4 ottobre 2026
xxvii domenica to/a
Isaia 5,1-7 / Salmo 80
Filippesi 4,6-9
Matteo 21,33-43
Prendersi cura
Non si tratta di un presidio sanitario, ma di un atteggiamento semplicemente umano: la disponibilità disinteressata verso gli altri.
Siamo più facilmente portati a slanci di generosità, a coinvolgerci emotivamente in una situazione difficile, ma la cura richiede dedizione e tempo, di posporre noi stessi e di avere la pazienza di non vedere subito i risultati evitando la tentazione di strafare e di affrontare anche i rifiuti.
Lo sanno bene i genitori o chi vuol esserlo nei confronti dei propri figli, non esenti da fallimenti ed insuccessi anche se sempre motivati da un profondo amore.
La fiducia, infatti, è da porre non in sé stessi e nella propria bravura o empatia, ma nelle capacità altrui che la vera cura attiva come i raggi del sole verso le pianticelle che hanno bisogno di crescere.
Ogni responsabilità, anche se faticosa, prevede anche che prendersi cura di qualcuno fa bene anzitutto a sé stessi e, anche se impegnativa, da un senso alla propria vita.
Contestualizzazione evangelica di Matteo 21,33-43
La seconda parabola, collocata tra quella dei due figli (21,28-32) e del festino nuziale (22,1-14), punta ancora di più l’attenzione sul rifiuto dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo, di cui Gesù smaschera gli atteggiamenti che li porteranno all’esclusione dal “regno di Dio” in quanto non meritano più la fiducia del Signore per il suo popolo.
L’immagine che ricorre anche qui è la vigna e attualizza Isaia 5 con il Salmo 79/80: Matteo la utilizza per indicare il popolo d’Israele affidato alle cure delle autorità religiose e politiche che sono già state indicate nei primi di 20,10, nel secondo figlio di 21,28 e ora nei perfidi contadini di questa parabola (cf il v. 45 incomprensibilmente escluso dalla proclamazione liturgica!).
Nella parabola la vigna indica però sia il popolo che il regno di Dio e, diversamente da Isaia, l’ingratitudine non è la vigna che non da uva commestibile, ma di chi la doveva accudire e che invece ne tiene per sé i frutti! Determinante poi nel giudizio di condanna è l’uccisione del figlio, culmine della loro ribellione e auto esclusione dal rapporto con il Padre che proprio a loro l’aveva affidata con fiducia e con lo stesso amore che aveva riversato in essa.
L’epilogo della parabola è di tenore escatologico: ha come riferimento la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani (70 d. C) ed entra quindi l’immagine della pietra di scarto scelta per essere pietra d’angolo nella nuova costruzione (Salmo 118). Si allude forse al Cristo e alla Chiesa (cf 1Pietro 2,4-8), a Pietro e alla comunità messianica, come a ogni altra forma di autorità in essa che ha il compito di favorirne la fecondità (cf v. 43).
Ambientazione liturgica
Nella celebrazione eucaristica noi scopriamo di essere vigna amata e che il Signore non sa più cosa escogitare per dimostrarcelo [Isaia 5 – I lettura / Salmo 79/80], nonostante tutti i maltrattamenti a cui siamo sottoposti ed a cui sottomettiamo gli altri non corrispondendo a questo amore e rifiutando quindi il Figlio.
Accogliere il Figlio e gli altri come fratelli e sorelle, condividendo i beni affidatici è il primo passo: Gesù ci viene incontro come l’Inviato, non per farci rendere di conto, ma per farci diventare consapevoli della stessa chiamata rivolta a no con Lui, un’unica vigna: Lui la vite e noi i tralci (cf Gv 15).
A noi è stata affidata la creazione: il modo migliore per custodirla e di difenderla è di promuoverne il rispetto, la pace, la giustizia [Filippesi 4 – II lettura].
Paradossalmente è l’uccisione del Figlio, il suo sangue sparso su questa terra a consentirci di morire e risorgere con Lui, tutt’uno con noi. In questo modo non siamo abbandonati al nostro tragico destino vinti da ogni potere di oppressione, perché Lui è vivo e anche noi vivremo, e così questa vigna continua a portare molto frutto [Gv 15,5 - al vangelo].
È proprio la comunione eucaristica a fecondarci e a renderci costantemente vitali di quell’amore che ci viene incessantemente donato, capaci di accoglierlo e di ricambiarlo senza porre nuovi recinti, abbracciando il mondo intero [1Cor 10,17 – alla comunione].
Preghiamo con la Liturgia
Padre,
giusto
e misericordioso,
che non abbandoni mai la tua Chiesa,
vigna
che hai scelto e piantato,
custodisci e proteggi ogni suo
tralcio,
affinché, innestato in Cristo, vite vera,
porti
frutti buoni nel tempo e per l’eternità.