sabato 7 novembre 2026

Responsabili - Domenica 8 novembre 2026: XXXII TO/A

 Vicina è la PAROLA










8 novembre 2026

xxxii domenica to/a

Sapienza 6,12-16 / Salmo 62

1Tessalonicesi 4,13-18

Matteo 25,1-13


Responsabili

Il senso di responsabilità, soprattutto nei confronti degli altri, ci fa essere vigili e attenti verso di loro evitando distrazioni e superficialità. Possiamo anche preoccuparci o addirittura diventare ansiosi, che è sempre meglio di non importarcene nulla. Certo avremo anche dei momenti di assenza ma, appena ci riprendiamo, proveremo la stessa sensazione e intensità di prima.

Qualcosa in noi non ci permette di venir meno, di rinunciare… è come se ogni volta si trattasse di un appuntamento, di un nuovo incontro anche se imprevisto o ignoto. La responsabilità non è un compito da svolgere, è una chiamata quotidiana a cui rispondere, sapendo che non siamo mai abbastanza pronti, ma almeno svegli e che potrebbe esserci una gioia inattesa.


Contestualizzazione evangelica di Matteo 25,1-13

Il capitolo 23 del racconto evangelico Matteo si introduce con un insegnamento rivolto dal Nazareno ai discepoli ed alle folle per non ricadere nel pericolo del fariseismo e di mettere il servizio al centro dello stile comunitario (23,1-12). Seguono 6 ahimè nei confronti delle autorità religiose che accanitamente si opponevano all’operato e all’insegnamento di Gesù (vv. 13-33). La distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d. C.) viene riproposta come profezia di un destino inesorabile (vv. 34-36). A quel punto l’uscita di Gesù dal Tempio ne decreta la fine come “luogo sacro” per l’incontro con Dio e di Gerusalemme come “città santa” (23,37- 24,1-2).

Il capitolo 24 si articola poi in una spirale di insegnamenti (vv. 3-14) che hanno come motivo trainante la fine del tempo/mondo, anche con accenti apocalittici, con cui si intrecciano anche esperienze attuali della comunità di Matteo: i falsi profeti e messia, le persecuzioni, le defezioni di molti (vv. 15-28).

I toni drammatici e tragici di questi “discorsi” sono rasserenati dalla prima parabola del capitolo 25 (vv. 1-13) che ci aiuta ad entrare nel vissuto delle comunità cristiane di allora di fronte al ritardo del tanto desiderato ed annunciato “ritorno glorioso del Signore”. L’ambientazione nuziale, quindi gioiosa, non attenua però il dramma di chi non è preparata all’arrivo ignoto dello “sposo”. Il sonno coglie tutte le partecipanti al corteo nuziale, ma le sagge hanno con loro una scorta di olio per la lampada, mentre le sprovvedute no (vv. 1-5).

Non entro nell’interpretazione dei dettagli - anche se importanti – voglio evidenziare piuttosto l’andamento della narrazione che conosce anche punti emblematici: l’arrivo improvviso dello sposo, mentre non si accenna alla sposa (v. 6); l’olio che va procurato per sé e non può essere condiviso (vv. 7-9); la chiusura definitiva della porta (v. 10); la vana richiesta di entrare (v. 11); il misconoscimento delle richiedenti (v. 12); l’esortazione finale a vigilare (v. 13).

Sono situazioni e atteggiamenti presenti nelle prime comunità del I secolo d. C., minacciate già allora da un certo rilassamento e demotivazioni, mancanza di responsabilità personale e facile affidamento all’impegno degli altri, un certo adagiarsi ad una routine comunitaria.

Ognuno a questo punto può fare le sue considerazioni personali e comunitarie.

“Non basta aver incontrato Gesù, occorre anche attenderlo perché spesso si nasconde nelle vicende quotidiane; nemmeno ci si può affidare a formali richieste, occorre maturare un saggio e rinnovato rapporto con Lui”.


Ambientazione liturgica

Dovremmo sempre stupirci di quanto siamo “attesi e cercati” mentre ci disponiamo a celebrare l’Eucaristia. Ci vorrebbe un momento, nel nostro affannato convenire per la celebrazione, nel quale renderci conto di Chi ci aspetta alla porta e che già girovagava per le nostre strade… cercandoci [Sapienza 6 – I lettura].

Allora l’accorata preghiera del Salmo [62] diventa sincera ricerca di Colui che spesso cerchiamo inconsapevolmente e di cui abbiamo bisogno come dell’acqua… di cibi succulenti.

La Parola sazia la nostra sete e fame di conoscenza e soprattutto di vita facendosi Pane!

Così la nostra esistenza nella fede è riattualizzazione della perenne novità evangelica: l’avvento del regno che è prossimo. È sempre presente infatti il pericolo di perdere il senso ultimo della vita che magari si è addirittura scelta: la pazienza, l’attesa, l’essere sempre pronti e aperti alla novità. “Non è l’amore quotidiano l’olio che ci rende capaci di apertura e disponibilità?” [Evangelo di Matteo].


Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

il tuo Spirito,

Voce che ridesta il cuore
nella lunga attesa dell’incontro con Cristo tuo Figlio,

faccia sì che non venga a mancare l’olio

delle nostre lampade,
perché, quando Egli verrà,
siamo pronti a corrergli incontro
per entrare con lui alla festa nuziale.

Amen.



venerdì 6 novembre 2026

"Non il potere" - Domenica 8 novembre 2026: XXXII TO/A

 Vicina è la PAROLA










8 Novembre 2026

xxxi domenica to/a

Malachia 1,14b-2,2b.8-10 / Salmo 130

1Tessalonicesi 2,7…13

Matteo 23,1-12


Scegliere il non potere

“Il potere logora chi non l’ha” è una famosa espressione di uno statista italiano, correlata a tante altre dichiarazioni popolari.

Non si tratta di rinunciare a un potere, ma di non utilizzarlo in una forma dichiarata o subdola di dominio sugli altri a scapito della loro dignità e libertà.

Esiste un potere esercitato come servizio?

Nelle dichiarazioni di presa di potere spesso viene proclamato di “servire” la nazione, il popolo, la costituzione… ma non sempre nel vero senso di chi dal basso cerca di far emergere il valore degli altri, di creare il consenso con il dialogo, di perseguire ciò che avvicina e non ciò che allontana, di essere disposti a perdere qualcosa per un bene maggiore…

Servire non è servilismo, è una scelta per far sì che gli altri - chiunque - possano sentirsi sostenuti nel loro percorso di vita in sintonia con il bene di tutti.

Abbassarsi per far salire.

“Se potessi…”. Ciascuno di noi ne ha la possibilità se si assume quel minimo di responsabilità che lo riscatta dal subire, per pro-porsi in favore di qualcuno non come chi detiene un potere, ma di chi prova ad amare “come sé stesso”.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 23,1-12

Le prime comunità cristiane, composte da persone provenienti dal giudaismo, consideravano ormai gli esperti della Torah e i farisei come usurpatori della sua genuina interpretazione risalente a Mosè (v. 1), in quanto si arrogavano non solo un diritto improprio del suo insegnamento ma addirittura una sostituzione. Sono proprio i loro stessi comportamenti a smascherarli: ipocrisia, autoreferenzialità e arrivismo, vanità, ostentazione e altezzosità (vv. 2-7). Dopo l’anno 70 d. C. il loro potere si impose sempre di più, col Tempio ormai distrutto presero possesso delle sinagoghe e della loro funzione.

La prima invettiva, pronunciata da Gesù e riportata da Matteo, è recepita dai credenti oltre che come una messa in guardia dal comportamento farisaico anche come una verifica dei rapporti tra loro, affinché non venga meno la fraternità che rende tutti di pari dignità, fratelli e sorelle in Cristo unico Maestro poiché tutti figli e figlie dell’unico Padre (vv. 8-10).

Si conferma così, all’interno delle comunità, anche il primato del servizio reciproco che fonda un’autorità non di potere ma di amore e che parte dal basso coerente - non ipocrita - con “il discorso dal monte” (cc. 5-7; vv. 11-12).

Ambientazione liturgica

“L’Eucaristia che tutti ci accomuna ad una stessa mensa come destinatari della misericordia del Signore, mettendo a confronto i diversi membri del suo corpo, opera – attraverso il perdono ed il suo amore gratuito – una verifica dei rapporti fraterni, costitutivi della comunità stessa”. (CMdV)

Non basta però denunciare e condannare chi detiene il potere abusandone, occorre vivere per primi con la consapevolezza di un unico Padre per tutti, legati a Lui e tra noi da un’alleanza nuova e ormai eterna [Malachia 1 – l lettura].

Questa è la prospettiva che ci dà anche un’equilibrata considerazione di noi stessi [Salmo 130] e soprattutto ci rende capaci di tenerezza verso gli altri, nel desiderio di non risparmiarci nel voler donare la nostra vita. Così il Signore, che per primo lo fa con noi, può agire liberamente ed efficacemente [1Tessalonicesi 2 – II lettura].

Facciamo infatti l’esperienza del “servo in mezzo noi”, il Signore, che ci nutre di sé con il dono della sua vita, affinché testimoniamo che è possibile vivere come Lui, oltre ogni strapotere umano [Evangelo].


Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

creatore di tutto e di tutti,
donaci lo Spirito del tuo Figlio Gesù,
venuto tra noi come colui che serve,
affinché riconosciamo in ogni essere umano
la dignità di cui lo hai rivestito
e lo serviamo senza ipocrisia

in semplicità e amore.

Amen.



mercoledì 28 ottobre 2026

Domenica 1 novembre 2026: Tutti Santi e Sante!

 Vicina è la Parola










Domenica 1° NOVEMBRE 2026

Tutti Sante e Santi

Apocalisse 7,2-4.9-14 / Salmo 23

1Giovanni 3,1-3

Matteo 5,1-12

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20261101


SantInsieme - “Una santità di popolo”

«Siamo sempre in cammino per realizzare la nostra santificazione.

Senza questo obiettivo, del resto, la vita avrebbe poco senso perché Dio, che ci ha creati,

ci ha pure chiamati alla santità. Tutti gli uomini devono perseguire questa meta. È universale!

Per noi è volontà di Dio camminare per una via di santità collettiva.

Noi non possiamo farci santi se non mantenendo vivo il Risorto in noi e fra noi.

Siamo in mezzo al mondo … e si respira aria di consumismo, di edonismo, di materialismo,

di secolarismo dappertutto. Come portare efficacemente e costantemente… 

la presenza di Dio nella società odierna? [Con] piccole o meno comunità che hanno per vocazione

di tenere Gesù presente in mezzo a loro…

ma anche di costruire l’unità con i fratelli.

Da soli, in un mondo come il nostro, sarebbe difficile farcela».

(da una meditazione di Chiara Lubich, a Loppiano nel 1987)


Contestualizzazione evangelica di Matteo 5,1-12

La Liturgia di oggi proclama le Beatitudini di Matteo, “l’incipit” dell’annuncio messianico del Nazareno: la “felicità” di appartenere al Regno di Dio che realizza pienamente l’esistenza umana al di là di ogni situazione di svantaggio.

Le Beatitudini, che Matteo pone in un’ambientazione “sinaitica” come apertura del lungo “Discorso del monte” (cf 5,1- 7,29), costituiscono il ribaltamento dell’impostazione teologica tradizionale dove una condizione umana favorevole è considerata un premio di buona condotta da parte del Signore. Per questo motivo “la folla stessa era meravigliata per i suoi insegnamenti che erano così diversi dai maestri della Legge mosaica, poiché insegnava con piena autorità” (7,28-29).

Mosè per primo, autentico ermeneuta della Torah nella versione di Deuteronomio, prometteva ripetutamente al popolo in ascolto la “beatitudine/felicità” a condizione che tutti i precetti in essa contenuti fossero “praticati e ascoltati” (cf Dt 5,1.32; 6,24), quindi al termine di un percorso di docilità alla Toràh a volte anche faticoso.

Gesù invece ha iniziato la sua missione tra la gente emarginata della sua regione, la Galilea, annunciando che Dio è definitivamente presente in mezzo a noi [il regno di Dio] e questa è una notizia nuova, bella e buona per tutti [l’evangelo], poiché finalmente dà a tutti la possibilità di cambiare il modo di vedere la propria esistenza [conversione] e di comportarsi con Dio e con gli altri [la giustizia].

Il cambiamento più importante, e anche il più difficile, è proprio quello di pensare e di vivere la religione non più come un dovere, ma come un’esperienza e una promessa di felicità, di ben/essere e di buon/vivere con Dio e con gli altri, già da adesso e per sempre.

Ed è Gesù stesso che per primo realizza in sé ogni promessa di felicità, attuandola con il suo vivere da Figlio del Padre - mandato per farci lo stesso dono - che vuole condividerla e annunciarla ai suoi primi discepoli, a noi e a tutti.

Questa è la santità evangelica!

Abbiamo molti commenti alle Beatitudini, anche autorevoli, (ultimo quello dell’amico Ernesto Borghi, Discorso della montagna, pp. 11-22; utilissimo quello di Alberto Maggi, Padre poveri 1. Assisi 2016).

Proverei a “tradurre” così le 8 beatitudini di Matteo:

Beati coloro che si affidano solo a Dio

perché Egli è già tutto per loro.

Beati coloro che soffrono intensamente

perché sarà Dio stesso a consolarli.

Beati coloro che non sono prepotenti

perché Dio donerà a loro un mondo migliore.

Beati coloro che desiderano ardentemente

e cercano il bene che vuole Dio per tutti

perché Egli per primo lo realizzerà.

Beati coloro che provano amore e tenerezza per gli altri

perché Dio donerà anche a loro la sua misericordia.

Beati coloro che sono semplici e sinceri

perché a loro Dio si farà conoscere.

Beati coloro che realizzano la pace

perché Dio li considererà suoi figli.

Beati coloro che sono maltrattati

per aver compiuto il bene che Dio vuole

perché Egli è già tutto per loro.

Ambientazione liturgica

+ Il Vaticano II indica la Liturgia eucaristica “culmine e fonte della vita in Cristo” (SC 10) e in Matteo, la beatitudine di poterla vivere è proclamata subito, fin dall’inizio: il Vangelo di Gesù ci fa partire da dove altri arrivano!

- Noi pure oggi “saliamo al monte del Signore” anche se non “abbiamo mani innocenti e cuore puro”; eppure Egli ci ha chiamati “nel suo luogo santo” e ci santifica manifestandoci in Gesù “il suo volto” [Salmo 23].

- Quest’esperienza è rivoluzionaria anche rispetto al conseguimento della “santità” che festeggiamo oggi: sapere di essere realmente figli e figlie amati dal Padre e avere speranza in Lui, anche se il mondo non ci riconosce tali e se spesso nemmeno noi lo abbiamo così chiaro [1Giovanni 3 – II lettura].

- La nostra gioia più grande dovrebbe essere di far parte di quella “moltitudine immensa e che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua… che hanno attraversato la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole bianche nel sangue dell’Agnello” [Apocalisse 7 – I lettura].

+ Proclamare e ascoltare in questa domenica il vangelo scelto per la solennità di “Tutti i Santi e Sante” è un passaggio provvidenziale anche perché, dopo faticose e drammatiche controversie con i farisei attestate anche da Luca nei capitoli 17-18 delle scorse domeniche, ritroviamo la motivazione fondamentale delle opposizioni da parte delle autorità religiose e politiche alla predicazione messianica di Gesù: una gratuita promessa di felicità [Evangelo].

Preghiamo con la Liturgia

Padre misericordioso ed eterno,

che ci doni la gioia di celebrare in un’unica festa
la gloria di tutti i Santi e Sante,

concedi al tuo popolo,
per la comune intercessione di tanti nostri fratelli e sorelle,
l’abbondanza delle tue benedizioni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Amen.

venerdì 23 ottobre 2026

AMERAI: 25 ottobre 2026 - XXXTO/A

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25 ottobre 2026

XXX domenica to/a

Esodo 22,20-26 / Salmo 17

1Tessalonicesi 1,5-10

Matteo 22,34-40

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20261025


Amerai

Cosa meglio dell’amore può unificare i nostri pensieri, le nostre azioni tutelandoci dal rischio della frammentazione e della dispersione?

Non si tratta di un sentimento tra gli altri: è l’essenza che dà a ogni nostra intenzione ed attività il suo giusto valore e la sua appassionata finalità, sognando che questo sia possibile per tutti e per cui “la gioia di vivere prevalga sulla fatica e la sofferenza” (E. Borghi).

Chi ama “unifica” la sua esistenza e dà a ogni singolo gesto, parola, pensiero la possibilità di esprimersi in pienezza e di suscitare un’adeguata risposta, a volte insperata e non voluta, oppure una reazione “uguale ma non contraria” che inneschi una spirale virtuosa, capace addirittura di spezzare la catena dell’odio e della vendetta, di vincere le barriere dell’indifferenza e del pregiudizio.

Almeno questo è ciò in cui crediamo e speriamo nonostante tutto, che ci fa continuare ad amare!

Contestualizzazione evangelica di Matteo 22,34-40

L’ultima settimana di predicazione Gesù nazareno la trascorre nel Tempio di Gerusalemme, il luogo più sacro di Israele dove maggiormente si manifesta anche il potere a lui avverso delle varie autorità politiche e religiose: farisei, erodiani, sadducei, esperti della Torah... che gli pongono questioni “teologiche” con l’intento di coglierlo in errore (cf 22,15) e avere così un buon motivo per arrestarlo e poi farlo condannare (cf 21,45; 26,3-5).

Dopo essersi pronunciato sul “tributo a Cesare” (cf vv. 16-22) e sulla “risurrezione dei morti” (vv. 23-33), ora viene interpellato sul precetto “[più] grande” della Torah (vv. 34-40, cf Mc 12,28-34; Lc 10,25-28); porrà Egli stesso fine alle controversie interrogando i suoi interlocutori sulla “figliolanza del Messia” (vv. 41-46).

Il contesto polemico è come se imprimesse più forza alle parole di Gesù, che già si era espresso sulla “novità/superiorità” del suo insegnamento nei confronti di quello tramandato dagli altri maestri (cf 5,17; 7,28).

Inoltre “il [più] grande” indica non tanto una graduatoria di priorità, ma la ricerca di un nucleo essenziale, di un principio unificatore a cui ricondurre tutto il ginepraio normativo dei mitzvòt [613 precetti].

Da qui le prime comunità cristiane di matrice giudaica si potevano affermare nella loro novità teologica e ortopratica, dando prova di credibilità e di attendibilità con la loro testimonianza.

La risposta di Gesù da una parte è ineccepibile, dall’altra estremamente innovativa: “in un solo precetto” si innesca una circolarità d’amore che parte da un’esigenza totalizzante dove con il termine “tutto” vengono messi in relazione: sè stessi-il Signore-l’altro.

Ora da interrogato, il predicatore inquisito diventa maestro che interpella, con un esito stupefacente (cf vv. 41-46).


Ambientazione liturgica

+ La Celebrazione eucaristica fa emergere in tutta la sua pienezza l’esperienza dell’amore gratuitamente ricevuto e liberamente ricambiato. Siamo inondati dall’Amore che ci abilita a superare ogni nostra gravità e ad aprirci a un’esperienza sempre nuova, inedita di amare “con tutto noi stessi… come noi stessi”.

- Non c’è legge che tenga, tutto nasce dalla risposta di Gesù al Padre consegnandosi a noi “nel dare il comandamento più grande implicitamente dà sé stesso, spiega così il senso della esistenza in mezzo a noi esseri umani, portando a pienezza in senso della nostra esistenza” [1Tessalonicesi 1 – II lettura].

- Così porta compimento anche la storia dell’umanità in Israele [Esodo 22 – I lettura], la nostra personale segnata da limiti e contraddizioni, aprendoci a un “di più” che spesso ci sembra irraggiungibile, proiettato nel futuro: “Amerai…”, sarai capace finalmente di amare come tu sei amato [Evangelo].

- È proprio dal “sacramento dell’amore” che come assemblea eucaristica prendiamo forza da Colui che è fedele nell’amore [Salmo 17].

+ Il cambiamento del nostro modo di pensare e di agire scaturisce dall’esperienza di un amore che ci nutre e alimenta la nostra povera capacità di amare.


Preghiamo con la Liturgia

O Padre, che per amore
continuamente crei e rinnovi il mondo,
donaci la gioia di un cuore libero e pacificato,
capace di amare te sopra ogni cosa
e il prossimo come noi stessi.

per il tuo Spirito e in Gesù Cristo,

tuo Figlio e nostro Signore.

Amen.



venerdì 16 ottobre 2026

RICONOSCIUTI: 18 ottobre 2026 - XIX domenica TO/A

 Vicina è la PAROLA










18 ottobre 2026

XXIX domenica to/a

Isaia 45,1.4-6 / Salmo 95

1Tessalonicesi 1,1-5

Matteo 22,15-21

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20261018


Riconosciuti

Vorremmo tutti essere riconosciuti per chi siamo veramente e non per il ruolo che svolgiamo, anche se stimato. Eppure cadiamo facilmente nel tranello che l’immagine conti più della persona e così ci sottraiamo abilmente alla fatica di entrare in relazione, di esplorare gli altri e di lasciarci da loro interpellare.

Il dovuto può stare nel saluto o nella formalità di una risposta, ineccepibile ma comunque sufficiente per creare una distanza o per non dare troppa confidenza e perdere la propria privacy.

Andare oltre comporta sempre il rischio che poi l’altro si prenda tutto…

Qualcun’Altro in realtà ha già corso questo rischio fino in fondo e lo ha pagato di persona, facendosi “tutto in tutti”, Egli non ha fatto altro che dare e non pretendere: Egli non ci impone nessun tributo, ma ci colma della sua pienezza nella quale sta anche la nostra.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 22,15-21

La tensione tra i capi del popolo e il Rabbi di Galilea si concentra ora su alcuni argomenti posti da diverse “categorie” (cf vv. 15-46) e con i farisei la polemica riguarda il tributo a Cesare. Non si tratta soltanto di un contenzioso politico (cf v. 16), ma di una discriminante messianica: l’Inviato di Dio, infatti, avrebbe liberato Israele di ogni tipo di sottomissione anche economica. Gesù sembra eludere la questione mentre va alla radice delle vere intenzioni di chi lo sta provocando: la malvagità e l’ipocrisia (v. 18) e questo suscita meraviglia e un arretramento momentaneo dei suoi provocatori (v. 22).

La legittimità della tassa imperiale è un pretesto per screditare l’operato del Nazareno e tirarlo in trappola con le sue parole (v. 15, cf 27,1): si paghino le tasse e soprattutto non si cerchino scuse per sottrarsi ad un rapporto con il Signore Dio sincero e profondo (cf v. 21; 6,24).

L’obbiettivo della risposta di Gesù è di riportare i credenti ad un nuovo rapporto con il Signore [giustizia cf 5,20] e a una religiosità interiore (cf 6,1.4) ed operativa (cf 7,21).

Inoltre l’effige dell’imperatore Tiberio Cesare può anche essere coniata su una moneta (cf vv. 19-20) ma quella di Dio è impressa sul volto di ogni essere umano (cf 25,37.40; Genesi 1,26a-27): nessun uomo e nessuna donna dovrà più essere dominato dalle leggi del denaro e del profitto, violati nella loro dignità di persone.

Ambientazione liturgica

La Parola ci viene rivolta in quanto Chiesa, portatrice di amore gratuito e di pace verso tutti, e noi - nella celebrazione - siamo chiamati a ringraziare per l’impegno di chiunque nell’amore, anche degli anonimi che incontriamo ogni giorno e che non sono qui con noi ma altrettanto amati: questo ci riempie di speranza! [1Tessalonicesi 1 – II lettura]

È davvero imprevedibile l’azione storica di Dio: invochiamo la sua presenza, il suo intervento nelle situazioni drammatiche della nostra esistenza e sorprendentemente “la svolta” arriva da chi non ce lo saremmo mai aspettati, come è stato per Israele nel secondo esilio a Babilonia: rompendo ogni nazionalismo, un re straniero e pagano tutelerà la sua elezione. [Isaia 45 - I lettura]. Il Signore si rivela Dio di tutti e tutti sono ammessi ad un culto non più esclusivo ma partecipato e condiviso [Salmo 95].

Siamo così anche noi sottratti alla logica del dovere e del dovuto per entrare nella comunione della signoria di Dio in cui ognuno è riconosciuto nella sua vera identità, quella di figlio e non di suddito vessato e “tassato” [Evangelo].

Preghiamo con la Liturgia

Padre, tu agisci sempre

in un misterioso intreccio con la libera volontà umana;

che nessuna autorità abusi del suo potere

ma operi per il bene di tutti

riconoscendo la tua unica Signoria

nel tuo Spirito e nella parola del tuo Figlio

Gesù Cristo, nostro Signore.

Amen.



venerdì 9 ottobre 2026

INVITATI ALLA VITA: Domenica 11 ottobre 2026 - XXVIII TO/A

 Vicina è la PAROLA










11 ottobre 2026

XXVIII domenica to/A

Isaia 25,6-10a / Salmo 23

Filippesi 4,12-14.19-20

Matteo 22,1-14


Invitati alla VITA

Siamo abituati a contrapporre diritti e doveri come irrinunciabili per vivere ed a cui sottostare, anche a malincuore. Di mezzo ci sono le rivendicazioni individuali e sociali, da difendere strenuamente… senza accorgerci che l’essenziale di vivere ci è già donato e non serve pretenderlo o rivendicarlo.

Mi chiedo se anche la libertà sia un diritto o un dovere; così la pace… o il lavoro e la salute, o l’istruzione. Anche l’esistenza stessa può essere vissuta come un diritto o un dovere oppure, alla maniera consumistica, approfittandone. Se invece la considerassimo come un invito, un’opportunità sempre nuova che ci viene offerta, magari proprio quando tutto quello che ci sembrava in nostro potere si è esaurito… o quando un ostacolo imprevisto ci obbliga a fermarci.

Mi sorprende che questo invito non abbia nulla di formale o di ufficiale e che si rinnovi sempre, in modalità ogni volta inedite e che giunga a destinazione anche quando non siamo ben disposto e a dispetto di tutto.

A noi spetta dare una semplice risposta e forse è meglio non farlo attendere!


Contestualizzazione evangelica di Matteo 22,1-14

La terza parabola, dopo i vignaioli perfidi (21,33-43) e i due figli (vv. 28-32), accentua la gravità del rifiuto di Gesù da parte dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo nel contesto del banchetto nuziale che biblicamente evoca il rapporto di Alleanza tra il Signore e Israele suo popolo (cf Isaia 22,12; 25,6-10; 54,1-3)

Le tre parabole costituiscono un unico percorso narrativo di polemica per la sempre più evidente presenza messianica di Gesù tra la gente (cf 9,15; 12,25ss. Giovanni 2,1-12) infatti, in quest’ultima, solo dopo l’uccisione degli emissari e la conseguente vendetta, il re giunge al desiderio di chiamare tutti, senza discriminazioni, alla festa nuziale del figlio che nella precedente parabola era stato ucciso (cf 22,1-10; 21,37-39). Questa festa forse allude alla celebrazione gioiosa della sua risurrezione nella comunità messianica, in cui tuttavia continuavano a verificarsi le dinamiche già descritte. Può valere anche l’ipotesi che la prima parabola riguardi Israele, la seconda Gesù, la terza si riferisca più alla Chiesa con l’interrogativo di fondo: quale ruolo ha ancora Israele nella storia della salvezza?

L’evangelista ci riferisce così l’esperienza delle prime comunità in rapporto con il regno di Dio annunciato fin dall’inizio dal Nazareno (cf Mt 4,17.23; 5,3.10) a cui tutti si è chiamati gratuitamente e senza alcuna discriminazione: rifiutare l’invito apre però alla possibilità di una propria auto esclusione (vv. 11-13).

La mancanza dell’abito nuziale evidenzia infatti l’aver accettato l’invito però con altre motivazioni e di non voler partecipare a una comunione personale e gratuita; quindi alla fine si è smascherati! Può essere stata una situazione frequente tra i primi credenti: molti si avvicinavano alla comunità per curiosità, attratti dalla novità o per opportunità… ma prima o poi veniva un momento in cui chiedersi o sentirsi dire: “Amico, come mai sei entrato qui?”.

Non c’è dunque un “lieto fine” nel racconto, anzi la dimensione conflittuale perdura anche oggi e costituisce il percorso del regno di Dio nella nostra storia.


Ambientazione liturgica

“Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello” così siamo ammessi alla comunione eucaristica. È una dimensione che spesso ignoriamo: la liturgia festiva è una “festa nuziale” in cui Cristo Sposo nutre di sé stesso la sua Sposa, cioè noi Chiesa (cf Efesini 5,29).

Basterebbe questo per darci una consapevolezza sempre nuova nel partecipare con un atteggiamento molto diverso da quello “devozionale e intimistico” o “individualistico” che ci contraddistingue.

Così preghiamo dopo la prima lettura: il Signore prepara per noi un banchetto [Salmo 23].

È poi davvero triste che non pochi si siedano alla mensa senza poter o voler toccare cibo!

Il convito messianico è infatti per tutti e se c’è ancora un “resto” esso ha la missione di estendere l’invito [Isaia 25 – I lettura].

Gesù non ha usato solo l’immagine del banchetto messianico, ma in una cena (come era solito fare) ha consegnato sé stesso ai suoi discepoli e lo fa adesso con noi. Per noi questo è memoria di quello che fece Lui con i suoi discepoli e nello stesso tempo profezia di un futuro di Dio con tutta l’umanità, di cui la festa nuziale può esserne la similitudine più vicina: la gioia.

L’eucaristia che celebriamo ancora una volta ci giudica in base al nostro modo di parteciparvi: possedere ed escludere o ringraziare e condividere.

Solo noi possiamo autoescluderci dalla festa e dalla sua gioia escludendo qualcun altro!


Preghiamo con la Liturgica

Padre, che inviti

alle nozze pasquali del tuo Figlio

tutti gli esseri umani, senza distinzioni,
rivestici dell’abito nuziale
e fa’ che accogliamo tutti

al sorprendente banchetto del tuo amore.

Amen.

Responsabili - Domenica 8 novembre 2026: XXXII TO/A

  Vicina è la PAROLA 8 novembre 2026 xxxii domenica to/a Sapienza 6,12-16 / Sa lmo 62 1Tessalonicesi 4,13-18 Matteo 25,1-13 ...