venerdì 11 settembre 2026

Sembra facile: Domenica 13 settembre 2026 - XXIV TO/A

 Vicina è la PAROLA










13 Settembre 2026

XXIV Domenica TO/A

Siracide 27,33- 28,9 / Salmo 103

Romani 14,7-9

Matteo 18,21-35


Sembra facile…

Rimango sempre impressionato quando durante le interviste televisive, a seguito di un efferato delitto o di tragedie familiari, arriva la fatidica domanda: “Ma voi siete disposti a perdonare?”.

Rifletto e penso se la rivolgessero a me.

Non cerco vendetta, voglio solo giustizia!” Ecco un’altra di quelle esternazioni ricorrenti.

È come se la disponibilità a perdonare ci facesse diventare di colpo persone migliori o mettesse in evidenza quel lato “buono” di noi stessi che spesso rimane nascosto.

Che tipo di risposta ci aspettiamo in queste circostanze o quale daremmo noi?

Adesso non posso, forse… un giorno”.

Non posso perdonare… non ce la faccio”.

Mi sembrano risposte umanamente adeguate perché c’è sempre un’infinita sproporzione tra il danno causato e subito, il dolore provato che non può bastare una semplice parola per cancellare tutto: il perdono è un processo interiore di riconciliazione anzitutto con noi stessi, con quella parte capace dei peggiori pensieri.

Bisogna vivere con sé stessi come con un popolo intero: allora si conoscono tutte le qualità degli uomini, buone e cattive. E se vogliamo perdonare agli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi i nostri difetti. È forse la cosa più difficile, come constato così spesso negli altri e un tempo anche in me, ora non più: sapersi perdonare per i propri difetti e per i propri errori. Il che significa anzitutto saperli generosamente accettare” (Etty Hillesum).

L’Amore fatto carne si innesca nella nostra umanità con una forza che ci attraversa come una spada e un fuoco, come acqua viva che intenerisce il nostro cuore di pietra.


Contestualizzazione evangelica di Matteo 18,21-35

Siamo ancora nel “discorso comunitario (quarto dei cinque che scandiscono il racconto evangelico di Matteo), il cui centro è il v. 20: “Dove sono due o tre riuniti nel mio Nome, lì Io-sono-in mezzo a loroe che ci aiuta a interpretare anche le nostre dinamiche comunitarie, positive o negative, alla luce dell’esperienza delle origini cristiane radicate nell’evento messianico del “Dio-con-noi” (cf 1,22-23; 28,20).

Dopo aver considerato la condizione del discepolo e del credente in nuovi termini di figliolanza e di conseguente libertà, di piccolezza e quindi fraternità (vv. 1-14), il riferimento stabile dato da Gesù, Maestro e Signore, è il Padre (vv. 15-17).

Come mantenere alto il livello di questa esperienza comunitaria senza cedere a idealismi frustranti o a relazioni mediocri e formali? Considerandoci tutti in un cammino di crescita e non in competizione, dove la meta è già nella pienezza del Risorto a cui partecipiamo “per-dono: in Lui ricominciamo sempre e quindi perdoniamo sempre.

Perché ciò non rimanga un concetto astratto, Matteo lo esprime come suo solito con una domanda che pone Pietro e una parabola illuminante per la sua paradossalità (cf vv. 21-35), mettendo così in evidenza la comprensione e l’atteggiamento di ogni discepolo che, come ciascuno di noi, fatica ancora a entrare nell’assoluta gratuità dell’amore.

La parabola sconvolge la nostra mentalità retributiva e quasi commerciale del perdono, ponendo ogni rapporto sul piano della misericordia, non solo della giustizia: la sorprendete novità evangelica nasce dalla compassione come empatia che ci mette nell’altrui situazione per accoglierla intimamente, così che anche noi “ascoltatori/lettori” siamo coinvolti con stupore nella narrazione.

Tutti siamo “debitori”, tutti “graziati”… solidali nel debito ma soprattutto nel perdono, come il Signore ci insegna pregando (cf 6,12).


Ambientazione liturgica

Ogni celebrazione eucaristica si apre, dopo l’accoglienza ed il saluto, con la richiesta di perdono: lo chiediamo al Padre ed ai nostri fratelli e sorelle, diventando così capaci di donarlo a nostra volta, memori dell’ammonimento evangelico “lascia lì la tua offerta e prima riconciliati” (Mt 5,21-37), indispensabile alla “validità” del sacramento eucaristico!

Ogni giorno, nella preghiera al Padre, rinnoviamo questo patto per il quale il nostro perdonare si appella alla forza del suo amore che perdona [Salmo 102] e lo chiediamo accanto al pane quotidiano, perché è ciò di cui la nostra umanità ha più bisogno per non autodistruggersi [Siracide 27 – I lettura].

Questa invocazione si rinnova prima della comunione eucaristica, in cui accogliamo il dono della pace del Signore come vincolo di unità per la Chiesa stessa e per l’intera famiglia umana, esprimendo così il suo contenuto nella comunione ecclesiale e nell’amore vicendevole [cf Gv 13,34]. Il Signore Gesù, durante la cena pasquale, nell’affrontare la passione dona la sua pace ai discepoli (cf 14,27) e così, dopo la sua risurrezione, dicendo: «Pace a voi!» li invita ad entrare nella nuova logica, insensata umanamente, del perdono (cf 20,21-23).

Non-vivere-più-per-se-stessi, in funzione di sé che Paolo raccomanda ai cristiani di Roma [II lettura] seguendo quando il Signore Gesù ha compiuto sulla croce (cf Luca 23,34) che, vincendo la morte, ha donato vita senza fine a chi rischia, nella povertà della propria storia di seguirne l’esempio.


Preghiamo con la Liturgia

O Padre, tu ami la giustizia

ma ci avvolgi del tuo perdono:

rendici capaci di vincere ogni offesa

e di illuminare il mondo con il tuo amore

a immagine del tuo Figlio Gesù,

nostro Signore.

Amen.

sabato 5 settembre 2026

Tutti per uno... Domenica 6 settembre 2026 - XXIII/A

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Domenica 6 settembre 2026

XXIII dell’anno/A

Ezechiele 33,1.7-9 / Salmo 95

Romani 13,8-10

Matteo 18,15-20


TUTTI per uno...

Già non è facile essere responsabili di sé stessi, figuriamoci degli altri. Lo siamo per i nostri figli ma solo fino ad una certa età, anche se alcuni pretendono di esserlo per sempre.

Ci piace far capire chi è il/la “responsabile” nel nostro settore professionale, ma non vogliamo certo prenderci responsabilità per gli altri che a volte anzi scarichiamo volentieri.

Purtroppo la nostra società abbonda di irresponsabili alla guida... di veicoli e addirittura di governi!

Nella vita però tutti siamo chiamati a “rispondere” di noi stessi, degli altri anche se ci pariamo dicendo: “ma che c’entro io?!”. “Sono forse io il custode di mio fratello?” è la domanda retorica che risuona fin dalle origini (cf Genesi 4,9) e che facciamo finta di non sentire.

Come cristiani crediamo in Uno che ha vissuto responsabilmente da Figlio e come fratello di ciascuno si è sentito responsabile di tutti, anche per noi che invece viviamo come se non dovessimo rendere conto a nessuno delle nostre azioni e del nostro modo di vivere.

UNO per tutti!

È un assioma chiave anche nel cristianesimo e ha come conseguenza nella prassi ecclesiale TUTTI per uno… poiché qui davvero “uno vale cento”!

Contestualizzazione evangelica di Matteo 18,15-20

Sei giorni dopo” il dialogo sconcertante tra Gesù e Pietro sul suo tragico destino messianico (17,21-23) e le condizioni dettate ai discepoli per seguirlo (vv. 24-28), il Maestro dona loro un anticipo della sua risurrezione “trasfigurandosi davanti a loro” (17,1-13). Anche la seguente guarigione dell’epilettico evidenzia che i discepoli ancora poco si fidano di Lui come inviato del Padre (vv. 14-21) e così condivide con loro, per la seconda volta, il suo destino di sofferenza e di morte, il che li rattrista (vv. 22-23). Il dialogo sulla tassa imperiale è l’occasione per evidenziare che tuttavia anch’essi partecipano della sua figliolanza, dono di libertà (vv. 24-27).

Il capitolo 18 manifesta quanto avveniva nella comunità messianica, implicita al racconto evangelico di Matteo: arrivismi, scandali, conflitti e interrogativi sul suo futuro, tuttavia certa della presenza del Risorto (cf v. 20).

C’è un filo di continuità tra i discepoli, ai quali si rivolge il discorso di Gesù, la comunità delle origini, la chiesa di oggi, che caratterizza con termini nuovi anche il profilo del credente: una persona libera perché figlio/a costituita nella libertà; consapevole della “piccolezza” propria e altrui (vv. 1-4) e quindi capace di vivere in fraternità (vv. 5-10) perché tutti figli dell’unico Padre (vv. 11-14). Proprio questa esperienza risulta essere segno nuovo di una presenza del “regno”, il Signore.

Non ci si considera “piccoli” per l’età o la maturità, ma per la propria capacità di fede e questo caratterizza tutti, non solo alcuni, soprattutto quelli che commettono errori. Chi non li commette?

Tutti devono essere animati da una sollecitudine fraterna, anche verso chi se ne va sbattendo la porta.

Conseguenze concrete: non giudicare nessuno, ma cercare a tutti i costi una soluzione poiché l’essenziale è salvare i rapporti come il Padre (vv. 15-17); “la fraternità è un rapporto divino vissuto umanamente” (v. 18) e nella “accordatura” di vari legami risuona l’azione e la presenza del Risorto (vv. 19-20) il “Dio-con-noi” (cf 1,22-23; 28,20).

Egli “sta in mezzo” come il più piccolo, presente all’inizio del capitolo 18 (vv. 1-4) ed alla conclusione del racconto evangelico (cf 25,45).

Non c’è un punto di arrivo in questa esperienza: è un cammino in cui “ricominciare” sempre vuol dire perdonare sempre (vv. 21-35). L’insuccesso non è da attribuire unicamente a chi è coinvolto nella “correzione”, ma riguarda tutta la comunità ed è segno di una comunione non ancora piena che è garantita solo dal Signore, in quanto Lui ne è il compimento.

Ambientazione liturgica

Quando ci raduniamo perché convocati per la celebrazione eucaristica dimentichiamo che il Signore è già presente tra noi, è Lui che ci accoglie e ci perdona rendendoci così capaci, anche chiedendocelo, di perdonarci tra noi.

Questo è il senso del saluto “Il Signore sia con voi”, e come si risponde nella liturgia brasiliana “Egli è già in mezzo a noi!”: la sua presenza sacramentale si basa sulla presenza sostanziale e personale, nonché interpersonale.

Nell’atto penitenziale noi chiediamo perdono al Signore e ai nostri fratelli e sorelle; anche a loro dobbiamo perdonare secondo l’invito “lascia lì la tua offerta e prima riconciliati” (Matteo 5,21-37), una “chiave d’accesso” alla “validità” del sacramento eucaristico!

Sono le indicazioni che emergono soprattutto dalla proclamazione evangelica [Matteo 18], e che ci vengono offerte nel senso di “responsabilità” personale e comunitaria riguardo all’autenticità della celebrazione eucaristica, reagendo all’automatismo che tutto avvenga anche senza il nostro assenso consapevole.

La stessa responsabilità che Paolo chiede ai cristiani di Roma, motivata dall’amore vicendevole, non da un sentimento buonista, che si espone alla fatica di chiarire le posizioni, al rischio del fraintendimento anche di sbagliarsi, ma che non può astenersi dall’amare, fino in fondo, fino alla pienezza [II lettura].

Non è mai un’iniziativa isolata o individuale [Ezechiele 33 – I lettura] è parte di una concertazione in cui il Signore interagisce con noi poiché Lui ha vinto il potere del male e noi con Lui attraverso la preghiera che non ci fa indurire il cuore [Salmo 94].

Quante banalità nelle nostre “preghiere dei fedeli”, senza sapore e così impersonali da andar bene per tutti e per nessuno!


Preghiamo con la Liturgia

O Padre, tu che ascolti con gioia

la nostra unanime preghiera,

donaci capacità nuove

per essere attenti custodi degli altri,

sorelle e fratelli che camminano con noi

verso la pienezza dell’amore

in Cristo Gesù, tuo Figlio e nostro Signore.

Amen.

venerdì 28 agosto 2026

Vivere la VITA - 30 agosto 2026 / XXII dell'anno ' A

 Vicina è la PAROLA



Domenica 30 agosto 2026

xxii dell'anno/a

Geremia 20,7-9 / Salmo 62

Romani 12,1-2

Matteo 16,21-27


Vivere la VITA

Tutti vogliamo entrare nell’esistenza e viverla pienamente anche se non tutti abbiamo gli stessi benefit di partenza e non possiamo escluderne gli ostacoli: Ci sono infatti situazioni e frangenti che vorremmo scansare o almeno rimuoverne mentalmente gli effetti, il che ci porta però il rischio di mistificarli o di ricercare poi qualche anestetico.

Non fare della propria realizzazione personale un’ossessione può avere il sapore dell’affascinante saggezza orientale, ma in realtà a favore di chi?

Maturare la capacità di prendere su di sé le proprie fragilità e imperfezioni, senza scaricarne su altri le colpe o le responsabilità personali, ma semplicemente riconoscendo che fa parte di me!”, sarebbe soprattutto una buona psicoterapia.

Non andare avanti da soli superando ogni autoreferenzialità è pure un saggio consiglio…

Oggi le proposte esistenziali più o meno esplicite non mancano e anche l’evangelo di Gesù rischia di essere proposto e accolto come una “ricetta light” per il proprio benessere.

Tuttavia è la sua esplicita volontà di “esporre” la propria vita senza alcuna garanzia e soltanto con la fiducia di “ritrovarla”, stupisce noi oggi come i suoi discepoli allora fino allo “scandalo”, fino alla tentazione di farci un altro vangelo meno urtante e più tranquillizzante, decisamente più seducente.

Anche in questo noi vogliamo sicurezze, mentre nel modo di vivere e morire di Gesù vediamo solo un “perdere” e noi non vogliamo essere dei perdenti... per questo ci è tanto difficile amare da donne e uomini cristiani!

Contestualizzazione evangelica di Matteo 16,21-27

Il brano proclamato nella Liturgia di questa domenica non è solo la prosecuzione dell’episodio precedente, ma è l’altra faccia sia del “pronunciamento dogmatico” di Simon Pietro nei confronti di Gesù Nazareno “Figlio dell’Uomo” (v. 13) / “Figlio del Dio vivente” (v. 16 ), dove vengono in evidenza cosa significhi evangelicamente essere “Figlionella sua totale spogliazione - esposizione alla sofferenza e alla morte - per ricevere la Vita come Risurrezione (v. 21), e nello stesso tempo essere “discepoloseguendo Gesù e non opponendosi a Lui [satana] ed al suo scandaloso destino messianico (vv. 22-26), come fece il profeta Giona citato precedentemente (cf vv. 4 e 17).

Qui “Pietro” - senza il “Simon” - da fondato sulla “roccia”, di fronte all’annuncio della passione e morte del Maestro, si palesa “sasso di inciampo” [skandalon] (v. 23b) ed è da Lui energicamente richiamato a prendere il suo posto di discepolo [“dietro a me”] e a pensare evangelicamente come poco prima aveva dimostrato (v. 23; cf v. 17).

Da qui emerge una nuova logica esistenziale proposta a tutti i discepoli e ai futuri credenti: non preoccuparsi eccessivamente di sé [rinneghi sé stesso], assumersi le proprie responsabilità senza dare ad altri la colpa di quanto succede di spiacevole [prenda la propria croce] e soprattutto non smettere di seguire il Maestro che per primo non cercherà di mettere in salvo sé stesso fino al punto di perdere la propria vita per amore degli altri, unico modo per salvarla (vv. 24-25; cf vv. 21.26).

La vita è un dono meraviglioso. Ma solo chi vive per gli altri ne scopre il vero significato" (Giovanni XXIII, 17 agosto 1960).

Ambientazione liturgica

1A motivo della tenerezza misericordiosa di Dio,

vi incoraggio esortandovi ad offrire tutto di voi stessi in un sacrificio vivente,

santo e gradito a Lui; sia coerente alla sua logica il vostro culto:

2non conformatevi alla mentalità del vostro tempo, ma lasciatevi trasformare

rinnovando il vostro modo di ragionare, diventando così capaci di scoprire

che Dio vuole per noi solo ciò che è buono, gradevole e che ci perfezionerà”.


Questo brano della lettera di Paolo ai Romani cap. 12 [II lettura] andrebbe letto all’inizio della celebrazione eucaristica di questa domenica, in quanto Paolo ci esorta ad “offrire tutta la nostra persona”, il nostro tempo e le nostre capacità per gli altri, in “risposta” all’amore di Dio come un vero e proprio “culto coerente” con ciò che sta al centro della nostra esperienza di fede: “la tenerezza misericordiosa di Dio” manifestata nel suo Figlio che ha offerto se stesso per noi e per tutti. 
Un “culto laico” che coinvolge anche quello “liturgico” riscattandolo dall’ipocrisia, infatti esso non richiede un atteggiamento “religioso”, ma una “conversione profonda”: lasciarsi trasformare dall’esperienza dell’amore di Dio per essere capaci di scoprire tutto il buono/bello che Lui vuole operare in noi e in tutti, a perfezionamento della nostra umanità. 
È un processo che richiede la trasformazione del modo di pensare e di vivere, che va contro corrente rispetto alla mentalità oggi diffusa dove ognuno invece pensa a sé stesso.

Esso prende vita dalla nuova logica evangelica proposta da Gesù ai suoi discepoli e a noi credenti in Lui, che ci chiede di essere “coerenti” proprio con il suo modo di viverla [Matteo 16 – Evangelo] pur in una lotta interiore ed esteriore sostenuta soltanto dalla passione che scaturisce da un amore “seducente” [Geremia 20 – I lettura / Salmo 62].

Iniziamo e concludiamo la nostra celebrazione con “il segno della croce” sotto cui sta tutta la nostra esistenza, ma senza vittimismi colpevolizzanti. La croce di Cristo infatti è il mezzo, inviso alla mentalità mondana, attraverso il quale Egli ha dimostrato come un essere umano possa vivere pienamente in modo filiale senza rinunciare alle proprie responsabilità e rispondendo di sé al Padre.

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che guardi con amore ai tuoi figli,
ispiraci pensieri secondo il tuo cuore,
perché non ci conformiamo
alla mentalità di questo mondo,
ma, seguendo le orme di Cristo,
scegliamo sempre le vie che accrescono la Vita.

in Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore.

Amen.

giovedì 20 agosto 2026

Piete vive... non sassi - Domenica 23 agosto 2026/XXI Anno'A

Vicina è la PAROLA









23 agosto 2026

xxi domenica anno/a

Isaia 22,19-23 / Salmo 137

Romani 11,33-36

Matteo 16,13-20


Pietre vive… non sassi

Sei la mia roccia” sentiamo dire in una coppia, tra colleghi ed è vero anche reciprocamente; lo si è soprattutto quando l’altra/o avverte tutta la sua fragilità e non ha paura di smascherarla.

Guarda qua che roccia!” mentre lui ostenta la sua prestanza fisica o esalta quella del figlio davanti agli amici.

Ci identifichiamo con qualcosa di inanimato che però ci dà la sensazione della stabilità, della sicurezza, della forza… ma anche le rocce franano trascinando a valle macigni e detriti.

La forza in realtà non viene dall’apparente inamovibilità, ma dalla resiliente capacità di adattamento alle condizioni ambientali e questo, con i nostri insediamenti antropici e urbanistici, spesso lo abbiamo dimenticato: argini di muraglioni vengo spazzati via come fuscelli da furie delle acque in piena, mentre muretti a secco resistono da secoli, pietre e sassi ben incastonati apparentemente così fragili, frutto di maestria e di tramandata sapienza.

Persone che si presentano con una fragilità fisica disarmante sono invece capaci di trasmetterci vitalità e affidabilità, questo a conferma che il nostro bisogno di sicurezza non incontra sempre una risposta ritenuta adeguata e ci espone al rischio di affidarci al di là delle nostre stesse a qualcuno che però ce ne offra la possibilità. Anche in dinamica le forze funzionano così.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 16,13-20

Il capitolo 16 [dopo che il finale del 15 sottolineava l’insegnamento e l’operare del Nazareno mosso della sua compassione verso vari generi di malati (cf 4,23; 9,35-36; 14,13b-14; 15,32; 20,34) e la lode di tutti verso il “Dio di Israele” la cui misericordia non ha confini e che si manifesta nella nuova condivisione dei pani (15,29-39)] si apre con la richiesta di un segno divino da parte dei farisei e dei sadducei (cf 12,38 ss.). Gesù li lascia e se ne va dando loro un’indicazione meteorologica, costringendoli a cercare nella loro storia i segni dell’azione di Dio (Giona vv. 1-4) e successivamente mette in guardia i suoi discepoli dal loro subdolo insegnamento che li può indurre a preoccuparsi ancora dei mezzi di sussistenza a loro disposizione [pani], piuttosto che di una nuova sapienza di vita che li possa orientare nelle loro scelte evangeliche [lievito] (cf 13,33 vv. 5-12).

A Cesarèa di Filippo, cantiere pullulante di nuove costruzioni in stile romano, davanti a quello che era ritenuto l’ingresso negli inferi, Gesù interroga direttamente i suoi discepoli sulla sua identità. La risposta “dogmatica” viene da Simon Pietro (vv. 13-16) che gli offre però l’opportunità di pronunciare una “nuova beatitudine” per il discepolo: non per le sue capacità umane [carne-sangue; figlio di Giona], ma in forza di una relazione “filiale” con il Padre (cf 11,26-27) che lo pone stabilmente “sasso sulla roccia”, fondamento vero e stabile, affidabile della futura “comunità messianica” costituita da “pietre vive” (1Pietro 2,4ss.) e “casa sulla roccia” (cf 7,24-25) nonostante la sua umanità precaria (vv. 17-18).

Per la fede delle prime comunità solo Colui che ha attraversato la morte e da risorto ha liberato dal potere degli inferi, può dare a un essere umano “il potere” di trasmetterne autorevolmente il suo evangelo [legare e sciogliere] senza farne facile “propaganda” (vv. 19-20), vista poi la reazione dello stesso Pietro che, difronte all’annuncio della passione e morte, diventerà un “sasso di inciampo” (cf vv. 21-23).

Ambientazione liturgica

La Parola che ascoltiamo nell’assemblea liturgica è sempre azione critica di ogni potere mondano: “denuncia” l’usurpazione mentre apre all’interno di ogni istituzione umana ambigua - in un momento storico fallimentare - una speranza assoluta di futuro. A questo ci vuole educare l’ascolto: chi ci può realmente salvare oltre le nostre capacità e pretese? [Isaia 22 – I lettura].

Non di certo un’altra umana istituzione “sacra” che per secoli ha dimostrato tutte le sue ambiguità e contraddizioni!

L’assemblea convocata anzitutto per l’ascolto [chiesa] è composta da persone che ne portano i segni e spesso le ferite, ma che “fondano” la loro umanità [carne e sangue] su quella di Gesù Cristo entrato nella nostra storia “consegnandosi” a noi [legare e sciogliere] per diventare “scarto vitale”, fondamento sicuro [pietra] per una vita più forte della morte [inferi]. È un potere generativo, capace di trasmettere, sempre e comunque, vita [Matteo 16 – Evangelo].

Nasce così una nuova signoria, quella dell’amore fedele e misericordioso, giusto per chi sta in basso, a cui essere eternamente grati perché divenuti gratuitamente partecipi e non solo destinatari [Salmo 137 / Romani 11 -II lettura].


Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che nella tua Sapienza

hai posto il fondamento della tua Chiesa,

sulla solida fede dell’apostolo Pietro
donaci di riconoscere in Gesù di Nazaret
il Figlio del Dio vivente
il Figlio del Dio vivente
e di diventare pietre vive
per l’edificazione del tuo regno.
Amen.
per l’edificazione del tuo regno.

Amen.

sabato 15 agosto 2026

Oltre gli Altri: Domenica 16 Agosto 2026 - XX TO/A

 Vicina è la PAROLA

Domenica 16 Agosto 2026

XX dell’anno/A

Isaia 56,1.6-7 / Salmo 66

Romani 11,13-15.29-32

Matteo 15,21-28


Oltre gli altri

Inclusione è il termine che utilizziamo spesso per fregiarci di un atteggiamento accogliente, che non escluda nessuno, anzi che dia spazio e valore a chi è “diverso” o comunque svantaggiato, emarginato…

Comunità inclusive soprattutto se cristiane, capaci di “integrare” e di non fare sentire nessuno escluso… sarebbe già un buon obiettivo, segno di apertura, in questo “cammino sinodale”.

Quindi se noi ci apriamo e facciamo spazio, gli altri entrano… ma se invece gli altri fossero già dentro?!

Era di qualche decennio fa lo slogan: “Gli ALTRI siamo NOI” e anche il titolo di una canzone di Umberto Tozzi.

Anzitutto tocca a noi entrare in una “logica nuova”, quella dell’Evangelo di Gesù, a cui tutti siamo chiamati lasciandoci accogliere per primi dalla misericordia divinale viscere materne -: infatti non abbiamo conquistato noi uno spazio che ora possediamo e che benevolmente apriamo anche agli altri!

C’è un amore senza confini che ci raggiunge e ci abbraccia tutti, nel quale riconoscerci reciprocamente amati e non c’è una dogana dove noi verifichiamo le credenziali di ingresso e nemmeno siamo noi la “misura standard” da imporre.

Chi a volte ci “grida dietro” ci può aiutare a non crederci occupanti dei “primi posti”, ma forse semplicemente quelli che dobbiamo tenere il posto libero a chi arriva dopo, per un ritardo che non necessita di scuse o spiegazioni.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 15,21-28

Il capitolo 15 introduce nel nuovo stile di vita proposto da Gesù che si esprime nella condivisione e nella sovversione delle convenzioni culturali e religiose (vv. 1-20). Infatti, la religiosità giudaica spesso prevedeva un culto formale e proponeva una serie di pratiche già apostrofate dai Profeti come corrotte e lontane dalla volontà del Signore che era paradossalmente compiuta dai cosiddetti stranieri (cf Isaia 29,13 e 56.1 ss.).

Questo lo hanno sperimentato anche le prime comunità cristiane di origine ebraica che guidate dalle memorie evangeliche sono diventate, diremmo noi oggi, una “chiesa in uscita”.

I discepoli avevano seguito il Maestro nei suoi “sconfinamenti” geografici ed esistenziali ed erano incappati in incontri inaspettati dove la messianicità di Gesù era già inspiegabilmente riconosciuta, ma così hanno avuto la possibilità di confrontarsi con esperienze di fede prima a loro sconosciute o addirittura scomode (vv. 21-24).

È stata una svolta per il Maestro e per i discepoli, di lezione per le future comunità: coloro che erano considerati “cani” (stranieri idolatri), non potendo “pregare” - secondo l’opinione giudaica - ma solo “abbaiare”, osano rivolgersi al “Signore” e così “una donna cananea” induce Gesù a verificare la genuinità della sua fede e a operare una guarigione prodigiosa (vv. 25-28).

Ora qualcosa è profondamente mutato anche nell’animo e nell’operare del Nazareno, rivolto a vari generi di malati, ma anche nella folla divenuta “ecumenica”: tutti, prima muti, glorificano lo stesso “Dio di Israele” la cui misericordia non ha confini e che si manifesterà anche in una nuova condivisione prodigiosa dei pani (vv. 29-39).

Ambientazione liturgica

Capita che in alcune piccole assemblee faccia irruzione qualche volto sconosciuto, notato con curiosità e a volte con interesse; nella nostra siamo così abituati che non ci facciamo neppure caso, sconfinando così nella totale distrazione e nell’anonimato. Eppure questa eterogeneità dovrebbe darci un respiro più ampio: come mai siamo qui... cosa ci unisce così diversi?

Anche se siamo nel “nostro territorio”, la Parola proclamata che viene “dall’alto” riconosce ogni traccia di amore presente in ciascuno, abbatte ogni confine e include tutti conducendoci ad essere un’unica “casa di preghiera” [Isaia 56 – I lettura] facendo risplendere su tutti, indistintamente, l’unico “volto misericordioso” del Padre [Salmo 66].

Ciò avviene oltre le nostre attese e i nostri progetti missionari: è opera della risurrezione del Signore che tutti ci strappa dalla “disobbedienza” e ci fa sperimentare la “misericordia” [Romani 11 – II lettura].

Noi che mangiamo un solo Pane, pur essendo molti, siamo un Corpo solo” (1Corinzi 10,16-17). È il ritrovarci all’unica mensa che ci fa superare distanze ed estraneità e diventare “casa di/per tutti” (cf Giovanni 2,13-22).

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che nel tuo Figlio Gesù
hai abbattuto ogni inimicizia
e di tutti gli esseri umani

hai fatto un popolo solo,
animaci dei suoi stessi sentimenti
affinché diventiamo eco delle sue parole
e seme della sua pace.

Amen.

venerdì 14 agosto 2026

15 Agosto 2026 - "Assunta... a tempo indeterminato"

le parole… la PAROLA













15 agosto 2026

Maria nella gloria della Risurrezione

1Cronache 15,3… 16,2 / Salmo 131 / 1Corinzi 15,54b-57

Luca 11,27-28

Apocalisse 11,19a… 12,10 / Salmo 44 / 1Corinzi 15,20-27

Luca 1,39-45


Maria “assunta in cielo”… cioè in terra.

Questa è la realtà che abbiamo celebrato oggi e commentato in tutte le sue sfaccettature.

Ma in quale “cielo” Maria è stata “assunta”?

Non in quello astrofisico stellare e men che meno in quello mitico, una sorta di olimpo cristiano…

In quel “cielo” che è stato portato “in terra” da Colui che ha fatto sua, in toto, l’umanità divenendo essere umano egli stesso facendo sì che ora il regno di Dio fosse in tutti e dappertutto.

Anzi la parte di cielo più terso è stata proprio lei, Maria è proprio in lei, nella sua carne e nelle sue viscere è iniziato il processo di “assunzione” di tutta l’umanità, che lentamente ma progressivamente ci sta coinvolgendo tutti e che contempliamo in Maria così compiuto: “assunta a tempo indeterminato!”.

Un cielo affatto “paradisiaco”, nel quale è ancora in atto una lotta a tutto campo, dove la vita è tuttora minacciata. Un travaglio, un parto, ma quel “figlio” è già nato in ciascuno di noi e c’è chi lo difende, chi “lo porta in Dio”, mentre la “madre” è nascosta nelle trame della storia che continua il suo percorso [Apocalisse 11 – I lettura].

La morte stessa ha perso tutto il suo potere cedendo il passo a Colui che l’ha “vinta” facendone un dono d’amore [1Corinzi 15 -II lettura].

Ora non poteva essere procrastinato a Lei lo stesso destino glorioso del corpo del suo figlio risorto. La sua “dormitio” nel sonno della morte - alla maniera orientale - o la sua incorruttibilità “nella morte – all’occidentale-, sfociano nella piena e personale partecipazione al mistero pasquale di Cristo, “segno profetico” del destino personale e sociale di ogni essere umano e di tutta l’umanità: “un corpo solo in Cristo” (1Corinzi 12,12; Efesini 1,23).

È proprio nel dono d’amore, che pervade ogni autentica relazione vitale e generativa, che emerge quella “rivoluzione” attesa da sempre in tutte le fibre e che l’egoismo mortale tenta di frenare, addirittura di annientare mentre c’è Chi apre le sue mani accogliendo e “assumendo” ogni anelito di giustizia, di riscatto, strappandolo dalla sua inutilità e colmandolo della sua pienezza, per sempre mentre Maria ritorna nella sua “casa” [Luca 1 – Evangelo].




Sembra facile: Domenica 13 settembre 2026 - XXIV TO/A

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