venerdì 28 agosto 2026

Vivere la VITA - 30 agosto 2026 / XXII dell'anno ' A

 Vicina è la PAROLA



Domenica 30 agosto 2026

xxii dell'anno/a

Geremia 20,7-9 / Salmo 62

Romani 12,1-2

Matteo 16,21-27


Vivere la VITA

Tutti vogliamo entrare nell’esistenza e viverla pienamente anche se non tutti abbiamo gli stessi benefit di partenza e non possiamo escluderne gli ostacoli: Ci sono infatti situazioni e frangenti che vorremmo scansare o almeno rimuovere mentalmente gli effetti, il che ci porta però il rischio di mistificarle o di ricercare poi qualche anestetico.

Non fare della propria realizzazione personale un’ossessione può avere il sapore dell’affascinante saggezza orientale, ma in realtà favore di chi?

Maturare la capacità di prendere su di sé le proprie fragilità e imperfezioni, senza scaricarne su altri le colpe o le responsabilità personali, ma semplicemente riconoscendo che fa parte di me!”, sarebbe soprattutto una buona psicoterapia.

Non andare avanti da soli superando ogni autoreferenzialità è pure un saggio consiglio…

Oggi le proposte esistenziali più o meno esplicite non mancano e anche l’evangelo di Gesù rischia di essere proposto e accolto come una “ricetta light” per il proprio benessere.

Tuttavia è la sua esplicita volontà di “esporre” la propria vita senza alcuna garanzia e soltanto con la fiducia di “ritrovarla”, stupisce noi oggi come i suoi discepoli allora fino allo “scandalo”, fino alla tentazione di farci un altro vangelo meno urtante e più tranquillizzante, decisamente più seducente.

Anche in questo noi vogliamo sicurezze, mentre nel modo di vivere e morire di Gesù vediamo solo un “perdere” e noi non vogliamo essere dei perdenti... per questo ci è tanto difficile amare da donne e uomini cristiani!

Contestualizzazione evangelica di Matteo 16,21-27

Il brano proclamato nella Liturgia di questa domenica non è solo la prosecuzione dell’episodio precedente, ma è l’altra faccia sia del “pronunciamento dogmatico” di Simon Pietro nei confronti di Gesù Nazareno “Figlio dell’Uomo” (v. 13) / “Figlio del Dio vivente” (v. 16 ), dove vengono in evidenza cosa significhi evangelicamente essere “Figlionella sua totale spogliazione - esposizione alla sofferenza e alla morte - per ricevere la Vita come Risurrezione (v. 21), e nello stesso tempo essere “discepoloseguendo Gesù e non opponendosi a Lui [satana] ed al suo scandaloso destino messianico (vv. 22-26), come fece il profeta Giona citato precedentemente (cf vv. 4 e 17).

Qui “Pietro” - senza il “Simon” - da fondato sulla “roccia”, di fronte all’annuncio della passione e morte del Maestro, si palesa “sasso di inciampo” [skandalon] (v. 23b) ed è da Lui energicamente richiamato a prendere il suo posto di discepolo [“dietro a me”] e a pensare evangelicamente come poco prima aveva dimostrato (v. 23; cf v. 17).

Da qui emerge una nuova logica esistenziale proposta a tutti i discepoli e ai futuri credenti: non preoccuparsi eccessivamente di sé [rinneghi sé stesso], assumersi le proprie responsabilità senza dare ad altri la colpa di quanto succede di spiacevole [prenda la propria croce] e soprattutto non smettere di seguire il Maestro che per primo non cercherà di mettere in salvo sé stesso fino al punto di perdere la propria vita per amore degli altri, unico modo per salvarla (vv. 24-25; cf vv. 21.26).

La vita è un dono meraviglioso. Ma solo chi vive per gli altri ne scopre il vero significato (Giovanni XXIII, 17 agosto 1960.)

Ambientazione liturgica

1A motivo della tenerezza misericordiosa di Dio,

vi incoraggio esortandovi ad offrire tutto di voi stessi in un sacrificio vivente,

santo e gradito a Lui; sia coerente alla sua logica il vostro culto:

2non conformatevi alla mentalità del vostro tempo, ma lasciatevi trasformare

rinnovando il vostro modo di ragionare, diventando così capaci di scoprire

che Dio vuole per noi solo ciò che è buono, gradevole e che ci perfezionerà”.


Questo brano della lettera di Paolo ai Romani cap. 12 [II lettura] andrebbe letto all’inizio della celebrazione eucaristica di questa domenica, in quanto Paolo ci esorta ad “offrire tutta la nostra persona”, il nostro tempo e le nostre capacità per gli altri, in “risposta” all’amore di Dio come un vero e proprio “culto coerente” con ciò che sta al centro della nostra esperienza di fede: “la tenerezza misericordiosa di Dio” manifestata nel suo Figlio che ha offerto se stesso per noi e per tutti. 
Un “culto laico” che coinvolge anche quello “liturgico” riscattandolo dall’ipocrisia, infatti esso non richiede un atteggiamento “religioso”, ma una “conversione profonda”: lasciarsi trasformare dall’esperienza dell’amore di Dio per essere capaci di scoprire tutto il buono/bello che Lui vuole operare in noi e in tutti, a perfezionamento della nostra umanità. 
È un processo che richiede la trasformazione del modo di pensare e di vivere, che va contro corrente rispetto alla mentalità oggi diffusa dove ognuno invece pensa a sé stesso.

Esso prende vita dalla nuova logica evangelica proposta da Gesù ai suoi discepoli e a noi credenti in Lui, che ci chiede di essere “coerenti” proprio con il suo modo di viverla [Matteo 16 – Evangelo] pur in una lotta interiore ed esteriore sostenuta soltanto dalla passione che scaturisce da un amore “seducente” [Geremia 20 – I lettura / Salmo 62].

Iniziamo e concludiamo la nostra celebrazione con “il segno della croce” sotto cui sta tutta la nostra esistenza, ma senza vittimismi colpevolizzanti. La croce di Cristo infatti è il mezzo, inviso alla mentalità mondana, attraverso il quale Egli ha dimostrato come un essere umano possa vivere pienamente in modo filiale senza rinunciare alle proprie responsabilità e rispondendo di sé al Padre.

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che guardi con amore ai tuoi figli,
ispiraci pensieri secondo il tuo cuore,
perché non ci conformiamo
alla mentalità di questo mondo,
ma, seguendo le orme di Cristo,
scegliamo sempre le vie che accrescono la Vita.

in Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore.

Amen.

giovedì 20 agosto 2026

Piete vive... non sassi - Domenica 23 agosto 2026/XXI Anno'A

Vicina è la PAROLA









23 agosto 2026

xxi domenica anno/a

Isaia 22,19-23 / Salmo 137

Romani 11,33-36

Matteo 16,13-20


Pietre vive… non sassi

Sei la mia roccia” sentiamo dire in una coppia, tra colleghi ed è vero anche reciprocamente; lo si è soprattutto quando l’altra/o avverte tutta la sua fragilità e non ha paura di smascherarla.

Guarda qua che roccia!” mentre lui ostenta la sua prestanza fisica o esalta quella del figlio davanti agli amici.

Ci identifichiamo con qualcosa di inanimato che però ci dà la sensazione della stabilità, della sicurezza, della forza… ma anche le rocce franano trascinando a valle macigni e detriti.

La forza in realtà non viene dall’apparente inamovibilità, ma dalla resiliente capacità di adattamento alle condizioni ambientali e questo, con i nostri insediamenti antropici e urbanistici, spesso lo abbiamo dimenticato: argini di muraglioni vengo spazzati via come fuscelli da furie delle acque in piena, mentre muretti a secco resistono da secoli, pietre e sassi ben incastonati apparentemente così fragili, frutto di maestria e di tramandata sapienza.

Persone che si presentano con una fragilità fisica disarmante sono invece capaci di trasmetterci vitalità e affidabilità, questo a conferma che il nostro bisogno di sicurezza non incontra sempre una risposta ritenuta adeguata e ci espone al rischio di affidarci al di là delle nostre stesse a qualcuno che però ce ne offra la possibilità. Anche in dinamica le forze funzionano così.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 16,13-20

Il capitolo 16 [dopo che il finale del 15 sottolineava l’insegnamento e l’operare del Nazareno mosso della sua compassione verso vari generi di malati (cf 4,23; 9,35-36; 14,13b-14; 15,32; 20,34) e la lode di tutti verso il “Dio di Israele” la cui misericordia non ha confini e che si manifesta nella nuova condivisione dei pani (15,29-39)] si apre con la richiesta di un segno divino da parte dei farisei e dei sadducei (cf 12,38 ss.). Gesù li lascia e se ne va dando loro un’indicazione meteorologica, costringendoli a cercare nella loro storia i segni dell’azione di Dio (Giona vv. 1-4) e successivamente mette in guardia i suoi discepoli dal loro subdolo insegnamento che li può indurre a preoccuparsi ancora dei mezzi di sussistenza a loro disposizione [pani], piuttosto che di una nuova sapienza di vita che li possa orientare nelle loro scelte evangeliche [lievito] (cf 13,33 vv. 5-12).

A Cesarèa di Filippo, cantiere pullulante di nuove costruzioni in stile romano, davanti a quello che era ritenuto l’ingresso negli inferi, Gesù interroga direttamente i suoi discepoli sulla sua identità. La risposta “dogmatica” viene da Simon Pietro (vv. 13-16) che gli offre però l’opportunità di pronunciare una “nuova beatitudine” per il discepolo: non per le sue capacità umane [carne-sangue; figlio di Giona], ma in forza di una relazione “filiale” con il Padre (cf 11,26-27) che lo pone stabilmente “sasso sulla roccia”, fondamento vero e stabile, affidabile della futura “comunità messianica” costituita da “pietre vive” (1Pietro 2,4ss.) e “casa sulla roccia” (cf 7,24-25) nonostante la sua umanità precaria (vv. 17-18).

Per la fede delle prime comunità solo Colui che ha attraversato la morte e da risorto ha liberato dal potere degli inferi, può dare a un essere umano “il potere” di trasmetterne autorevolmente il suo evangelo [legare e sciogliere] senza farne facile “propaganda” (vv. 19-20), vista poi la reazione dello stesso Pietro che, difronte all’annuncio della passione e morte, diventerà un “sasso di inciampo” (cf vv. 21-23).

Ambientazione liturgica

La Parola che ascoltiamo nell’assemblea liturgica è sempre azione critica di ogni potere mondano: “denuncia” l’usurpazione mentre apre all’interno di ogni istituzione umana ambigua - in un momento storico fallimentare - una speranza assoluta di futuro. A questo ci vuole educare l’ascolto: chi ci può realmente salvare oltre le nostre capacità e pretese? [Isaia 22 – I lettura].

Non di certo un’altra umana istituzione “sacra” che per secoli ha dimostrato tutte le sue ambiguità e contraddizioni!

L’assemblea convocata anzitutto per l’ascolto [chiesa] è composta da persone che ne portano i segni e spesso le ferite, ma che “fondano” la loro umanità [carne e sangue] su quella di Gesù Cristo entrato nella nostra storia “consegnandosi” a noi [legare e sciogliere] per diventare “scarto vitale”, fondamento sicuro [pietra] per una vita più forte della morte [inferi]. È un potere generativo, capace di trasmettere, sempre e comunque, vita [Matteo 16 – Evangelo].

Nasce così una nuova signoria, quella dell’amore fedele e misericordioso, giusto per chi sta in basso, a cui essere eternamente grati perché divenuti gratuitamente partecipi e non solo destinatari [Salmo 137 / Romani 11 -II lettura].


Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che nella tua Sapienza

hai posto il fondamento della tua Chiesa,

sulla solida fede dell’apostolo Pietro
donaci di riconoscere in Gesù di Nazaret
il Figlio del Dio vivente
il Figlio del Dio vivente
e di diventare pietre vive
per l’edificazione del tuo regno.
Amen.
per l’edificazione del tuo regno.

Amen.

sabato 15 agosto 2026

Oltre gli Altri: Domenica 16 Agosto 2026 - XX TO/A

 Vicina è la PAROLA

Domenica 16 Agosto 2026

XX dell’anno/A

Isaia 56,1.6-7 / Salmo 66

Romani 11,13-15.29-32

Matteo 15,21-28


Oltre gli altri

Inclusione è il termine che utilizziamo spesso per fregiarci di un atteggiamento accogliente, che non escluda nessuno, anzi che dia spazio e valore a chi è “diverso” o comunque svantaggiato, emarginato…

Comunità inclusive soprattutto se cristiane, capaci di “integrare” e di non fare sentire nessuno escluso… sarebbe già un buon obiettivo, segno di apertura, in questo “cammino sinodale”.

Quindi se noi ci apriamo e facciamo spazio, gli altri entrano… ma se invece gli altri fossero già dentro?!

Era di qualche decennio fa lo slogan: “Gli ALTRI siamo NOI” e anche il titolo di una canzone di Umberto Tozzi.

Anzitutto tocca a noi entrare in una “logica nuova”, quella dell’Evangelo di Gesù, a cui tutti siamo chiamati lasciandoci accogliere per primi dalla misericordia divinale viscere materne -: infatti non abbiamo conquistato noi uno spazio che ora possediamo e che benevolmente apriamo anche agli altri!

C’è un amore senza confini che ci raggiunge e ci abbraccia tutti, nel quale riconoscerci reciprocamente amati e non c’è una dogana dove noi verifichiamo le credenziali di ingresso e nemmeno siamo noi la “misura standard” da imporre.

Chi a volte ci “grida dietro” ci può aiutare a non crederci occupanti dei “primi posti”, ma forse semplicemente quelli che dobbiamo tenere il posto libero a chi arriva dopo, per un ritardo che non necessita di scuse o spiegazioni.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 15,21-28

Il capitolo 15 introduce nel nuovo stile di vita proposto da Gesù che si esprime nella condivisione e nella sovversione delle convenzioni culturali e religiose (vv. 1-20). Infatti, la religiosità giudaica spesso prevedeva un culto formale e proponeva una serie di pratiche già apostrofate dai Profeti come corrotte e lontane dalla volontà del Signore che era paradossalmente compiuta dai cosiddetti stranieri (cf Isaia 29,13 e 56.1 ss.).

Questo lo hanno sperimentato anche le prime comunità cristiane di origine ebraica che guidate dalle memorie evangeliche sono diventate, diremmo noi oggi, una “chiesa in uscita”.

I discepoli avevano seguito il Maestro nei suoi “sconfinamenti” geografici ed esistenziali ed erano incappati in incontri inaspettati dove la messianicità di Gesù era già inspiegabilmente riconosciuta, ma così hanno avuto la possibilità di confrontarsi con esperienze di fede prima a loro sconosciute o addirittura scomode (vv. 21-24).

È stata una svolta per il Maestro e per i discepoli, di lezione per le future comunità: coloro che erano considerati “cani” (stranieri idolatri), non potendo “pregare” - secondo l’opinione giudaica - ma solo “abbaiare”, osano rivolgersi al “Signore” e così “una donna cananea” induce Gesù a verificare la genuinità della sua fede e a operare una guarigione prodigiosa (vv. 25-28).

Ora qualcosa è profondamente mutato anche nell’animo e nell’operare del Nazareno, rivolto a vari generi di malati, ma anche nella folla divenuta “ecumenica”: tutti, prima muti, glorificano lo stesso “Dio di Israele” la cui misericordia non ha confini e che si manifesterà anche in una nuova condivisione prodigiosa dei pani (vv. 29-39).

Ambientazione liturgica

Capita che in alcune piccole assemblee faccia irruzione qualche volto sconosciuto, notato con curiosità e a volte con interesse; nella nostra siamo così abituati che non ci facciamo neppure caso, sconfinando così nella totale distrazione e nell’anonimato. Eppure questa eterogeneità dovrebbe darci un respiro più ampio: come mai siamo qui... cosa ci unisce così diversi?

Anche se siamo nel “nostro territorio”, la Parola proclamata che viene “dall’alto” riconosce ogni traccia di amore presente in ciascuno, abbatte ogni confine e include tutti conducendoci ad essere un’unica “casa di preghiera” [Isaia 56 – I lettura] facendo risplendere su tutti, indistintamente, l’unico “volto misericordioso” del Padre [Salmo 66].

Ciò avviene oltre le nostre attese e i nostri progetti missionari: è opera della risurrezione del Signore che tutti ci strappa dalla “disobbedienza” e ci fa sperimentare la “misericordia” [Romani 11 – II lettura].

Noi che mangiamo un solo Pane, pur essendo molti, siamo un Corpo solo” (1Corinzi 10,16-17). È il ritrovarci all’unica mensa che ci fa superare distanze ed estraneità e diventare “casa di/per tutti” (cf Giovanni 2,13-22).

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che nel tuo Figlio Gesù
hai abbattuto ogni inimicizia
e di tutti gli esseri umani

hai fatto un popolo solo,
animaci dei suoi stessi sentimenti
affinché diventiamo eco delle sue parole
e seme della sua pace.

Amen.

venerdì 14 agosto 2026

15 Agosto 2026 - "Assunta... a tempo indeterminato"

le parole… la PAROLA













15 agosto 2026

Maria nella gloria della Risurrezione

1Cronache 15,3… 16,2 / Salmo 131 / 1Corinzi 15,54b-57

Luca 11,27-28

Apocalisse 11,19a… 12,10 / Salmo 44 / 1Corinzi 15,20-27

Luca 1,39-45


Maria “assunta in cielo”… cioè in terra.

Questa è la realtà che abbiamo celebrato oggi e commentato in tutte le sue sfaccettature.

Ma in quale “cielo” Maria è stata “assunta”?

Non in quello astrofisico stellare e men che meno in quello mitico, una sorta di olimpo cristiano…

In quel “cielo” che è stato portato “in terra” da Colui che ha fatto sua, in toto, l’umanità divenendo essere umano egli stesso facendo sì che ora il regno di Dio fosse in tutti e dappertutto.

Anzi la parte di cielo più terso è stata proprio lei, Maria è proprio in lei, nella sua carne e nelle sue viscere è iniziato il processo di “assunzione” di tutta l’umanità, che lentamente ma progressivamente ci sta coinvolgendo tutti e che contempliamo in Maria così compiuto: “assunta a tempo indeterminato!”.

Un cielo affatto “paradisiaco”, nel quale è ancora in atto una lotta a tutto campo, dove la vita è tuttora minacciata. Un travaglio, un parto, ma quel “figlio” è già nato in ciascuno di noi e c’è chi lo difende, chi “lo porta in Dio”, mentre la “madre” è nascosta nelle trame della storia che continua il suo percorso [Apocalisse 11 – I lettura].

La morte stessa ha perso tutto il suo potere cedendo il passo a Colui che l’ha “vinta” facendone un dono d’amore [1Corinzi 15 -II lettura].

Ora non poteva essere procrastinato a Lei lo stesso destino glorioso del corpo del suo figlio risorto. La sua “dormitio” nel sonno della morte - alla maniera orientale - o la sua incorruttibilità “nella morte – all’occidentale-, sfociano nella piena e personale partecipazione al mistero pasquale di Cristo, “segno profetico” del destino personale e sociale di ogni essere umano e di tutta l’umanità: “un corpo solo in Cristo” (1Corinzi 12,12; Efesini 1,23).

È proprio nel dono d’amore, che pervade ogni autentica relazione vitale e generativa, che emerge quella “rivoluzione” attesa da sempre in tutte le fibre e che l’egoismo mortale tenta di frenare, addirittura di annientare mentre c’è Chi apre le sue mani accogliendo e “assumendo” ogni anelito di giustizia, di riscatto, strappandolo dalla sua inutilità e colmandolo della sua pienezza, per sempre mentre Maria ritorna nella sua “casa” [Luca 1 – Evangelo].




venerdì 7 agosto 2026

ONDE - Domenica 9 agosto2026: XIX TO/A

 Vicina è la PAROLA









9 Agosto 2026

xxix domenica dell’anno/a

1Re 19,9a.11-13a / Salmo 84

Romani 9,1-5

Matteo 14,22-33


Onde

A tutti sarà successo di sentirci inutili, incapaci di aiutare qualcuno a cui tenevamo particolarmente: all’inizio siamo presi dalla presunzione di essere gli unici a poter fare qualcosa e che senza di noi tutto sarebbe più difficile, insopportabile; siamo animati da forti sentimenti di dedizione e di donazione. Poi, con il passare del tempo la situazione si normalizza e siamo noi però a destabilizzarci per un opprimente senso di inadeguatezza: tutto procede o precipita a dispetto di noi e delle nostre buone intenzioni; siamo assaliti da sensi di colpa per non riuscire a fare nulla di più, quasi immobilizzati dalla paura... fino a rinunciarci.

Ci ritroviamo come tra le onde della risacca: ci spingono a riva e poi ci risucchiano lontano e noi non possiamo fare altro che nuotare tentando di tenere fuori almeno la testa.

Anche io sto imparando ad accettare i miei slanci temerari nell’affrontare con lo scafo delle mie capacità le onde contrastanti e le mie paure di affogare irrimediabilmente, di cui spesso mi vergogno... senza nascondermi.

Salvami Tu!” perché io da solo non posso farlo, nemmeno per gli altri a cui tengo molto.

La tua mano, la tua voce, i miei dubbi… ogni tanto tornano: è una lotta mai finita, mai vinta da me, ma da Te sì una volta per tutte e per tutti.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 14,22-33

Il contesto continua a essere problematico: il martirio di Giovanni il battezzatore (14,1-13a), la situazione di indigenza della folla numerosa che segue Gesù per la quale Egli sente compassione esponendo anzitutto sé stesso e la sua vita donata dal Padre per le esigenze degli altri (vv. 13b-14; cf 4,23; 9,35-36, 15,32; 20,34). Quello è il miracolo che solo un Dio che ama può fare nella fraterna condivisione dei “cinque pani e due pesci” (vv. 15-21) e che continua nella cura personale da parte del Figlio amato e nella ricerca del suo rapporto esclusivo con il Padre (vv. 22-23 cf v.13a).

I discepoli sono coinvolti in questa esperienza, quasi costretti dal Maestro a crescere nella fiducia in Lui, vincendo le loro paure, affinché il loro rapporto non sia frutto di una suggestione ma di un autentico incontro con “Io-sono” (vv. 24-27).

Questa è anche la situazione della comunità di Matteo: come la barca che attraversa diverse prove e difficoltà [il vento], minacciata nella sua storia umana dal male [il mare], nella quale lo stesso Pietro viene vagliato per la sua fede (vv. 28-30). Infatti la sua autorevolezza poteva essere stata messa in discussione visti i suoi trascorsi (cf 26,69-75) e forse aveva bisogno una conferma proprio da parte del Signore, l’unico che può calmare le turbolenze esterne e interne alla comunità (cf v. 32; con gli altri tre episodi successivi).

In ogni caso la prova produce in tutti una fede più consapevole e matura che trova espressione nell’acclamazione comunitaria finale: “Tu sei veramente Figlio di Dio!” (v. 33).

Il capitolo 14 si conclude così con un riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio capace di sanare tutti quanti stavano male anche solo toccando il lembo del suo mantello (vv. 35-36; cf Mc 5,23-24). Si tratta di epilogo originale, in cui i protagonisti sono i guariti che ora si fanno “evangelizzatori”: la comunità del Risorto che viene confortata dalla sua presenza non può non invitare tutti a goderne i benefici.

Ambientazione liturgica

Anche “la barchetta” della nostra comunità solca i mari più tempestosi ed affronta onde che a volte rischiano di capovolgerla. La riflessione di papa Francesco nel fatidico 27 marzo 2020, in piena pandemia covid- 19, può valere anche per tutto quanto avviene nelle diverse parti del nostro pianeta, anche oggi: “Siamo tutti sulla stessa barca!”.

Ritrovandoci per la celebrazione eucaristica non possiamo pensare di “ormeggiare” tranquilli per poi riprendere la navigazione… il Signore ci parla proprio nel mezzo della tempesta come a Pietro, perché vuole che ci sentiamo responsabili anche per gli altri [Evangelo].

Possiamo anche “fuggire” come Elia, ma saremo sempre raggiunti dalla sua Parola e dalla sua Presenza, lieve e decisa che prevale su ogni appariscente mondana potenza [1Re – I lettura].

Sempre ci sentiremo amati come Paolo, pur scossi al fondamento delle nostre sicurezze, incapaci di dare certezze a noi stessi ed agli altri, esposti ai rischi di essere incompresi e travolti, eppure aperti ad accogliere “la brezza leggera” dello Spirito effuso da Colui che sulla croce ha compiuto il suo essere-per-gli-altri, affidandosi totalmente al Padre pur sentito assente.

Siamo raggiunti dalla sua Parola sconvolgente e pacificatrice [Salmo 84] che ci fa sentire solidali e unificati ciascuno responsabile per l’altro; possiamo sperimentare la comunione con Lui nella debolezza del suo Pane che dà a noi la forza del suo amore per sentirci sinceramente fratelli e sorelle.


Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

Signore dell’universo,
rafforza la nostra fede
con l’ascolto della tua Parola,
perché la sappiamo riconoscere
nelle profondità umane,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Amen.


venerdì 31 luglio 2026

"Condividere per moltiplicare" - Domenica 2 agosto 2026/XVIII anno'a

 

Vicina è la PAROLA








2 Agosto 2026

XVIII Domenica anno/a

Isaia 55,1-3 / Salmo 144

Romani 8,35.37-39

Matteo 14,13-21

Condividere per moltiplicare

La matematica non è mai stata il mio forte… ma ricordo che fin dalle elementari + e andavano insieme e si imparavano prima; poi veniva il x e il ÷ ...e lì era un po’ più difficile.

Ma crescendo ho anche capito che la difficoltà non era tanto matematica, ma piuttosto “umana”, radicata nel bisogno di possesso legato alla sopravvivenza personale: “ciò che è mio è mio… e ciò che è tuo è mio”.

Siamo sempre un po’ diffidenti e paurosi di essere “espropriati” e che non rimanga nulla per noi. A questo si aggiunge anche il pregiudizio che quanto condividiamo vada sprecato o per lo meno che qualcuno se ne approfitti. Da bambini con mio fratello vigeva una regola: chi divide prende per ultimo!

Le risorse del nostro pianeta non sono infinite, ma ancora sufficienti per tutti… se imparassimo dai bambini o se non ci dimenticassimo troppo facilmente che l’amore ci porta a condividere e moltiplica… il necessario, il tempo, lo spazio, i beni.

Contestualizzazione evangelica di Matteo 14,13-21

Ancora una volta il contesto di questo brano evangelico è problematico: il martirio di Giovanni il battezzatore (vv. 1-13a); la situazione di indigenza della folla numerosa che segue Gesù (vv. 13b-14; cf 4,23; 9,35-36, 15,32; 20,34).

Gesù si sente minacciato e “batte in ritirata”?

Il “luogo deserto” dove ritirarsi “tutto solo” indicherebbe piuttosto il bisogno di raccogliersi, di riflettere sul suo destino futuro e di fare le scelte giuste; un atteggiamento che gli permette, come altre volte fa notare Matteo, di “guardare da dentro” le situazioni facendosi coinvolgere profondamente e di prendersi cura, dimostrando un amore sempre più concreto che trova soluzioni alternative a quelle dei discepoli, soprattutto “personali” e compromettenti (vv. 13-16).

Egli anzitutto espone sé stesso, la sua vita donata dal Padre per le esigenze degli altri, senza potere o possesso, solo per compassione, questo è il vero miracolo che solo un Dio che ama può fare in Gesù e per tutti.

Anche il “gesto” della condivisione dei “cinque pani e due pesci, dal tono “eucaristico” nell'uso dei "5 verbi" (cf 26,26-27), non è solo per saziare la fame ma per riallacciare tra le persone relazioni perdute indispensabili ad una vita dignitosa e piena (v. 19; cf Salmo 23,2).

Questa è stata fin dall’inizio l’esperienza delle prime comunità cristiane che le ha portate a dare molta importanza a questi episodi della vita del Nazareno (sei nei racconti evangelici!): in ogni loro situazione, anche quella più complicata e disperata che li ha messi davanti alle loro povertà, c’è sempre Lui che “spezza” il pane per loro e sazia con il suo amore il bisogno di un nuovo rapporto con Dio (cf 5,6). È gente di ogni provenienza che si ritrova in un nuovo popolo di cui fa parte tutta l’umanità, insieme a Israele ora vede nel Messia nazareno il nuovo Mosè che “nel deserto” sfama la sua gente e con loro attraversa le acque tempestose della storia (cf vv. 22-33).

I primi cristiani, nella memoria dei gesti e delle parole del Signore, hanno ispirato le loro scelte e i loro comportamenti adavevo fame e mi avete dato da mangiare, sete…” (cf Mt 25,35 ss.), dando a tutti testimonianza che è possibile vivere in un mondo dove “a nessuno manchi il necessario” (Atti 4,34; 2Corinzi 7 e 9) e che “c’è più gioia del dare che nel ricevere” (At 20,35).

Ambientazione liturgica

Ormai la celebrazione eucaristica è l’unico momento in cui ci vediamo come comunità cristiana, anche molto eterogenea… con le più svariate esperienze di vita, situazioni e necessità.

Lo sguardo del Signore Gesù è su tutti noi e ci vede dentro, in profondità e prova per noi un amore unico, capace di saziare quella “fame e sete” che noi nemmeno avvertiamo, ma che Lui conosce bene e che solo il suo amore può soddisfare [Romani 8 – II lettura].

Per noi, che siamo abituati a prezzare tutto e a comprare dando valore alle cose per il loro costo, possono sembrare improbabili le parole profetiche di Isaia 55 [I lettura], ma accoglierle con fiducia e senza preclusioni ci permetterà di arricchirci con la povertà che il Padre ha manifestato nell’umanità del suo Figlio, che fa sua la nostra “vincendo ogni paura di perdersi, su ogni egoismo e sulla fame che l’egoismo genera” [Salmo 144].

È la comunione che fa nascere un nuovo legame, inseparabile nonostante le nostre distanze.

Preghiamo con la Liturgia

O Padre,

che apri la tua mano

e sazi ogni vivente,

fa’ che nulla mai ci separi dal tuo amore,

pane che nutre le profondità dell’esistenza

e comunione con ogni essere umano.

Amen.

sabato 25 luglio 2026

"Quasi per caso... ?! - Domenica 26 luglio 2026: XVII dell'anno'a

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26 Luglio 2026

XVII Domenica dell’anno/a

1Re 3,5.7-12 / Salmo 118

Romani 8,28-3

Matteo 13,44-52


Quasi per caso…?!

A volte succede di trovare, quasi per caso, quello che da tanto si cercava nella vita; oppure capitano cose che non si immaginava fossero così importanti, quasi determinanti, di cui avere bisogno e così non appariva chiaro all’inizio, ma tali si sono manifestate successivamente.

Si verificano situazioni impreviste eppure provvidenziali che nemmeno lunghe ricerche e mille ripensamenti avrebbero potuto rendere tali.

Succede così e diciamo che è sorprendente, nel senso che la vita stessa ci sorprende sempre con i suoi risvolti imprevedibili e accadimenti che non si possono però definire casuali.

È la vita stessa infatti che ci parla e la nostra storia diventa una “parabola”, a volte paradossale, e ci stupisce che lo sia per noi come per chi la condivide: insieme proviamo la stessa visibile gioia, la gioia di aver trovato!

Contestualizzazione evangelica di Matteo 13,44-52

Le ultime tre parabole, molto brevi, del tesoro nascosto nel campo (v. 44) e della perla preziosa (vv. 45-46), della rete (vv. 47-48), chiudono la serie del capitolo 13.

L’allegoria finale spiega però solo la terza (vv. 49-50) sulla falsariga della zizzania , facendo riferimento a un giudizio finale (vv. 36-43).

La conclusione riporta alla “comprensione” dell’insegnamento parabolico come caratteristica tipica del discepolo (cf vv. 34-36).

Le prime due evidenziano la fatica e la bellezza della scoperta: “i beni del regno” diventano prioritari per la loro gratuità e imprevedibilità anche nell’esistenza di chi è alla ricerca di un qualcosa “di più”. Rilevanti sono sia i soggetti – contadino/gioielliere/pescatore - sia il contenuto - tesoro e campo/perla/rete e pesci.

I destinatari delle parabole sono anzitutto le comunità dove convivono persone che “quasi per caso” hanno incontrato l’annuncio del vangelo di Gesù e chi, osservando da una vita la Torah, finalmente ora ne ha trovato il compimento in pienezza con una novità che riempie di gioia e spinge a scelte radicali (cf 9,16-17).

La comunità messianica è come “una rete” in cui però si è pescati da Gesù stesso senza troppe distinzioni (cf 4,18-22; 5,45); poi occorre un discernimento che avviene col tempo e con l’esperienza, non sempre facile, tra altri fratelli e sorelle (vedi le problematiche che Matteo affronterà nel capitolo 18!). Quello che oggi avviene così nelle relazioni comunitarie, avverrà anche alla fine del tempo e per tutta l’umanità.

Ancora, nella comunità la conoscenza di ciò che è “nascosto” non richiede alcun esoterismo, ma la semplicità di chi è disposto a fare l’esperienza dell’assoluta novità del vangelo del regno (cf 11,25-27).

Ambientazione liturgica

Si vede sui nostri volti la gioia di essere convocati alla celebrazione eucaristica?

Dopo tanto “cercare”, troviamo qui quanto desideriamo…? Forse anche di più e non lo sapevamo. L’atteggiamento del giovane Salomone, disorientato dai molti beni desiderabili, ci prospetta la reale possibilità di acquisire la capacità per discernere il meglio, non per sé ma per un popolo numeroso e che il Signore si è scelto [1Re – I lettura].

Ma occorre lasciare ogni pretesa di possedere la nostra esistenza, senza assicurarci una possibilità alternativa per il timore che le cose non vadano bene [Salmo 118].

La Parola proclamata e ascoltata ci permette di vedere in controluce la nostra storia e quella del mondo per vedere come “tutto concorre al bene di coloro che amano”, non di coloro che lo vogliono programmare o anticipare. Così la gioia ci viene strappata quando non avviene ciò che avevamo previsto o desiderato, mentre ci viene restituita nel sentirci profondamente conformati al Figlio [Romani 8 - II lettura], a Colui che diventa il “tesoro nascosto, la perla preziosa” e che ci “prende dentro” come in una “rete” [Evangelo].

Nei segni eucaristici c’è un tesoro nascosto da scoprire… ma non da possedere: sono gesti che ci accolgono e ci trasformano, facendoci partecipare all’esperienza di morte e risurrezione del Signore.

Preghiamo con la Liturgia

O Padre, fonte della vera sapienza,
che in Cristo ci hai svelato il tesoro nascosto
e ci hai donato la perla preziosa,
concedi anche a noi

un atteggiamento saggio e intelligente,
perché, attraverso le realtà del mondo,

sappiamo apprezzare

il valore inestimabile del tuo regno.
Amen.

Vivere la VITA - 30 agosto 2026 / XXII dell'anno ' A

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