venerdì 19 giugno 2026

Il coraggio nella paura - Domenica 21 giugno/XII dell'anno'A

 Vicina è la PAROLA


21 Giugno 2026

XII Domenica dell’anno/A

Geremia 20,10-13 / Salmo 68

Romani 5,12-15

Matteo 10,26-33

La nostra paura più grande non è quella di essere inadeguati.

La nostra paura più grande è quella di essere potenti oltre ogni limite.

Marianne Williamson

Il coraggio nella paura

ma anche quanta paura nel coraggio!

Il coraggio di andare, di rimanere, di continuare nella consapevolezza della propria fragilità, delle proprie sconfitte… di esporsi pur sapendo di essere disarmati, nudi.

Riteniamo di essere migliori quando ci sentiamo più forti e di valere meno quando deboli… e la nostra società questo lo ha capito bene, lo si vede anche nei modelli che propone, ma questo è un tragico inganno!

La consapevolezza delle nostre fragilità, oltre a non farci presumere delle nostre capacità cadendo nel mito dell’onnipotenza, ci aiuta a non pretendere dagli altri che compensino le nostre frustrazioni e di conseguenza non rendere a loro troppo difficile e arduo l’amarci.

L’essere amati e riconoscerlo ci sosterrà nel percorrere la nostra esistenza senza rimpianti o nostalgie e ci permetterà di scorgere l’alba in ogni notte… quanto coraggio c’è nella paura senza che prevalga in noi la disperazione.

Coniugare l’amore con la tenerezza e la misericordia può unire poli apparentemente inconciliabili, essenziali però a sorvegliare i rischi del desiderio declinati esclusivamente in risposta ad un bisogno

La tenerezza tempera l’urgenza del bisogno e dell’aggressività, e si sperimenta come condivisione della fragilità mettendo al riparo sia dall’arroganza che esclude, sia dal colpevolizzare l’altro come mezzo per difendere sé stessi. 

La misericordia, d’altra parte è il passaggio necessario per guarire le frustrazioni del desiderio, permettendo così di salvare la relazione dalla frattura”. 

(Domenico Pezzini, L’acqua e la rosa)

Contestualizzazione evangelica di Matteo 10,26-33

I detti, i consigli, gli insegnamenti del Maestro ai suoi discepoli si susseguono e sono sempre validi anche dopo decenni, utili alle comunità sottoposte alle prime persecuzioni (cf 10,16-42). Tra essi primeggia l’invito del Risorto: “Non abbiate paura…” (vv. 26.28), perché la paura fa vedere minacce e nemici dappertutto, altera le nostre reazioni, mentre è il momento della “rivelazione” [apocalisse v. 26], della chiarezza senza più ambiguità e ci invita a “uscire fuori” dalle reticenze e dall’intimità che mortifica un’autentica esperienza di fede [sui tetti v. 27].

I rischi vanno affrontati con la fiducia nel Padre che dona la consapevolezza del proprio valore personale in quanto figli e figlie (cf vv. 29.32), che non tutela ma trasmette la capacità di sostenere la prova senza ansia, così le sfide e le provocazioni possono essere vissute come un’attestazione di reciproca fedeltà (cf vv. 32-33).

Chi è Colui che ci annuncia la liberazione da queste paure? (cf 11,1).

Uno di noi che ha vissuto come Figlio del Padre senza esercitare alcun potere e ostentare altra sicurezza se non quella di “affidarsi” a Lui che, nella sua estrema povertà, ha attestato un amore più forte della morte.

L’apostolo Paolo scrive ai cristiani di Corinto che il Signore gli ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Corinzi 12,9).

Ambientazione liturgica

Se veniamo “in chiesa” per trovare sicurezze, la Parola oggi ancora ci sorprende, smaschera le nostre aspettative e ci inquieta come è avvenuto per Geremia in un contesto umanamente più minacciato: perseguitato dal suo stesso popolo, braccato da ogni parte, angosciato dalla paura.

La sua è una parola provocante, insopportabile per chi insegue i suoi progetti e sogni di grandezza… in tale contesto egli riceve la Parola: non temere! [Geremia 20 - I lettura]

Anche la nostra lode comunitaria diventa esperienza di fiducia per la fedeltà e la tenerezza del Signore che ci ama perché poveri, senza disprezzare alcuno. [Salmo 68]

Anzi, per l’amore gratuito del solo Uomo Gesù tutti abbiamo ricevuto abbondantemente il dono di essere amati. Un amore inedito perché più forte della morte. [Romani – II lettura]

Gesù non ha avuto paura di amarci proprio nel momento più arduo per la sua umanità: davanti alla sofferenza e alla morte, non nel momento del suo massimo vigore… proprio quando ha avuto paura e l’angoscia lo assaliva (cf Mt 26,36-46). Qui le sue parole ai discepoli ci ricordano quello che sempre aveva detto loro, soprattutto inviandoli in missione. [Evangelo]


            Preghiamo con la Liturgia

Padre,

che affidi alla nostra debolezza
l'annuncio profetico della tua parola,
liberaci da ogni paura,
perché non ci vergogniamo mai della nostra fede,
ma confessiamo con franchezza
il tuo amore davanti a chiunque.
Amen.


giovedì 11 giugno 2026

Gratuitamente - Domenica 14 giugno 2026/XI dell'Anno A

 Vicina è la PAROLA








14 Giugno 2026

XI Domenica dell’anno/A

Esodo 19,2-6 / Salmo 99

Romani 5,6-11

Matteo 9,36- 10,8


Lo scandalo della GRATUITà

Nell’attuale società, ma forse da sempre... nessuna situazione umana può essere vissuta senza assumersi responsabilmente, anche se sorprendentemente, quale buona notizia, evangelo di gratuità, altrimenti significherebbe riconoscerne la disumanità.

Pensiamo, ormai arresi, che sia definitivamente invincibile l’egoismo, l’accaparramento, la strumentalizzazione degli altri… è questa la nostra “inquietudine”?

Nell’era “liberalista”, che ha messo al centro il profitto e la capitalizzazione svalutando tutto ciò che “non rende”, anche “il sociale per gli altri”, ci ritroviamo ora più poveri sia economicamente che spiritualmente, poiché gratuito sembra far rima con inutile appunto perché “senza utile”. L’utilitarismo pratico del neocapitalismo liberale prima ti impoverisce e poi ti fa diventare “oggetto” di assistenza sociale e così chi si è arricchito sulla nostra pelle ora si pregia si essere sensibile al disagio altrui elargendo elemosine che in realtà sono “diritti sociali”!

Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari… Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri a non ai criteri. Deve fare affari…. È un uomo d’affari e deve fare affari” ...anche quando fa beneficenza.

Siamo capaci di smentire questa logica?

Contestualizzazione evangelica di Matteo 9,36- 10,8

Riprendiamo la proclamazione liturgica del racconto evangelico di Matteo che ci accompagnerà fino all’Avvento (29 novembre 2026) e che avevamo interrotto il 15 febbraio scorso ascoltando il capitolo 5,17-35.

Il così detto “discorso del monte” (5,1- 7,29) illustra l’assoluta novità dell’evangelo del Rabbi nazareno e ne afferma la sua autorevolezza.

Ma non sono tanto i suoi insegnamenti a qualificare un nuovo modo di vivere il rapporto con Dio [giustizia], quanto piuttosto la condivisione con chiunque del suo essere figlio del Padre e del suo trattare tutti come sorelle e fratelli, di cui le guarigioni sono un segno evidente e profetico.

L’azione messianica di Gesù inizia dal suo sguardo e dalla sua compassione interiore, così che l’agire è non solo la risposta ad una serie di necessità, ma l’amore che va incontro con cuore e mani aperti, è una nuova relazione personale con quanti attendono, forse inconsapevolmente, di essere liberati e curati (cf 8,1- 9,35).

Davanti a tanta desolazione Egli “vede”: la sua è una visione di abbondanza, non una costatazione di mancanza, che si rivolge ai vicini per giungere ai lontani, ai perduti e sfocia nella chiamata/invio dei suoi dodici discepoli che da ora in poi si chiameranno apostoli.

È un invio personale ma non individuale: sono “i Dodici” e il loro mandato è comunitario; non vengono inviati in modo anonimo: il maestro li chiama uno ad uno per nome, mettendo in risalto provenienze e caratteristiche.

La missione sembra superare in modo incommensurabile le loro capacità e solo la gratuità del dono ricevuto e ricambiato può far sperimentare una sorprendente prossimità di Dio che porta vita proprio dove l’umanità è ferita, minacciata dalla morte fisica e interiore.

L’esperienza missionaria delle comunità palestinesi dimostra di aver recepito l’esempio e l’insegnamento “inclusivo” del Nazareno, uomo-per-gli-altri, e sopravvivono nella capacità di testimoniare la prossimità di un Dio debole e povero.

Le comunità che poi nasceranno da questa vocazione/missione saranno “plurali”, non perfette [uno tradirà!], a rischio di conflitti etnici, culturali e religiosi, ma disponibili a una continua trasformazione in base alla fiducia risposta fin dall’inizio nei Dodici dal Maestro, garanzia di poter risorgere sempre nonostante le “perdite di vita” in una “continua crescita” (cf 9,20…25).


Ambientazione liturgica

Il momento liturgico, per sua natura e stile, ci raduna ed accoglie come esperienza di gratuità.

Da gente dispersa e raccogliticcia lo Spirito del Signore ci porta in alto - per includere tutti - come su di “aquile in volo” e “planiamo” diventati un popolo santo e sacerdotale [Salmo 99] convocato per l’ascolto e per celebrare l’alleanza sempre nuova e per sempre [Esodo 19 – I lettura].

Da “nemici”, un popolo di riconciliati perché in Gesù, di cui siamo diventati consanguinei, il Padre ha superato e vinto ogni ostilità; nella sua morte e risurrezione permette di accostarci all’unica mensa da riconciliati partendo dalla debolezza nostra e altrui che spesso avvertiamo come inimicizia: “dove si trova chi sia disposto a morine per un altro?!” [Romani 5 – II lettura].

Riceviamo gratuitamente amore nella parola e nel pane; siamo chiamati a dare amore gratuitamente, in un’incessante liturgia di gesti quotidiani, i più comuni e abituali, in un grazie ininterrotto per una grazia inarrestabile che ci pervade e riempie.


Preghiamo con la Liturgia

Padre, che hai fatto di noi
un popolo santo e sacerdotale,
fa’ che ascoltiamo la tua voce
e custodiamo la tua alleanza,
per annunciare con la vita e con le parole
che tue sei prossimo di tutti.
Amen.

venerdì 5 giugno 2026

CARNE da mangiare come PANE - "Corpus Domini" / Domenica 7 giugno 2026

 

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7 giugno 2026

Corpo&Sangue del Signore/a

Deuteronomio 8,2-3.14-16 / Salmo 147

1Corinzi 10,16-17

Giovanni 6,51-58


Carne da mangiare come PANE

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 6,51-58

Siamo al finale del lungo capitolo VI nel racconto evangelico Giovanni che ha un posto centrale sia per la comprensione della messianicità di Gesù che vuole dare ai suoi lettori, che per il profondo contenuto catechetico in riferimento all’Eucaristia e soprattutto all’intera esistenza cristiana che ha in Cristo colui che dà sé stesso a noi come pane/nutrimento di Vita incorruttibile per un’esistenza autentica e piena.

La sua ambientazione cronologica e narrativa è all’interno dei capitoli 5-12 e il suo contesto “teologico” nel significato di “segno”.

Nei vv. 35-58 emerge il “tenore eucaristico” di tutto il discorso dove “nutrirsi di Lui”, per gli ascoltatori e interlocutori - tra i quali ci siamo anche noi - significa fare propri gli atteggiamenti del Figlio nei confronti della volontà del Padre (cf 4,34), accogliendo il suo dono vitale e vivificante (cf vv. 53-57). Proprio questo è il contenuto del “gesto eucaristico”! (S. Panimolle).

Il realismo dei verbi ricorrenti: mangiare, bere, masticare, suppone un’esperienza già in atto dell’eucaristia, di essere in comunione fisica e vitale con il Figlio e come Lui con il Padre: “Chi mangia Gesù, partecipa al dinamismo vitale che deriva dal Padre e che, attraverso il Figlio, si trasmette a ogni credente in Lui”. La finalità di questa lunga “catechesi” è di “accendere in noi la voglia di vivere come Lui, di risvegliare la nostra vita. Senza cristiani che si nutrano di Gesù, la Chiesa languisce senza rimedio”. (J. A. Pagola)

Io-Sono il pane della Vita” (v. 48) è la nuova affermazione che chiude quella del v. 41 e apre il ragionamento successivo giungendo a uno sviluppo che abbina “pane vivente” (v. 51) a “carne” da mangiare (v. 51c): Gesù è per noi colui che ci dona Vita e che la alimenta costantemente.

Ora il nuovo dono di Dio all’umanità passa attraverso la “carne” del Figlio (cf 1,14; “bisrà” in aramaico e “sarx” in greco) che dà Vita nel deporre la sua vita (cf 10,17): questo è il vero “pane” che nutre infinitamente e in modo definitivo. Come Dio si fa incontrare e conoscere attraverso l’umanità del Figlio (cf 1,18; 14,9), così ora ogni essere umano, nella debolezza della sua condizione, addirittura “si nutre” di Lui. L’originaria fragilità umana che Gesù recupera con il dono di sé stesso, trova la sua compiutezza nella capacità di donarsi.

Questo è uno scandalo intollerabile non solo per i Giudei, ma per ogni proposta religiosa che voglia “spiritualizzare” l’avvicinarsi alla divinità: in Gesù, il Figlio “Parola fatta carne”, Dio e l’essere umano si incontrano, viceversa si allontanano e si pèrdono per sempre. Se già risultava inaccettabile da parte dei Giudei che Gesù si definisse “vero pane da Dio”, comprensibile è allora la loro furibonda reazione nel rifiutare la proposta di Gesù di dare “la [sua] carne da mangiare” (v. 52). Ma Lui insiste che per avere Vita in noi stessi non possiamo rifiutarci di “mangiare la sua carne e bere il suo sangue”, nutrendoci di Lui che ha preso la nostra carne umana (dal v. 54 subentra il verbo mangiare ma masticare, cioè ruminare).

            È questo il senso globale dei vv. 53-55, dove l’evangelista sembra spingere sul realismo del “nutrirsi masticando” la carne e il sangue umani del Figlio, perché sono “realmente cibo e bevanda”. Probabilmente questa crudezza motiva la reazione degli uditori per l’infrangersi del tabù del cannibalismo: “come mai può [dirci di] fare questo!” (cf Levitico 17,10-14).

            La circolarità del discorso imprime una ripetizione che marca molto il cibarsi come via di accesso alla Vita di Dio! Quindi i motivi di scandalo e di protesta sono due, uno ancestrale, antropologico e l’altro religioso: nutrirsi della carne umana del Figlio del Padre per diventare figli e figlie suoi!

        Questo nutrimento dà origine a una relazione stabile tra noi e Gesù: “rimanere/dimorare(costanti dal capitolo 15 in poi), che ci permette di vivere attraverso di Lui nello stesso modo in cui Egli vive grazie al Padre che lo ha inviato a noi: una relazione d’amore filiale (vv. 56-57).

            Notiamo il crescendo del “simbolismo eucaristico” in quest’ultima parte del discorso, in parallelo con il “realismo di nutrirsi”: mangiando il pane e bevendo il vino nel banchetto eucaristico noi ci nutriamo di Cristo nel suo corpo e sangue, di tutta la sua persona di Figlio del Padre mandato a noi, Egli in noi è Vita piena, indefettibile e incorruttibile, fino alla nostra risurrezione finale. L’efficacia del sacramento eucaristico ha la sua origine nel dono della Vita da parte del Padre attraverso il suo Figlio, quella sua carne umana assunta da noi fin dall’inizio (cf 1,14).

        I vv. 58-59 chiudono l’insegnamento di Gesù nella sinagoga a Cafarnao ricollegandosi all’esperienza degli antenati nel deserto con cui il discorso è iniziato (cf vv. 49 e 31).

Ambientazione liturgica

        È nella celebrazione eucaristica che si rivela la pienezza di questo dono vitale per la nostra esistenza affinché essa sia significativa e realizzata nell’amore.

        Ricordati!” è perciò un invito a non barattare questa esperienza di cura e di nutrimento sostanziale con un ritualismo “sacro” ma non “santificante” [Deuteronomio 8 – I lettura], e a farci coinvolgere nell’intimità tra il Padre che dona il Figlio così da “rimanere/dimorare” in noi fonte inesauribile di Vita [Evangelo].

            Nessuno vi partecipa per sé in modo esclusivo: questa realtà si attiva in noi se anche gli altri possono farne parte, nessuno escluso, tutti! [1Corinti 10 – II lettura].


Preghiamo con la Liturgia

Padre, Dio fedele,

che nutri il tuo popolo con amore,

saziaci alla mensa della Parola

e del Corpo e Sangue del tuo Figlio,

affinché nella comunione con Te

e con i fratelli e sorelle,

camminiamo verso il convito del tuo regno.

Amen.

sabato 30 maggio 2026

Il NOI generativo - Domenica 31 maggio 2026/Dio, Trinità d'Amore

 

Vicina è la Parola










31 maggio 2026 - DIO: Trinità d’Amore

Esodo 34,4…9 / Daniele 3,52-56 / 2Corinzi 13,11-13

Giovanni 3,16-18

NOI, il grembo generativo di esistenza in relazione

Chi spinge “da dentro” ogni persona a uscire da sé, attratta dalla ricerca di un nuovo habitat dove lasciarsi andare ed esplorare le proprie capacità di essere libera in/con/per un altro da sé? È un’esperienza che porta a picchi di felicità e precipitose cadute di delusione, sempre però alimentata da nuove aspettative nonostante i presagi di una fine.

Il fatto che un essere umano abbia avanzato “la pretesa” di essere “figlio unigenito e primogenito”, come se dicesse a ciascuno di noi: “mio fratello è figlio unico”, apre un varco nell’umanità e nell’intimo umano rivelando un orizzonte capace di contenere ogni relazione e di evidenziarne il senso e il valore, di facilitarne la riuscita... “un grembo paterno”.

Che questo non avvenga in modo indolore ce lo dicono sufficientemente le nostre e altrui peripezie affettive; che il “figlio/fratello” le assuma volontariamente e liberamente nella sua massima estensione d’amore, chiede da parte nostra un atto di fiducia totale e una disponibilità a provare sulla nostra pelle e sul nostro cuore quanto ciò sia umanamente possibile.

L’effetto, anche a lunga durata, è l’essere pervasi nuovamente dall’afflato vitale che in momenti di sua assenza ci pareva di asfissiare e da un’energia vitale che credevamo esaurita; da un fuoco interiore che sembrava estinto; da una luce pervasiva che illumina il nostro procedere ora più sicuro, e con stupore ci accorgeremmo che ciò è avvenuto anche negli altri e che quando diciamo Trinità, forse senza saperlo, intendiamo tutto questo!


Contestualizzazione evangelica di Giovanni 3,16-18

Il colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo, il fariseo che era andato a casa sua di notte (cf 3,1) è ricco di contenuti che si riferiscono agli inizi della missione del Nazareno: già a Cana si era manifestato suscitando un’adesione fiduciosa da parte dei suoi primi discepoli (cf 2,11), ma anche in Gerusalemme da parte di molti a cui però Egli non dà molto credito perché conosce l’intimità di ogni persona (cf vv. 23-25).

L’esistenza umana pone infatti tanti interrogativi e non tutti trovano risposta e soluzione (E. Borghi); la possibilità reale di quanto è invece umanamente inattuabile, come “rinascere” per iniziare una vita nuova (cf 3,4ss.), viene dall’amore di Dio per il mondo che lo spinge a “donare il suo Figlio unigenito” (cf 3,16; 4,9s.; 16,19).

L’amore gratuito di Dio [“grazia”] raggiunge in modo sorprendente ed inequivocabile anche chi si oppone a Lui [“mondo”], permettendo a ogni persona di “essere sé stessa” e di non fallire l’obiettivo per cui è stata “creata” [“peccato”] e questo lo ha manifestato il Figlio innalzato (vv. 14-15) (S. Fausti). L’amore fa sì che la vita donata da Gesù, e non “strappata via” (cf 10,18), generi “persone nuove” e sempre nuove possibilità di vivere e di amare (S. Palumbieri).

In questa dimensione, della vita donata e non posseduta, l’essere umano supera l’innata paura di perdersi, di essere condannato e può vivere della sola gratitudine di essere salvato (cf vv. 17-18).

Ambientazione liturgica

Può sembrare superfluo dedicare una festa liturgica alla “Trinità” quando tutta l’azione della comunità celebra il “rendimento di grazie” (eukaristìa) per il dono perenne che il Padre fa del suo Figlio crocifisso e risorto per amore dell’umanità, animato dalla potenza del loro Spirito.

Tuttavia ci aiuta ricordare che la nostra esistenza e storia trovano senso, valore e piena realizzazione nel loro reciproco comunicarsi a noi, dono di Vita, Amore… che in-con-tra noi!

In noi perché lo è in sé stesso; con noi in quanto comunione di persone, intercorrere di relazioni identitarie basate sul dono di sé – per noi - che suscita reciprocità e realizza così l’unità.

Ogni espressione di vita è dunque celebrazione della Trinità e trova nella Liturgia la sua profetica trasfigurazione: amore che vuole donarsi e perciò sempre eternamente creativo.

L’attuale riforma conciliare celebra ciclicamente ogni persona divina e in questo “anno A” il Figlio Gesù: la fiducia in Lui vincitore della morte fonda la nostra speranza e ci impegna nell’amore fraterno estensione di quello trinitario e compimento vero della nostra umanità.

Lo aveva già percepito Mosè come lo esprime Esodo: Colui-che-è-per-noi tenerezza materna, fedeltà paterna, pazienza compassionevole, misericordia assoluta e infinita [Esodo 34 – I Lettura] addirittura risolta al suo opposto, “il mondo”. Ogni parola della Parola sarà non di condanna ma di salvezza per tutti e per ciascuno, portatrice di Vita e di Luce da parte dello Spirito di Verità [Evangelo].

Lo stesso Spirito legame di comunione reciproca nell’unità divina continua a operare tra noi e in noi questo processo unitivo imprimendolo all’interno della nostra stessa umanità e della nostra umana convivenza affinché non perda i tratti costitutiva della sua umanità [2Corinzi 13 – II lettura].

Preghiamo con la Liturgia

O Dio Padre,

che hai mandato nel mondo il tuo Figlio,

Parola di Verità, 

e lo Spirito santificatore

per rivelarci il mistero della tua Vita, 

fa’ che amandoci reciprocamente

partecipiamo alla tua comunione d’Amore.

Amen.



venerdì 22 maggio 2026

"Senza lo Spirito..." - Domenica 24 maggio 2026: Pentecoste

 Vicina è la PAROLA


24 maggio 2026

Pentecoste dello Spirito

Atti 2,1-11 / Salmo 103

1Corinzi 12,3-7.12-13

Giovanni 20,19-23


Senza lo Spirito…

«Senza lo Spirito santo, Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il vangelo una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, e l’agire morale un agire da schiavi. Ma nello Spirito santo il cosmo è nobilitato per la generazione del Regno, il Cristo risorto si fa presente, il vangelo si fa potenza e vita, la Chiesa realizza la comunione trinitaria, l’autorità si trasforma in servizio, la liturgia è memoriale e anticipazione, l’agire umano viene deificato»                                               (Atenagoras I, patriarca di Costantinopoli dal 1948 al 1972).


Contestualizzazione evangelica di Giovanni 20,19-23

Gli apostoli vedono ora quelle “mani” e quel “costato” che si erano rifiutati di guardare allora, quando Gesù veniva crocifisso (cf 19,35-37).

Adesso Lui è lì, piombato in mezzo a loro, ed ha una sola parola per loro: “Pace a voi!”, un saluto che li riempie di gioia, che vince l’iniziale chiusura e paura, e che la seconda volta, diventa addirittura un mandato e una missione (20,19-21).

Ma com’è possibile questa trasformazione in così poco tempo e senza alcuna fatica per loro?

Ricevete lo Spirito” (v. 22), fonte di una vita nuova riconciliata e pacificata, offerta a tutti: il perdono ricevuto e donato è l’unico potere loro conferito.

Anche a noi il Risorto si manifesta con i “segni” compiuti da Lui, gli stessi “in presenza dei suoi discepoli” (v. 30) e lo fa sempre “otto giorni dopo”, come con Tommaso (cf. vv. 26-29).

Nel quarto vangelo la fede o è suscitata dal “segno” oppure ne è l’effetto (cf 2,11; 5,54; 11,45; 12,37). Questo avviene anche per la vita sacramentale offerta dalla Chiesa. Per essere trasformati e vivere nel Cristo occorre “credere in Lui” (cf 9,35-38; 11,26) che ci tende la mano, ci viene incontro, per farci entrare nella realtà che quei segni offrono (A. Nocent ).

Anche noi ascoltiamo, leggiamo quello che è stato scritto affinché possiamo anche noi “credere” (cf 2,11.23; 3,18; 20,30-31) che vuol dire “venire a Lui per avere da Lui la Vita” (cf 5,40).


Ambientazione liturgica

A cinquanta giorni dalla Pasqua, la Chiesa annuncia l’irruzione dello Spirito in essa e in tutta l’umanità: ha voluto stabilire in questo Giorno l’effusione dello Spirito sugli apostoli e il loro mandato per essere testimoni dell’esistenza storica, morte e risurrezione del Signore.

Le liturgie di questo “cinquantesimo giorno”, da quella vigiliare (che vuole parzialmente ricalcare quella della veglia pasquale priva però di simboli e riti originali) a quella dei vespri conclusivi, pongono l’accento sulla “pienezza” del mistero pasquale e di tutta la storia della salvezza: tutto è “pieno”, il tempo/giorno come lo sono la casa e le persone, lo Spirito infatti “riempie il vuoto” lasciato da Gesù e ciò che è carente, incompleto in noi.

Lo Spirito, che fin dalla creazione anima l’azione di Dio così da far diventare l’adàm un “essere vivente”[Genesi] pervade ora di sé, liberamente ed efficacemente, l’esistenza “carnale” di ogni credente e della storia umana [Ezechiele] È una presenza che fino alla fine continuerà a far lievitare l’intero universo nella sua evoluzione e renderà possibile la novità del regno di Dio [Gioele], un soffio inarrestabile, un vento che ci sospinge verso tutti e sempre verso “terre straniere”, un amore [Romani 5,5] che unisce e fa diventare fratelli/sorelle di tutti rispettando ogni differenza, capace di creare legami finora sconosciuti [Atti 2 – I lettura].

Nasce una nuova consapevolezza: lo Spirito del Risorto dona a ciascuno la capacità di essere e di vivere ciò per cui Egli ha dato la sua vita, non per sé in modo esclusiva ma per il bene di tutti e come parte di una fede vissuta e professata insieme nell’amore fraterno [1Corinti 12– II lettura].

Anche noi, nella celebrazione liturgica, possiamo fare la stessa esperienza degli Apostoli: proprio perché la parola del Signore risorto è rivolta a noi che ci illumini, ci conosca come verità di noi stessi e ci permetta di riconoscerlo, di incontrarlo entrando attraverso il sacramento in un “contatto fisico” con Lui [Giovanni 20 – Evangelo].

Otto giorni dopo” (v. 26) è la scansione settimanale che ci dà appuntamento con il Risorto, e costituisce il punto di incontro con Lui visto, ascoltato e toccato, che abbiamo cercato lungo tutto il nostro percorso di fede, da lontano nel dubbio o dell’incredulità, da più vicino nella confessione in Lui. Con quale pretesa la Chiesa può utilizzarli per annunciare la Risurrezione del Signore? Solo con la forza dello Spirito del risorto invocato (vedi la seconda invocazione nelle preci eucaristiche).

Preghiamo

Padre santo,

che nell’evento di Pentecoste
santifichi la tua Chiesa
in ogni popolo e nazione,
diffondi su tutta la terra

i doni del tuo Spirito,
e rinnova anche oggi nell’intimo dei credenti
i prodigi che nel tuo amore universale
hai operato agli inizi

della predicazione del Vangelo.
Amen.


Il coraggio nella paura - Domenica 21 giugno/XII dell'anno'A

  Vicina è la PAROLA 2 1 Giugno 2026 XII Domenica dell’anno / A Geremia 20,10-13 / Salmo 68 Romani 5,12-15 Matteo 10,26-33 “ La no...