Domenica 26 Aprile 2026
IV di Pasqua/A
Atti 2,14.36-41 / Salmo 22 / 1Pietro 2,20-25
Giovanni 10,1-10
FUORI da ogni recinto
Forse non è sempre necessario stare “fuori dal coro”, ma farsi qualche domanda sì!
Anche i recinti che ci costruiamo noi stessi, dove stiamo stretti, ma che sono confortevoli e o per distinguerci, difenderci e tenere gli altri lontani, o per rinchiudere anche loro in un ghetto.
Così temiamo il momento in cui qualcuno venga a spingerci fuori, a mischiarci con gli altri… a farci “prendere il largo”: così siamo finalmente liberi anche se non più al sicuro.
La libertà non è per chi cerca sicurezze!
Gesù è Colui che ci spinge fuori da una religiosità rassicurante dove trovare rifugio quando siamo oppressi da problemi e preoccupazioni, ci conduce verso un nuovo rapporto con la nostra esistenza umana fatto di responsabilità personale e di fiducia, una relazione vitale con il Padre nella quale riconoscerci figli e figlie, fratelli e sorelle… con tutti!
Non ci sono più steccati, barriere, ostacoli… ma trampolini e percorsi sui quali avventurarci vincendo le nostre innate paure, verso un’inedita esperienza di Vita.
Contestualizzazione evangelica e biblica di Giovanni 10,1-10
“Io-Sono la porta per le pecore”.
I vv. 1-10 contengono la prima delle similitudini che si susseguono nel capitolo 10 ed è il nucleo originario dell’insegnamento di Gesù [B. Maggioni].
Al v. 6 si annota che essa non è capita... ma da chi?
Gli ultimi interlocutori di Gesù, non subito menzionati, sono i farisei con i quali aveva avuto una forte discussione a riguardo della guarigione dell’uomo nato cieco (cf 9,40-41) e che essi avevano espulso fuori dal Tempio, “il sacro recinto” (cf v. 34b, 6,37). Così Gesù, saputa la cosa, incontrandolo gli aveva chiesto un’attestazione di totale fiducia in Lui (cf vv. 35-39).
La similitudine dunque, e l’intero capitolo, illustra con un linguaggio allegorico il segno del capitolo 9. Infatti, con “Amen, amen vi dico” (v. 1), Gesù inizia un nuovo insegnamento ma collegandosi a ciò che prima era avvenuto nel Tempio e ancora i suoi ascoltatori si ritroveranno divisi; i capi giudei: “Ha un demonio e delira”; “Può forse un demonio aprire gli occhi a dei ciechi?!” (vv. 19-21 omessi però nella proclamazione liturgica).
La similitudine è abbastanza lineare: il recinto custodisce le pecore; chi entra per la porta è il pastore; chi invece scavalca per entrare è un ladro o un brigante; il custode apre al pastore; le pecore ascoltano la sua voce; il pastore, chiamandole ciascuna per nome, le fa uscire, anzi le spinge fuori e poi cammina davanti a loro; le pecore lo seguono riconoscendo la sua voce; non così con un estraneo di cui non conoscono la voce (cf vv. 1-5). Che cosa dunque non capiscono o “fanno finta” di non capire gli ascoltatori? Il fatto che Egli stia parlando proprio di loro identificandoli come ladri e briganti! [A. Maggi]
L’ermeneutica della similitudine è poi esposta da Gesù stesso.
Anzitutto Egli si “auto-rivela divinamente”: “Io-sono la porta” attraverso la quale si può uscire ed entrare liberamente per pascolare (cf vv. 7 e 9); questo costituisce il motivo e il senso della sua venuta messianica: “dare Vita in abbondanza” (cf v. 10b).
Se “il recinto” - non l’ovile - è il “luogo sacro” nel quale Dio raduna, “custodisce/guida” da Pastore il suo gregge/popolo con la sua gloriosa presenza (cf Esodo 40), Gesù identificandosi come “la porta” si sostituisce anche alla funzione esercitata dalla “Porta delle pecore” nel Tempio di Gerusalemme (cf 5,2).
Egli si pone come passaggio unico per la salvezza, sia a favore del popolo sia di chi ne è a guida: Lui è il solo che può “entrare nel recinto” (cf Ebrei 9 e 10) per “condurre fuori” da esso “spingendo fuori”, poiché è un compito faticoso quello di convincere a uscire fuori da un luogo che, pur costringendo, protegge garantendo il “minimo vitale assicurato” per intraprendere un cammino di libertà e di autonomia, la stessa fatica di Mosè nel condurre “fuori dall’Egitto” il popolo (cf Esodo 15. 16. 17).
Per contro, i suoi interlocutori “venuti prima di lui, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati” perché vengono “per rubare, uccidere e distruggere” (cf vv. 8 e 10a). Il ruolo delle “guide di Israele” era di continuare la “cura” di Dio per il suo popolo e di avvicinare a Lui le persone che hanno bisogno della sua presenza e della sua misericordia. Già Ezechiele, con le sue profezie, inveiva sui cattivi pastori che diventavano “lupi che dilaniano la preda, versano il sangue, fanno perire la gente per turpi guadagni” (cf 22,27) pronunciando “Guai ai pastori di Israele” (34,1-34; cf 1Enoch 89,41-50).
Gesù presenta sé stesso come l’atteso Messia, il “re pastore” [Davide], e identifica gli altri come “ladri e briganti” nel senso del profeta. Così si capisce meglio la reazione successiva dei capi (cf vv. 19-21 e 31) che, smascherati e denunciati da Gesù, si rendono perfettamente conto di essere ubbiditi ma “non ascoltati” dalla gente che li considera “estranei” alle loro necessità di vita (cf v. 8 e 10b): loro infatti non attendono la venuta messianica del “vero pastore”, anzi la temono (cf Isaia 29,13).
Attraverso Gesù, “la porta”, il popolo è finalmente libero di “entrare e di uscire” in una totale libertà di movimento da parte di chi vive ormai in una piena comunione di vita e di fiducia [S. Panimolle]. Libertà nel nutrirsi della vita di Dio che è amore e non più una norma della Legge (cf v. 9 dove si gioca sui termini nomē = pascolo e nòmos = legge); Vita donata gratuitamente e “in abbondanza”, cioè totalmente e pienamente (cf 2,6-10; 6,11ss.).
Ambientazione liturgica
Il capitolo 10 del racconto evangelico di Giovanni viene letto nella IV domenica del “tempo pasquale”: nel ciclo A i vv. 1-10; nel ciclo B i vv. 11-18; nel ciclo C i vv. 27-30, essa è anche denominata del “Buon Pastore” con un’improbabile intenzione “vocazionale”.
Noi conveniamo per la celebrazione liturgica pensando di “entrare in un luogo sacro”, mentre Gesù vuole sì incontrarci ma per “condurci fuori”.
Anzitutto la sua Parola ci conduce dalla conversione all’amore, come fece la predicazione di Pietro ai suoi concittadini [Atti – I lettura]. Egli, “il Signore”, può farlo poiché ha condiviso con noi integralmente il nostro umano cammino che conduce anche Lui alla morte ma per amore di noi umani suoi fratelli e suo gregge [1Pietro – II lettura]; è con noi “agnello” e per noi “pastore” che ci guida da dentro della nostra precaria condizione umana ma per non rimanerne condizionati per sempre [Giovanni – Evangelo].
È un cammino di liberazione, iniziato nell’immersione pasquale, che alla fine della celebrazione eucaristica ci “spinge fuori” verso gli altri, tutti, a condividere la stessa esperienza vitale che il Risorto ha fatto scaturire in noi dal suo amore.
Preghiamo
Apre il guardiano al pastore,
la
sua voce le pecore ascoltano,
perché le chiama una per una
e
fuori dal recinto le conduce.
Il
pastore esperto le guida
e le pecore tutte lo seguono,
la
sua voce conoscono bene,
tutte insieme le ha convocate.
Vanno
errando le pecore mie
come pecore senza pastore,
nel
paese nessuno le cerca
e non c'è chi si cura di loro.
Preda
è ormai il mio gregge,
il suo pascolo è calpestato,
la
sua acqua intorbidata,
mercenari sono venuti.
Gesù
dice alla folla raccolta:
Sono io il buon pastore,
vengo a
prendere il mio gregge
e chiunque ascolta la mia voce.
Do la
vita per le mie pecore,
sono deboli, inferme, perdute,
in
un solo ovile raccolte,
saran gregge di un solo pastore.
[Inno – Comunità di Sant’Egidio]