sabato 30 maggio 2026

Il NOI generativo - Domenica 31 maggio 2026/Dio, Trinità d'Amore

 

Vicina è la Parola










31 maggio 2026 - DIO: Trinità d’Amore

Esodo 34,4…9 / Daniele 3,52-56 / 2Corinzi 13,11-13

Giovanni 3,16-18

NOI, il grembo generativo di esistenza in relazione

Chi spinge “da dentro” ogni persona a uscire da sé, attratta dalla ricerca di un nuovo habitat dove lasciarsi andare ed esplorare le proprie capacità di essere libera in/con/per un altro da sé? È un’esperienza che porta a picchi di felicità e precipitose cadute di delusione, sempre però alimentata da nuove aspettative nonostante i presagi di una fine.

Il fatto che un essere umano abbia avanzato “la pretesa” di essere “figlio unigenito e primogenito”, come se dicesse a ciascuno di noi: “mio fratello è figlio unico”, apre un varco nell’umanità e nell’intimo umano rivelando un orizzonte capace di contenere ogni relazione e di evidenziarne il senso e il valore, di facilitarne la riuscita... “un grembo paterno”.

Che questo non avvenga in modo indolore ce lo dicono sufficientemente le nostre e altrui peripezie affettive; che il “figlio/fratello” le assuma volontariamente e liberamente nella sua massima estensione d’amore, chiede da parte nostra un atto di fiducia totale e una disponibilità a provare sulla nostra pelle e sul nostro cuore quanto ciò sia umanamente possibile.

L’effetto, anche a lunga durata, è l’essere pervasi nuovamente dall’afflato vitale che in momenti di sua assenza ci pareva di asfissiare e da un’energia vitale che credevamo esaurita; da un fuoco interiore che sembrava estinto; da una luce pervasiva che illumina il nostro procedere ora più sicuro, e con stupore ci accorgeremmo che ciò è avvenuto anche negli altri e che quando diciamo Trinità, forse senza saperlo, intendiamo tutto questo!


Contestualizzazione evangelica di Giovanni 3,16-18

Il colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo, il fariseo che era andato a casa sua di notte (cf 3,1) è ricco di contenuti che si riferiscono agli inizi della missione del Nazareno: già a Cana si era manifestato suscitando un’adesione fiduciosa da parte dei suoi primi discepoli (cf 2,11), ma anche in Gerusalemme da parte di molti a cui però Egli non dà molto credito perché conosce l’intimità di ogni persona (cf vv. 23-25).

L’esistenza umana pone infatti tanti interrogativi e non tutti trovano risposta e soluzione (E. Borghi); la possibilità reale di quanto è invece umanamente inattuabile, come “rinascere” per iniziare una vita nuova (cf 3,4ss.), viene dall’amore di Dio per il mondo che lo spinge a “donare il suo Figlio unigenito” (cf 3,16; 4,9s.; 16,19).

L’amore gratuito di Dio [“grazia”] raggiunge in modo sorprendente ed inequivocabile anche chi si oppone a Lui [“mondo”], permettendo a ogni persona di “essere sé stessa” e di non fallire l’obiettivo per cui è stata “creata” [“peccato”] e questo lo ha manifestato il Figlio innalzato (vv. 14-15) (S. Fausti). L’amore fa sì che la vita donata da Gesù, e non “strappata via” (cf 10,18), generi “persone nuove” e sempre nuove possibilità di vivere e di amare (S. Palumbieri).

In questa dimensione, della vita donata e non posseduta, l’essere umano supera l’innata paura di perdersi, di essere condannato e può vivere della sola gratitudine di essere salvato (cf vv. 17-18).

Ambientazione liturgica

Può sembrare superfluo dedicare una festa liturgica alla “Trinità” quando tutta l’azione della comunità celebra il “rendimento di grazie” (eukaristìa) per il dono perenne che il Padre fa del suo Figlio crocifisso e risorto per amore dell’umanità, animato dalla potenza del loro Spirito.

Tuttavia ci aiuta ricordare che la nostra esistenza e storia trovano senso, valore e piena realizzazione nel loro reciproco comunicarsi a noi, dono di Vita, Amore… che in-con-tra noi!

In noi perché lo è in sé stesso; con noi in quanto comunione di persone, intercorrere di relazioni identitarie basate sul dono di sé – per noi - che suscita reciprocità e realizza così l’unità.

Ogni espressione di vita è dunque celebrazione della Trinità e trova nella Liturgia la sua profetica trasfigurazione: amore che vuole donarsi e perciò sempre eternamente creativo.

L’attuale riforma conciliare celebra ciclicamente ogni persona divina e in questo “anno A” il Figlio Gesù: la fiducia in Lui vincitore della morte fonda la nostra speranza e ci impegna nell’amore fraterno estensione di quello trinitario e compimento vero della nostra umanità.

Lo aveva già percepito Mosè come lo esprime Esodo: Colui-che-è-per-noi tenerezza materna, fedeltà paterna, pazienza compassionevole, misericordia assoluta e infinita [Esodo 34 – I Lettura] addirittura risolta al suo opposto, “il mondo”. Ogni parola della Parola sarà non di condanna ma di salvezza per tutti e per ciascuno, portatrice di Vita e di Luce da parte dello Spirito di Verità [Evangelo].

Lo stesso Spirito legame di comunione reciproca nell’unità divina continua a operare tra noi e in noi questo processo unitivo imprimendolo all’interno della nostra stessa umanità e della nostra umana convivenza affinché non perda i tratti costitutiva della sua umanità [2Corinzi 13 – II lettura].

Preghiamo con la Liturgia

O Dio Padre,

che hai mandato nel mondo il tuo Figlio,

Parola di Verità, 

e lo Spirito santificatore

per rivelarci il mistero della tua Vita, 

fa’ che amandoci reciprocamente

partecipiamo alla tua comunione d’Amore.

Amen.



venerdì 22 maggio 2026

"Senza lo Spirito..." - Domenica 24 maggio 2026: Pentecoste

 Vicina è la PAROLA


24 maggio 2026

Pentecoste dello Spirito

Atti 2,1-11 / Salmo 103

1Corinzi 12,3-7.12-13

Giovanni 20,19-23


Senza lo Spirito…

«Senza lo Spirito santo, Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il vangelo una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, e l’agire morale un agire da schiavi. Ma nello Spirito santo il cosmo è nobilitato per la generazione del Regno, il Cristo risorto si fa presente, il vangelo si fa potenza e vita, la Chiesa realizza la comunione trinitaria, l’autorità si trasforma in servizio, la liturgia è memoriale e anticipazione, l’agire umano viene deificato»                                               (Atenagoras I, patriarca di Costantinopoli dal 1948 al 1972).


Contestualizzazione evangelica di Giovanni 20,19-23

Gli apostoli vedono ora quelle “mani” e quel “costato” che si erano rifiutati di guardare allora, quando Gesù veniva crocifisso (cf 19,35-37).

Adesso Lui è lì, piombato in mezzo a loro, ed ha una sola parola per loro: “Pace a voi!”, un saluto che li riempie di gioia, che vince l’iniziale chiusura e paura, e che la seconda volta, diventa addirittura un mandato e una missione (20,19-21).

Ma com’è possibile questa trasformazione in così poco tempo e senza alcuna fatica per loro?

Ricevete lo Spirito” (v. 22), fonte di una vita nuova riconciliata e pacificata, offerta a tutti: il perdono ricevuto e donato è l’unico potere loro conferito.

Anche a noi il Risorto si manifesta con i “segni” compiuti da Lui, gli stessi “in presenza dei suoi discepoli” (v. 30) e lo fa sempre “otto giorni dopo”, come con Tommaso (cf. vv. 26-29).

Nel quarto vangelo la fede o è suscitata dal “segno” oppure ne è l’effetto (cf 2,11; 5,54; 11,45; 12,37). Questo avviene anche per la vita sacramentale offerta dalla Chiesa. Per essere trasformati e vivere nel Cristo occorre “credere in Lui” (cf 9,35-38; 11,26) che ci tende la mano, ci viene incontro, per farci entrare nella realtà che quei segni offrono (A. Nocent ).

Anche noi ascoltiamo, leggiamo quello che è stato scritto affinché possiamo anche noi “credere” (cf 2,11.23; 3,18; 20,30-31) che vuol dire “venire a Lui per avere da Lui la Vita” (cf 5,40).


Ambientazione liturgica

A cinquanta giorni dalla Pasqua, la Chiesa annuncia l’irruzione dello Spirito in essa e in tutta l’umanità: ha voluto stabilire in questo Giorno l’effusione dello Spirito sugli apostoli e il loro mandato per essere testimoni dell’esistenza storica, morte e risurrezione del Signore.

Le liturgie di questo “cinquantesimo giorno”, da quella vigiliare (che vuole parzialmente ricalcare quella della veglia pasquale priva però di simboli e riti originali) a quella dei vespri conclusivi, pongono l’accento sulla “pienezza” del mistero pasquale e di tutta la storia della salvezza: tutto è “pieno”, il tempo/giorno come lo sono la casa e le persone, lo Spirito infatti “riempie il vuoto” lasciato da Gesù e ciò che è carente, incompleto in noi.

Lo Spirito, che fin dalla creazione anima l’azione di Dio così da far diventare l’adàm un “essere vivente”[Genesi] pervade ora di sé, liberamente ed efficacemente, l’esistenza “carnale” di ogni credente e della storia umana [Ezechiele] È una presenza che fino alla fine continuerà a far lievitare l’intero universo nella sua evoluzione e renderà possibile la novità del regno di Dio [Gioele], un soffio inarrestabile, un vento che ci sospinge verso tutti e sempre verso “terre straniere”, un amore [Romani 5,5] che unisce e fa diventare fratelli/sorelle di tutti rispettando ogni differenza, capace di creare legami finora sconosciuti [Atti 2 – I lettura].

Nasce una nuova consapevolezza: lo Spirito del Risorto dona a ciascuno la capacità di essere e di vivere ciò per cui Egli ha dato la sua vita, non per sé in modo esclusiva ma per il bene di tutti e come parte di una fede vissuta e professata insieme nell’amore fraterno [1Corinti 12– II lettura].

Anche noi, nella celebrazione liturgica, possiamo fare la stessa esperienza degli Apostoli: proprio perché la parola del Signore risorto è rivolta a noi che ci illumini, ci conosca come verità di noi stessi e ci permetta di riconoscerlo, di incontrarlo entrando attraverso il sacramento in un “contatto fisico” con Lui [Giovanni 20 – Evangelo].

Otto giorni dopo” (v. 26) è la scansione settimanale che ci dà appuntamento con il Risorto, e costituisce il punto di incontro con Lui visto, ascoltato e toccato, che abbiamo cercato lungo tutto il nostro percorso di fede, da lontano nel dubbio o dell’incredulità, da più vicino nella confessione in Lui. Con quale pretesa la Chiesa può utilizzarli per annunciare la Risurrezione del Signore? Solo con la forza dello Spirito del risorto invocato (vedi la seconda invocazione nelle preci eucaristiche).

Preghiamo

Padre santo,

che nell’evento di Pentecoste
santifichi la tua Chiesa
in ogni popolo e nazione,
diffondi su tutta la terra

i doni del tuo Spirito,
e rinnova anche oggi nell’intimo dei credenti
i prodigi che nel tuo amore universale
hai operato agli inizi

della predicazione del Vangelo.
Amen.


venerdì 15 maggio 2026

Non stare a guardare in alto - Ascensione 17 maggio 2026

 Vicina è la PAROLA










17 maggio 2026 - Ascensione/a

Atti 1,1-11 / Salmo 46 / Efesini 1,17-23

Matteo 28,19-20


Non stare a guardare in alto…

La tentazione c’è di “stare a guardare in alto” mentre a terra si consumano le peggiori atrocità umane nei confronti dei più deboli, degli innocenti. Ma non è distogliendo lo sguardo e invocando chissà quale intervento “dall’alto” che comunichiamo fiducia e speranza.

Credo che sia sempre più necessario un corretto “sguardo” da credenti sulla realtà e sulla storia, anche perché tutti vorremmo essere visti e guardati correttamente e imparare così che anche questo dipende molto da come noi guardiamo gli altri e egli avvenimenti.

È un’attività introspettiva: “guardare dentro per vedere oltre”, una vera “mistica contemplativa del reale” che oltre alla prospettiva dall’alto, “dal punto di vista di Dio”, prosegue l’incarnazione del Figlio che in Gesù di Nazaret Dio ha cominciato a guardare le cose dal basso, dal punto più infimo (cf Filippesi 2) e permettere a noi di vedere Lui, la sua presenza d’amore in tutti ed in tutto!

Come credenti siamo nel tempo prezioso del distacco e dell’allontanamento, dell’adultità di discepoli del Signore, autonomi ma non autosufficienti, animati dal suo Spirito e non dipendenti da Lui (come ci attestano le reazioni degli apostoli al suo “staccarsi da loro”), disponibili a educarsi a una “presenza altra”.

Ciò che sembra un “limite” diventa invece un’opportunità per evitare di evadere altrove e scoprire la portata della realtà e della storia, dentro la quale di svolge anche la nostra, il senso e il valore di tutti percorsi “storti” in mezzo ai quali incessantemente si fa strada l’Amore, la Vita.

Un tale sguardo ci permetterà di essere autentici testimoni in base una trasparenza che aiuterà ciascuno a vedere la sua situazione già ascoltata, “presa in carico”, amata… da Lui che vedremo “venire nello stesso modo in cui è andato”.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 28,16-24

Sembra che i discepoli si siano dati appuntamento in Galilea sul monte da dove Gesù ha pronunciato il suo primo discorso messianico (cf 5,1 …).

Le sue “ultime parole”: Io sono con tutti per sempre, tutti i giorni (v. 24) sono una promessa che conferma l’annuncio dato di Lui a Giuseppe e il suo nome: Emmanuele, Dio-con-noi (1,23); e la sua costante presenza nella comunità (cf 18,20).

Anche il dubbio che prevale nei discepoli, messo in evidenza anche dagli altri evangelisti negli incontri con il Risorto, fa parte della dinamica quotidiana del credente sia nel suo rapporto con il Signore che nella missione affidata da Lui alla comunità: ogni potere è stato dato. Questo non vuol dire essere onnipotenti, ma capaci di formare altri cristiani immergendoli nella loro stessa esperienza pasquale (vv. 18-19).

Ambientazione liturgica

La “nuova presenza” di Cristo è sicuramente più percepibile nella celebrazione eucaristica in cui la Chiesa fa memoria della sua venuta nella nostra umanità [Atti 1 - I lettura] ora per noi nel segno del pane e profezia di un evangelo che incontra tutti, senza distinzioni etniche, promessa di una definitiva presenza del Signore “l’Emmanuele” che nessun avvenimento potrà mai più smentire [Matteo 28 Evangelo].

Lo Spirito donato dal Risorto occupa lo spazio intermedio e lo anima della sua Presenza attraverso il nostro “stare insieme”, comunità che vive, crede e celebra la Pasqua attraverso la Parola, i segni eucaristici, i volti dei fratelli e sorelle radunati da Lui.

Avvenimento che sempre sconcerta le nostre misure umane di valutazione della prossimità di Dio e ci conduce ad aprirci alla misura unica, vera, che coglie la prossimità dell’altro: l’Amore, Dio in Gesù ama l’umanità introducendola nella sua e nostra “pienezza” [Efesini 1 II lettura].

Dio rimane ormai per sempre vicino: questo annuncio di gioia che già i discepoli portavano in cuore vedendo Gesù sottrarsi ai loro sguardi, questo vangelo, è il Dono affidato alla Chiesa che, come corpo di Cristo, è chiamata a manifestare ogni giorno la sua pienezza che si realizza interamente in tutte le cose, poiché in tutte le cose l’Amore può realizzarsi” (CMViboldone).

Risorgere pone Gesù di Nazareth in un nuovo rapporto con il Padre di piena unità dopo l’esperienza di aver vissuto umanamente (cf Giovanni 3,13) ed è come se abbia “trascinato con sé” la natura umana e l’umanità nella sua divinizzazione.

Ascensione di Cristo e assunzione dell’essere umano si intrecciano nei testi liturgici [Colletta – Offerte – Prefazio I e II – Comunione] e si sviluppano le tradizioni neotestamentarie sulla glorificazione di Cristo e sul destino dell’umanità, del suo “stare in Dio” in forza di questa “nuova relazione” con Lui. Qui si sente l’influsso della teologia patristica di Agostino, Gregorio di Nazianzo, Leone magno, Origene…

La Liturgia della Chiesa spalanca il cielo in terra e porta la terra in cielo.

L’ascensione è il momento eterno del nostro accesso alla comunione con il Padre, ma anche con i nostri fratelli e sorelle ogni volta che “usciamo da noi stessi” per entrare nelle situazioni altrui con quella tenerezza e compassione che ha caratterizzato il calarsi del Figlio nella nostra vicenda umana. Più scendiamo abbassandoci (cf Filippesi 2) e più con l’umanità ascendiamo in Colui che dell’umanità ha fatto la sua sposa, infatti “non si è separato dalla nostra condizione umana… dove è Lui, nostra testa, siamo anche siamo anche noi suo corpo” [Prefazio I; cf Efesini 5].


Preghiamo con la Liturgia

Padre santo,
che nell’ora della croce
hai glorificato il tuo Figlio,
concedi alla tua Chiesa,
che attende il dono dello Spirito,
di gustare la beatitudine
promessa a coloro che partecipano
alle sofferenze di Cristo.
Amen.


venerdì 8 maggio 2026

L'Amore rimane... per sempre! - Domenica 10 maggio / VI di Pasqua'A

 Vicina è la PAROLA









Domenica 10 maggio 2026 - VI di Pasqua/a

Atti 8,5-8.14-17 / Salmo 65 / 1Pietro 3,15-18

Giovanni 14,15-21


L’AMORE rimane… per sempre!

Rimani o vai via?” è la domanda mai pronunciata, ma profondamente pensata anche in modo struggente dopo la prima notte d’amore. Il desiderio è l’eternità di quei momenti, che se anche imperfetti, sono di una pienezza unica!

Quasi si trattiene il fiato e poi esce un sospiro al constatare che quello sguardo, quel sorriso, quella carezza è di chi ha deciso di non andarsene più dalla nostra esistenza, ma di condividerla pur nella sua parzialità e imperfezione: tutto così ci dice che rimarrà per sempre!

Facendo sua la nostra umanità, fragile e vulnerabile, il Figlio ha deciso di rimanere in noi, con noi per sempre e paradossalmente è stato proprio quell’ultimo suo sospiro, nell’ultimo suo respiro, a far sì che fosse per sempre (cf Giovanni 19,30b).

L’alito vitale ha fatto sì che il Verbo diventasse carne in Maria ed ora agisce in noi nello stesso modo riguardo alle parole dell’unica Parola del Padre e altro non è che Amore.

Il suo compito non è di aggiungere ma di rianimare, riattivare ciò che è stato seminato in noi e che spesso giace lì… inerme, ma vitalmente presente.

In Lui, con attraverso di Lui tutto rimane!

Gesù, la sua esistenza umana, le sue parole rimangono in noi come Lui rimane nel Padre ed Egli in noi. Ma siamo anche noi a rimanere in loro per sempre.

Cos’altro desidera l’amore se non di rimanere per sempre?!

Anche quando “finisce” tra due persone… dove va a finire?

Da qualche parte ci deve essere un luogo dove tutti questi amori infranti, brandelli di sentimenti vissuti e di emozioni condivise, rimangano.

Ne sono profondamente convinto, rimangono nell’Uno, in Dio!

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 14,15-21

        È probabile che l’evangelista riporti queste parole di Gesù, collocate nei “discorsi d’addio” della cena pasquale ai suoi discepoli (capitoli 14 – 17), come rivolte anche alla comunità dei credenti travolti da persecuzioni: il Maestro stesso invoca lo Spirito “avvocato difensore [paràklètos] in un eventuale processo e protettore/consolatorenelle loro sofferenze interiori (cf v. 17). In ogni caso è Colui che li conferma, privi della presenza fisica del loro Signore ma che già vivono della vita di/in Cristo (cf v. 19) e “ricorda a loro le sue parole” affinché non si smarriscano, ma rimangano “nella via vera, che conduce alla vita” (v. 6).

Gesù, consapevole della sua futura “assenza”, vuole rassicurarli con “una sua nuova presenza”, attraverso appunto un altro “paràclito” (cf 15,26; 16,13).

Dimorare/rimanere”, di Gesù nei discepoli e nei credenti attraverso la sua parola, è un’esperienza di amore che il Figlio conosce bene, poiché è il suo modo di essere “nel Padre” (vv. 10-11) e che ora Egli vuole condividere con loro.

L’ascolto obbediente della parola non è quindi più un comando da eseguire, ma da assimilare affinché diventi modo di essere e di vivere, effetto di un rapporto d’amore. Per questo Egli chiede per noi al Padre il dono interiore e permanente dello “Spirito di verità” (vv. 15-17; cf 15,4-14). Anche il linguaggio usato indica una progressione di percezione in base alla familiarità: più aumenta la distanza da Gesù più si avvicina lo Spirito che stabilisce una relazione più interiore con Lui. (J. De La Potterie)

Tutto quello che Gesù ha comunicato ai discepoli giace ora nel loro profondo (cf 6,59; 7,14; 8,20) in attesa di essere “riattivato” dallo Spirito che lo ricorderà, rendendolo operativo nella loro esperienza di fede e rivelandone tutta la sua potenzialità nascosta.

Lo Spirito svolge un ruolo di verità, sia riguardo all’esperienza di vita nuova in Gesù, “un amore che si fa servizio”, sia di “guida” in percorsi esistenziali di smarrimento, pensando di essersi sbagliati e sentendosi “orfani” (v. 18).

L’assenza fisica di Gesù non priverà però i suoi dalla possibilità di “vederlo”, di sentirlo presente, infatti non si vede solo con gli occhi (questo è il peccato del mondo: cf 9,39); piuttosto è in virtù del rapporto con Lui - “perché io vivo e voi vivrete” (v. 19) - che l’esperienza del credente non si esaurisce, anzi raggiunge la sua pienezza: “In quel giorno voi conoscerete me nel Padre e voi in me e io in voi” (v. 20).

Smarrimento e desolazione, solitudine e disperazione, amarezza, delusione e scoraggiamento, buio interiore e sofferenze attorno, sono “il giorno” di una nuova conoscenza/esperienza interiore di Gesù da figli “nel Padre”, anche nel travaglio, in attesa di una nuova aurora di risurrezione.

La “rivelazione/manifestazione del Padre” a Filippo (cf v. 9) si conclude riprendendo le parole del v. 15 e aggiungendo che cosa succede a chi per amore si fa obbediente:

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.

Chi ha i miei comandamenti e li osserva è lui che mi ama;

e chi mi ama sarà amato dal Padre mio e io amerò lui e mi manifesterò a lui(v. 21).

Una bella conclusione, alla maniera di Giovanni, che apre ai credenti suggestive prospettive di continua crescita nella conoscenza/esperienza di Gesù e che consente alla comunità di affidarsi ad una norma di vita vincolante e liberante nello stesso tempo: l’amore.

Questa sintonia con lo Spirito di verità rende ogni discepolo profeta per la comunità, aiutandola a tener vivo e vivificante il messaggio di Gesù e a saper discernere la Parola tra le parole” (A. Maggi).

Ambientazione liturgica

Siamo un popolo radunato dalla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito come conclude il Vaticano II citando Cipriano (cf LG 4) e come ci viene ricordato in ogni “saluto iniziale” delle nostre celebrazioni liturgiche.

Un’assemblea convocata per l’ascolto della Parola, qui come alle origini in Samaria, composta da battezzati sempre nuovamente immersi nello Spirito [Atti 8 – I lettura] che ci identifica figlie e figli amati, non più orfani, e ci “consola” facendoci rivivere la sua fiducia nel Padre anche di fronte alle nostre esperienze di morte [1Pietro 3 – II lettura].

La celebrazione eucaristica è proprio un’esperienza pasquale!

Gesù consegna a noi la sua stessa esperienza abbandono al Padre, come promessa fedele che al di là di ogni morte preannunzia la vittoria pasquale, come speranza della quale Egli sta rendendo grazie con noi nella liturgia, con la scelta di donare la propria vita… fonte di fraternità e di gioia anche per la prima comunità cristiana” (CMdiViboldone)

Nella Liturgia che celebriamo veniamo uniti come corpo a quello glorioso di Cristo con tutti i santificati, in comunione con il Padre e con tutti fratelli e sorelle sparsi nel mondo innalziamo la nostra “lode cosmica” di liberazione [Isaia 48 – Ingresso].

Oggi, qui” si realizzano le realtà divine che il Signore promette a chi Lo ama.

La celebrazione è forza e sigillo dell’osservanza dei comandamenti del Signore che per questo “effonde” su di noi il suo Spirito ponendo nei credenti la sua dimora, attraverso il nutrimento della Parola ascoltata e del Pane mangiato [Comunione].


Preghiamo

O Padre,

che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio

messo a morte per noi

e risuscitato alla vita immortale,

confermaci con il tuo Spirito di Verità,

perché nella gioia che viene da te,

siamo pronti a rispondere

a chiunque ci domandi ragione

della Speranza che è in noi.

Amen.


venerdì 1 maggio 2026

AMARE è conoscere - Domenica 3 maggio 2026/V di Pasqua

 Vicina è la PAROLA










3 maggio 2026 - V Domenica di Pasqua/a

Atti 6,1-7 / Salmo 32 / 1Pietro 3,4-9

Giovanni 14,1-12


L’AMORE, Vera Via verso la Vita

Se aspettassimo ad amare solo dopo aver ben conosciuto non ameremmo mai!

Ci innamoriamo a prescindere dal conoscere… anzi quando ci confidiamo chi ci ascolta esclama: “Te ne sei innamorato, vero?!”.

Cosa abbiamo “visto” in quella persona di così interessante? L’amore apre alla conoscenza, così chi si sente amato si lascia conoscere… in profondità: l’amore ci fornisce una luce così penetrante da darci addirittura la presunzione di sapere già tutto, di non aver bisogno di altro.

Ben presto sperimenteremo che non è così: proseguendo nel cammino dell’amore, vedremo quanto abbiamo ancora da scoprire e quanto ancora ci sorprenderà come un’autentica novità. All’opposto, purtroppo, possiamo anche arrivare a dire: “Non ti riconosco più!”.

L’Amore è unica via alla conoscenza vera non perché fornito di chissà quali strumenti diagnostici, ma perché si connette direttamente, senza intermediari, con la “ragion prima di vita” del suo destinatario. Fin dall’infanzia infatti necessitiamo di “essere amati”, impariamo poi ad amare e questo determina anche il nostro percorso di “conoscenza” (come annota Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi al capitolo 13 vv. 11-13.).

Giovanni ci rivela: “Chi ama, chi è capace di amare, conosce Dio… chi non è capace di amare non può conoscerlo” (cf 1Lettera 4,7-8).

E questo ci dà anche la possibilità di conoscere davvero noi stessi, un’impresa improbabile… se non vedessimo noi stessi nello sguardo altrui.

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 14,1-12

Attraverso i discorsi dei capitoli dal 14 al 17, il redattore finale del vangelo Giovanni immerge i suoi lettori nel “clima” dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli, così rende anche noi partecipi, in una dimensione reale ma senza tempo e quindi sempre attuale, di come Dio agisca da Padre manifestando il suo amore nel destino tragico del Figlio per il bene di tutti i suoi figli e figlie.

Non si tratta solo di accorati consigli in un’atmosfera di addio, sono una parola profetica sul destino messianico di Gesù e sul percorso di fede e di vita anche dei suoi discepoli nel futuro ai quali il Signore consegna il mistero dell’amore come ermeneutica della sua e della loro esistenza dove Dio vi rivela il suo volto di Padre (cf 13,1; 14,9; 17,26).

Emerge qui anche il vissuto della “comunità implicita” dei discepoli e dell’evangelista: le loro relazioni, il rapporto con “il mondo” circostante, l’intensità della loro esperienza di fede e nello stesso tempo dell’assoluta novità offerta a tutti gli esseri umani che vede nella sua comunità il luogo di comunione con Lui (cf 13,34-35; 15,9-10;12-14; 14,23-25; 15,4-7; 17,11.20-23.26); sono quindi raccomandazioni di alto valore e perenne significato (M. Nicolacci).

       Il capitolo 14 in particolare è formato da due brevi dialoghi tra Gesù e i discepoli Tommaso e Filippo (vv. 1-4 e 9-14) seguiti da due monologhi, dopo che il Signore ha lavato i piedi dei suoi discepoli, predetto il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, e consegnato loro ilcomandamento nuovodell’amore reciproco (cf 13, 1…38).

Gesù invita a non farsi sopraffare dal turbamento del cuore ma a perseverare nel fidarsi di Dio e di Lui, rinnovando così la loro fiducia (vv. 1-2) e guardando “oltre” l’attuale situazione.

Con l’immagine suggestiva della “casa” del Padre, Gesù non vuole condurli in un’esperienza evasiva, piuttosto immergerli ancora più profondamente nella sua relazione con il Padre, proponendo sé stesso “Via Veritiera di Vita” verso il pieno e autentico approdo di ogni esistenza umana (vv. 3-4.6).

Tommaso dà voce all’interrogativo confuso nella mente dei discepoli: “dove… come?”; in realtà solo Gesù compie questo “passaggio” anche per noi ed introduce tutti in un rapporto unico e nuovo con il Padre (v. 5).

Filippo interviene dopo la dichiarazione di Gesù: “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio, e fin d’ora lo conoscete e lo avete visto” (v. 7) e lo incalza, quasi ingenuo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta!” (v. 8).

Vedere/conoscere Gesù ci svela il Padre perché Egli opera nella parola del Figlio.

Credendo, cioè fidandoci, nella “parola fatta carnenoi vediamo il Padre e lo conosciamo così come noi siamo conosciuti da Lui, figli e figlie (cf 1,14.18; 14,9b-11; 15,11). E affinché non rimanga una speculazione anche se devota, Gesù chiarisce che si tratta di un rapporto interpersonale di reciproca comunione nel quale vivere e crescere. È una verità che è comunicazione e partecipazione ad una relazione filiale attraverso il Figlio che è per noi Vita (cf v. 12), Il Creatore che continuamente alimenta la vita nelle sue creature… non è prerogativa esclusiva di Gesù, ma l’attività di quanti gli danno adesione… che tutti i credenti possono compiere… a favore dell’essere umano che la comunità cristiana deve prolungare e intensificare nel tempo” (A. Maggi).

Con il suo “andare al Padre”, è come se Gesù lasciasse campo libero ai suoi discepoli, come Dio creatore ha poi lasciato liberi gli esseri umani di continuare la sua opera (cf Genesi 2,1-3): liberi, non orfani! (cf v. 18).

Ambientazione liturgica

La nostra celebrazione eucaristica è “il memoriale” della cena pasquale ed è quindi l’ambientazione migliore nella quale riascoltare i discorsi di Gesù ai suoi discepoli.

La loro proclamazione liturgica ci consente anzitutto di riconoscere la sua presenza, vivo e risuscitato, nella comunità dei credenti come “luogo naturale” in cui egli si manifesta a ciascuno e da cui irradia il suo amore come testimonianza e missione (J. Mateos – J. Barreto), e di vivere la celebrazione liturgica comunitaria, “luogo” dove la fede nella risurrezione del Signore è creduta – annunciata – testimoniata in un solo e unico atto in quanto incontro con Lui e da Lui offerto (G. Ghiberti). “Alcuni passi, tanto commoventi, ci confermano nella realtà di ciò che siamo poiché le parole di Gesù, rivolte un giorno ai discepoli, oggi si rivolgono a noi” (A. Nocent).

È sorprendente come la liturgia ci restituisca il processo di composizione di questi testi, nati appunto dall’esperienza post pasquale dei discepoli e delle prime comunità, alla cui luce si rileggono le parole stesse di Gesù ed i suoi gesti (B. Maggioni).

Preghiamo

Signore risorto,

nel tuo volto vedo il Padre

e contemplo il mio corpo;

con te posso imparare

a camminare da risorto:

Tu sei la Via che non inganna

la Verità che illumina

la Vita che fa rivivere. 

Amen.

Il NOI generativo - Domenica 31 maggio 2026/Dio, Trinità d'Amore

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