individuale: sono “i Dodici” e il loro mandato è comunitario; non vengono inviati in modo anonimo: il maestro li chiama uno ad uno per nome, mettendo in risalto provenienze e caratteristiche.

La missione sembra superare in modo incommensurabile le loro capacità e solo la gratuità del dono ricevuto e ricambiato può far sperimentare una sorprendente prossimità di Dio che porta vita proprio dove l’umanità è ferita, minacciata dalla morte fisica e interiore.

L’esperienza missionaria delle comunità palestinesi dimostra di aver recepito l’esempio e l’insegnamento “inclusivo” del Nazareno, uomo-per-gli-altri, e sopravvivono nella capacità di testimoniare la prossimità di un Dio debole e povero.

Le comunità che poi nasceranno da questa vocazione/missione saranno “plurali”, non perfette [uno tradirà!], a rischio di conflitti etnici, culturali e religiosi, ma disponibili a una continua trasformazione in base alla fiducia risposta fin dall’inizio nei Dodici dal Maestro, garanzia di poter risorgere sempre nonostante le “perdite di vita” in una “continua crescita” (cf 9,20…25).


Ambientazione liturgica

Il momento liturgico, per sua natura e stile, ci raduna ed accoglie come esperienza di gratuità.

Da gente dispersa e raccogliticcia lo Spirito del Signore ci porta in alto - per includere tutti - come su di “aquile in volo” e “planiamo” diventati un popolo santo e sacerdotale [Salmo 99] convocato per l’ascolto e per celebrare l’alleanza sempre nuova e per sempre [Esodo 19 – I lettura].

Da “nemici”, un popolo di riconciliati perché in Gesù, di cui siamo diventati consanguinei, il Padre ha superato e vinto ogni ostilità; nella sua morte e risurrezione permette di accostarci all’unica mensa da riconciliati partendo dalla debolezza nostra e altrui che spesso avvertiamo come inimicizia: “dove si trova chi sia disposto a morine per un altro?!” [Romani 5 – II lettura].

Riceviamo gratuitamente amore nella parola e nel pane; siamo chiamati a dare amore gratuitamente, in un’incessante liturgia di gesti quotidiani, i più comuni e abituali, in un grazie ininterrotto per una grazia inarrestabile che ci pervade e riempie.


Preghiamo con la Liturgia

Padre, che hai fatto di noi
un popolo santo e sacerdotale,
fa’ che ascoltiamo la tua voce
e custodiamo la tua alleanza,
per annunciare con la vita e con le parole
che tue sei prossimo di tutti.
Amen.

Quanti "sè" in me... - Domenica 19 luglio 2026 / XVI dell'anno'a

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