sabato 24 maggio 2025

Pietro e la Chiesa comunità estatica Corriere della Sera · 18 ma 2025 · L’OSSERVATORE ROMANO di ROBERTO PASOLINI

 Pietro e la Chiesa comunità estatica 

Corriere della Sera · 18 ma 2025 · L’OSSERVATORE ROMANO di ROBERTO PASOLINI 

La Chiesa che nasce dalla Risurrezione di Cristo è, fin dalle origini, una comunità “estatica”. Lo suggerisce con chiarezza la conclusione più antica del Vangelo secondo Marco, dove si narra la reazione inattesa e sconcertante delle donne di fronte all’annuncio pasquale. Dopo aver trovato il sepolcro vuoto e aver udito le parole del giovane vestito di bianco, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome «uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (Marco 16,8). Per descrivere questo turbamento profondo, l’evangelista ricorre al termine greco ekstasis. Non si tratta di una semplice paura, ma di uno stato di meraviglia intensa, uno stupore che travolge e 

Nella cultura ellenistica, ekstasis indicava tanto lo smarrimento quanto il rapi 

mento: l’anima si allontana dalle cose sensibili per essere attratta da un Altro disorienta, fino a poter sospendere il contatto con la realtà ordinaria. 

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Nella cultura ellenistica, ekstasis indicava tanto lo smarrimento mentale quanto il rapimento spirituale: l’anima, per un istante, si allontana dalle cose sensibili per essere attratta da un Altro. In ambito mistico, la parola è divenuta tecnica per desi gnare l’esperienza in cui l’anima si innalza al di sopra di sé, esce dal proprio oriz zonte per lasciarsi toccare dall’invisibile. L’etimologia del termine ne rivela tutta la forza: ek-stasis, “essere fuori da sé”, “stare fuori” dalla propria condizione abituale. Così appare la Chiesa a partire dal giorno di Pasqua: non padrona del mistero che celebra, ma sorpresa e sopraffatta da esso; non protagonista, ma testimone rapita, sospesa tra il timore e la gioia. 

Dopo l’evento della Pentecoste, questa forza “centrifuga” sprigionata dalla Risurre zione di Cristo si è trasformata in un incontenibile impeto missionario, che ha spinto gli apostoli ad annunciare con intrepido coraggio e umile tenacia «la conver sione e il perdono dei peccati» (Atti degli Apostoli 5,31) a tutte le genti. Nessun potere umano è riuscito ad arrestare la corsa di una parola di salvezza talmente bella da non poter essere né nascosta né taciuta. La replica di Pietro e Giovanni alle autorità di Gerusalemme, che vorrebbero porre un argine alla diffusione del Van gelo, riassume bene la passione che animava le prime generazioni cristiane: una determinazione capace di deludere ogni aspettativa sociale pur di non soffocare il desiderio di testimoniare la forza della risurrezione: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (Atti degli Apostoli 4,20). Questo desiderio di condivisione ha permesso ai testimoni del Risorto di presentarsi al mondo con la stessa mitezza del Maestro, persino nelle prove della prigionia e della persecuzione, fino a riconoscersi e a mostrarsi «lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (Atti degli Apostoli 5,41). 

La più chiara attestazione dei sentimenti che hanno reso la Chiesa nascente una Chiesa in uscita, felice di spingersi fino ai confini della terra per annunciare il mistero di Cristo morto e risorto, si trova forse nel prologo della prima lettera di Giovanni: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita — la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi —, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena» (1 Giovanni 1,1-4). 

La gioia di cui gli apostoli danno testimonianza non ha nulla a che vedere con 

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un’emozione passeggera o superficiale. È piuttosto la felicità profonda di chi, al ter mine di un lungo e faticoso cammino interiore, ha lasciato che Dio ridesse forma ai parametri della propria esistenza, aprendosi gradualmente allo spazio di una nuova 

creazione. Il libro degli Atti, insieme alle lettere del Nuovo Testamento, conserva numerosi episodi e circostanze in cui la comunità dei credenti ha dovuto affrontare discussioni e dissensi interni, pur di non tradire il cuore vivo del Vangelo (cf. Atti degli Apostoli 15,2). Il superamento di alcune forme rituali e morali proprie dell’ebraismo ha richiesto un lungo e tortuoso percorso, durante il quale gli apostoli hanno imparato ad arrendersi, passo dopo passo, alla forza inclusiva dello Spirito Santo effuso dal Risorto nei loro cuori. 

Uno dei primi passaggi vissuti dalla comunità cristiana di origine giudaica è rela tivo al superamento di alcuni scrupoli circa la purità legale, di cui san Paolo scriverà: «Il regno di Dio non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Romani 14,17). Prima di arrivare a un simile respiro interiore, gli apostoli hanno dovuto lasciarsi purificare da schemi mentali che impedivano loro di accostarsi ai “pagani” e alle loro tradizioni con un cuore libero e uno sguardo rispettoso. Dopo la conversione di Paolo si apre una stagione in cui emergono non poche resistenze alla diffusione del Vangelo, sia all’interno della comunità cristiana nascente, sia nel giu daismo da cui essa proviene. La Chiesa sperimenta la paura di fronte a chi la perse guita, mentre la Sinagoga teme che la novità evangelica possa scuotere troppo pro fondamente consuetudini e convinzioni teologiche radicate. 

È in questo clima di tensione e incertezza che si colloca l’incontro tra Pietro e il cen turione Cornelio, un episodio che segna una vera e propria «Pentecoste dei pagani» (Atti degli Apostoli 10,1-48). 

Cornelio, ufficiale della coorte Italica, viene presentato come un uomo «pio» e «timorato di Dio». Potremmo dire, con un linguaggio attuale, che si trattava di un “laico” onesto e leale, una persona capace di restare nei confini del proprio sapere, ma profondamente aperta anche a ciò che ancora non conosceva. Di lui si dice che era generoso — perché faceva elemosine — e che pregava sempre, in ogni occa sione. Proprio a quest’uomo Dio rivolge un segno di speranza, attraverso una visione angelica che lo invita a mandare alcuni uomini a Giaffa, alla casa di un certo Simone, detto Pietro (cfr. Atti degli Apostoli 10,1-8). Da un punto di vista umano, ci saremmo forse aspettati che Dio intervenisse parlando prima alle comunità cri stiane o a quelle ebraiche, per accompagnarle nel difficile discernimento teologico che stavano affrontando. Invece, sorprendentemente, il Signore rivolge la sua atten zione a un centurione pagano. Perché? Forse perché, proprio nel mondo considerato 

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“lontano”, Dio riconosce una disponibilità più immediata e una docilità più limpida alla rivelazione del suo Figlio, Gesù Cristo. 

Il giorno dopo, mentre i servitori di Cornelio si incamminano verso Giaffa, Pietro vive un’esperienza particolare: dopo aver pregato, in attesa di consumare il pranzo, è rapito in estasi e il cielo si apre per offrirgli una nuova visione spirituale della realtà: «Vide il cielo aperto e un oggetto che scendeva, simile a una grande tovaglia, calata a terra per i quattro capi. In essa c’era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva: “Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!”. Ma Pietro rispose: “Non sia mai, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro”. E la voce di nuovo a lui: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano”. Questo accadde per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu risollevato nel cielo» (Atti degli Apostoli 10,11-16). Il principe degli apostoli, spinto anche dalla fame, si trova improvvisamente davanti a una domanda cruciale: dopo l’incarnazione di Cristo, è ancora necessario osser vare rigidamente le norme alimentari ebraiche, oppure è possibile aprirsi a una nuova libertà? La visione che riceve lo invita a guardare la realtà con occhi nuovi, quelli della speranza pasquale, e lo sollecita a compiere un gesto simbolico: nutrirsi anche di ciò che, secondo la tradizione, era considerato impuro. Tuttavia, il vero sacrificio richiesto a Pietro non riguarda il cibo in sé, bensì la sua mentalità reli giosa. È la sua resistenza interiore alla novità che lo frena, la paura di allontanarsi da ciò che ha sempre fatto e conosciuto. Il suo modo di reagire alla visione rivela una certa diffidenza verso ciò che appare “profano” solo perché estraneo alle sue abitu dini. Questa scena mette in luce una delle grandi difficoltà nella diffusione del Van gelo: la riluttanza dei credenti a lasciarsi convertire da una logica più inclusiva, capace di superare antiche barriere tra puro e impuro, tra dentro e fuori, tra appar tenenti e stranieri. Il fatto che questa visione si ripeta per tre volte suggerisce quanto sia faticoso, per Pietro, purificare la propria coscienza da criteri ormai supe rati, ma ancora profondamente radicati in lui e nella comunità dei primi apostoli. Il cammino verso una fede davvero universale passa proprio da qui: dalla disponibilità a lasciarsi sorprendere e rinnovare dallo Spirito, anche quando questo significa abbandonare sicurezze acquisite. 

Mentre Pietro è ancora immerso nella visione, arrivano i messaggeri inviati dal centurione Cornelio. Lo Spirito lo spinge ad andare con loro senza esitazioni o pre giudizi, facendogli comprendere che è Dio stesso ad averli mandati. È un invito sor prendente, rivolto proprio a lui, il primo degli apostoli. Tuttavia, Pietro esita. Fa domande che non sarebbero necessarie, come se cercasse di guadagnare tempo. Li 

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accoglie, ma rimanda la partenza al giorno seguente. Nel frattempo, gli viene con fermato che un ufficiale romano desidera ascoltarlo e attende da lui una parola decisiva. Questo evento in cui Pietro si trova coinvolto apre un orizzonte nuovo per lui e lascia alla Chiesa di ogni tempo un monito prezioso. Spesso, infatti, i passaggi importanti nella comprensione della fede non avvengono in luoghi di studio o di discussione teorica, ma nel confronto reale con chi ci domanda speranza. È nell’incontro con l’altro che la Parola di Dio si chiarisce e prende forma. Troppe volte rischiamo di rimanere chiusi in dibattiti interni, quando invece potremmo scoprire le risposte di cui abbiamo bisogno proprio entrando in relazione con le persone che, anche senza saperlo, attendono l’annuncio del Vangelo. 

Nel suo incessante movimento verso il mondo, la Chiesa riceve in dono la possibilità di ricomprendersi in modo più profondo. Di capire meglio se stessa Il giorno seguente, Pietro si reca nella casa di Cornelio, dove trova riuniti parenti e amici, raccolti in un clima di attesa carica di speranza. Davanti a questa apertura, Pietro matura progressivamente una consapevolezza decisiva: Dio non fa prefe renze, ma accoglie chiunque lo cerca con cuore sincero. È così che l’apostolo pro clama il cuore del Vangelo: la vita, la morte e la risurrezione di Cristo, che ha libe rato, guarito e riconciliato il mondo. E con franchezza annuncia che, in lui, ogni essere umano può ricevere il perdono dei peccati. La disponibilità di Cornelio e dei presenti ad accogliere il messaggio permette a Pietro di annunciare il kerygma con libertà e coraggio. È come se lo stesso Spirito lo accompagnasse a comprendere più a fondo la portata universale del Vangelo. Le parole di salvezza che spesso appaiono difficili da pronunciare — soprattutto quando si teme che alcune persone non siano “all’altezza” della salvezza — sgorgano senza ostacoli dalle labbra di Pietro di fronte a un gruppo di pagani desiderosi di speranza. In quel momento, nessuna barriera culturale o religiosa trattiene l’annuncio: di fronte a cuori aperti e desiderosi di sal vezza, l’evangelizzazione si realizza nella sua forma più pura e libera. Quando il nome e la Pasqua di Gesù vengono annunciati con franchezza e amore accade una cosa sorprendente: lo Spirito di Dio discende, anzi letteralmente «cade» su coloro che sono in ascolto: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circon cisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni» (Atti degli Apo 

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stoli 10,44-48). 

Potrebbe sembrare una conclusione naturale, quasi ovvia. Eppure, un grande stu pore pervade tutti i presenti, nel vedere che al solo nome di Gesù e del suo mistero pasquale si compie una tangibile manifestazione dello Spirito, del tutto simile a quella che si è verificata il giorno di Pentecoste a Gerusalemme. E i circoncisi venuti con Pietro vanno addirittura «in estasi» nel vedere che il dono dello Spirito Santo è generosamente offerto anche sui pagani. Accade di tutto: il dono delle lingue e la glorificazione di Dio, una vera e propria Pentecoste rinnovata. A questo punto, quasi incredulo, Pietro si interroga su una possibilità che, ormai, si impone all’evidenza di tutti: battezzare — senza immaginare qualche tipo di impedimento — coloro che hanno già ricevuto il dono d’amore di Dio nei loro cuori. Nella domanda di Pietro possiamo scorgere un vero e proprio incremento di intelligenza spirituale che la Chiesa compie ogni volta che si scopre capace — e felice — di poter annunciare ai lontani la grazia del Vangelo. L’estasi di stupore di fronte alla discesa dello Spirito sui pagani è una vera e propria dilatazione di speranza: nessuno ha più paura di riconoscere che Gesù è proprio «il Signore di tutti» (Atti degli Apostoli 10,36). Nel suo incessante movimento “estatico” verso il mondo, la Chiesa non compie sol tanto un atto di obbedienza missionaria, annunciando la verità della salvezza donata da Dio. In questo dinamismo, che la porta ad avvicinarsi agli uomini e alle donne del suo tempo con intelligenza, sensibilità e amore, la Chiesa riceve in dono la possibilità di ricomprendersi in modo più profondo: capisce meglio se stessa, la propria identità e vocazione nella storia, e al contempo comprende più pienamente il Vangelo di Cristo, nella sua capacità di illuminare e accompagnare il cammino concreto dell’umanità nella storia. In questo processo di continuo discernimento e rinnovamento, la figura di Pietro ha una funzione decisiva: egli è chiamato a presie dere ogni approfondimento teologico e pastorale non dall’alto di un’autorità distante, ma coinvolgendo la propria umanità senza paura e senza inutili esitazioni. È proprio questa disponibilità a lasciarsi toccare dalle domande del mondo, senza rinunciare alla verità ricevuta, che rende il suo servizio autenticamente evangelico. La comunità dei credenti ha bisogno di pastori capaci di questo coinvolgimento sincero e coraggioso, e in modo particolare attende dai successori di Pietro un segno vivo di questa apertura che custodisce la fede proprio mentre la lascia respirare e crescere nel tempo. 

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venerdì 16 maggio 2025

Vicina è la PAROLA 18 MAGGIO 2025 V Domenica di Pasqua/C “amati amiamo e amando meritiamo di essere ancora amati” Bernardo di Clairvaux

 Vicina è la PAROLA










18 MAGGIO 2025 

V Domenica di Pasqua/C


Atti 14,21b-27 / Salmo 144

Apocalisse 21,1-5a

Giovanni 13,31…35


“amati amiamo e amando 

meritiamo di essere ancora amati” Bernardo di Clairvaux

Basta la parola amore a farci luccicare gli occhi, dimenticando che si manifesta come un sentimento quell’energia che sta alla sorgente della nostra esistenza e della nostra identità; che a volte ha contorni drammatici, violenti… che conosce anche il tradimento.

Non dovrebbe stupirci quindi che l’evangelista Giovanni narri il tradimento di Giuda accogliendolo nel rapporto stesso che Gesù ha con il Padre, nella manifestazione d’amore che gli riserva-e che Lui stesso ricambia verso i “suoi” (cf 13,1.31).

Contestualizzazione evangelica di Giovanni 13

I capitoli 13 – 17 del suo racconto evangelico contengono quelli che sono definiti “i discorsi dell’addio” di Gesù ai suoi discepoli nella cena pasquale: la loro lunghezza e complessità tematica pongono diversi problemi di interpretazione. [Ci sono analogie nella Bibbia con questo genere di “discorsi testamentari” tenuti ai familiari o agli amici, prima della morte, “facendo le consegne” non solo della propria esistenza, ma anche dando gli “ultimi insegnamenti” (cf Genesi 49; Deuteronomio 33,1-29; Atti 20,17-38); non ci sono però paralleli sinottici che contengano questi insegnamenti così “intimi” nel suo ministero e nel contesto della cena pasquale].

Il capitolo 13 inizia con quanto Gesù aveva già annunciato riguardo alla sua “ora” (cf 2,4; 12,23) in cui Egli avrebbe manifestato la “gloria” del Padre, come sua “amorosa presenza”, nella stessa “glorificazione” che inizia già dall’innalzamento sulla croce (cf 12,27-32). È il momento in cui si compie il suo destino messianico “nell’attestazione di un amore senza limiti” (cf 13,1) (R. Chiarazzo).

“Ora” è possibile “vedere” la realtà profonda e significativa, la potenza del suo amore, contenuta nei “segni” e nelle “opere” compiute da Gesù, narrate nella prima parte del racconto [“libro dei segni”] che si conclude in 12,43 di cui i vv. 44-50 costituiscono una specie di proclamazione sintetica: “così finisce il giorno e la luce entra nelle tenebre” (cf 11,8-10) (S. Fausti). 

Può sembrare che Gesù riservi “il suo amore” ai “suoi” (cf vv. 34-35; 15,12.17) quasi restringendo la prospettiva universale del “regno” nei sinottici, ma probabilmente le difficoltà interne ed esterne alla comunità dei credenti hanno indotto Giovanni a focalizzare il messaggio in questa direzione affinché esso sia decisamente ispirato dalle memorie e dalle riflessioni sulle “parole di Gesù” che qui trovano eco e accoglienza per dare vigore e fiducia al proprio cammino. Sono le parole del “Cristo esaltato alla gloria che consola la comunità oppressa, attraverso il suo Spirito” (Josef Ernst). Di Lui vuole che rimanga questo comandamento: “Amatevi come io ho amato voi” (v. 34).


Contestualizzazione liturgica

Anche noi oggi, nelle domeniche e settimane dopo Pasqua, ascoltiamo la proclamazione questi “discorsi” che sono diventate anche grandi catechesi “mistagogiche” per darci una piena consapevolezza del mistero pasquale celebrato e dei sacramenti ricevuti: “forma e figura di Cristo in noi è l’amore” (Cirillo d’Alessandria).

Oggi ci viene annunciato il Risorto che, con il suo amore, è fonte di Vita incorruttibile che possiamo sperimentare nell’amore reciproco tra noi in Lui. Egli, infatti, comunica anche a noi la stessa energia che l’ha mosso e motivato in tutta la sua esistenza umana fino al dono di se stesso nella sua morte in croce, l’amore / agape: ora ci rende capaci di viverlo a nostra volta, passando con Lui dalla morte alla vita.

“La proclamazione del vangelo di Giovanni, alcuni passi del quale sono tanto commoventi, ci conferma nella realtà di ciò che siamo, perché le parole di Gesù, rivolte un giorno ai discepoli oggi si rivolgono a noi” (A. Nocent) che abbiamo la necessità di sostenere e motivare la nostra fede, soprattutto di fronte alle sfide contemporanee, oltre che alle normali “prove” della nostra esistenza umana. Come possiamo farlo senza immergerci nella luce della parola evangelica?!

È sorprendente come la liturgia di questo “tempo” ci riporti nel contesto implicito di composizione di quei testi nati appunto dall’esperienza di fede post-pasquale dei discepoli e delle prime comunità, nella cui prospettiva essi rileggono le parole stesse di Gesù e i suoi gesti (B. Maggioni, S. Panimolle, H. V. den Bussche).

Il contesto della cena pasquale, oltre ad essere molto suggestivo, ci induce così a considerare il gesto di lavare i piedi dei discepoli da parte di Gesù (cf 13,1-20), oltre che un gesto esemplare, un’ermeneutica e un’indicazione di prassi fraterna e comunitaria per noi (Giovanni infatti sostituisce con esso la tradizione eucaristica cf 1Corinzi 11,23-24), ci viene presentato come concentrato di tutto il ministero filiale e fraterno di Gesù (cf Luca 22,27), profezia degli “avvenimenti futuri”, riferimento dei successivi discorsi (cf capitolo 16).

Anche l’attività apostolica narrata e testimoniata dagli Atti è segnata dalla stessa consapevolezza che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” [I lettura].

L’esperienza della Pasqua illumina così la visione del compimento futuro della storia e di ogni vicenda umana; la fine di ogni lutto, affanno, lamento, peccato e morte nella certezza che l’amore “fa nuove tutte le cose” [Apocalisse – II lettura].

L’amore manifestato dal Nazareno ci pone difronte all’altro non come a un limite ma “un’occasione di amore, di accoglienza e non di rigetto, di riconoscimento e non di negazione, di ospitalità e non di ostilità” (Comunità di Bose). Esso diventa un comandamento, non un ordine o un’ingiunzione, ma piuttosto un modo di camminare insieme [mandatum in latino e con un riferimento insolito: cum andare], così ciò che è intra-personale diventa relazionale e comunitario, ciò che reciprocamente unisce diviene forza di evangelizzazione.


Preghiamo con la Liturgia

O Padre, 

che tutto rinnovi nel tuo Figlio glorificato,
fa’ che mettiamo in pratica il suo comandamento nuovo
e così, amandoci gli uni gli altri,
ci manifestiamo al mondo 

come suoi veri discepoli. 

Amen.


venerdì 9 maggio 2025

Vicina è la PAROLA sinodalità 11 MAGGIO 2025 IV Domenica di Pasqua/C Conosciuti perché AMATI

 Vicina è la PAROLA


sinodalità





11 MAGGIO 2025 

IV Domenica di Pasqua/C

Atti 13,14.43-52 / Salmo 99

Apocalisse 7,9.14b-17

Giovanni 10,27-30


Conosciuti perché AMATI

Lasciarci guidare nella vita a volte anche soltanto da un pensiero o da un’ispirazione, da un ideale… è sempre e comunque questione di fiducia.

Possiamo avere anche bravi istruttori, ma gli educatori si riconoscono proprio quando non si fanno notare e, soprattutto, non compaiono e la loro presenza non si impone, ma la si sente.

“Seguire un maestro” consiste nello stare in rapporto con lui.

Così, se ci chiudiamo alla relazione, rischiamo di perdere la “connessione” con l’altro e con noi stessi; ci ritroviamo smarriti perché soli e senza più una direzione: inseguendo noi stessi perdiamo il senso della nostra stessa esistenza, la possibilità di viverla in pienezza!

Ascoltare… per conoscersi ci consente di seguire per entrare nella Vita.


Contestualizzazione evangelica: Giovanni 10,7-30

Seguendo il Nazareno, quel gruppo così eterogeneo attorno a quattro pescatori, un intellettuale e un biblista (cf Giovanni 1,35-51) -così diversi che più non si potrebbe- sono diventati una comunità. Chi li guidava allora era un Rabbi, adesso è il suo Soffio vitale, che nemmeno loro sanno da dove viene e dove va ma che li fa sentire vivi come non mai, rinati con Lui risorto (cf Gv 3).

Le sue parole ritornano alla memoria e lo Spirito li conduce alla Verità piena; (cf 14,25-26; 16,12-15) chi li guida li nutre di sé e li forma persone nuove, comunità inedita; fa loro assaporare un modo di vivere che attraverso la morte giunge alla Vita; li con-duce camminando con loro, non perdendo quella relazione essenziale di ascolto/conoscenza che costituisce ogni vero apprendimento. Gesù per tenere viva la relazione con noi, per rimanere in noi e noi in Lui non perde la sua relazione con il Padre, sua origine vitale, con il suo amore originario che continuamente lo genera per noi perché noi rimaniamo vivi in loro (cf 10,29-30; 15,5-11).

Giovanni 10,27-30 proclamato in questa domenica è un frammento del discorso sul pastore bello e vero (vv. 11-31): nell’anno A leggiamo i vv. 1-10: Gesù porta del gregge; nel B i vv. 11-18 il pastore vero. Il brano riprende lo sviluppo successivo dell’insegnamento di Gesù nel Tempio durante la Festa della Dedicazione, sfidato dai Giudei fino alla lapidazione (cf l’omesso v. 31!). 

L’intera similitudine non è altro che la trasposizione allegorica del drammatico dialogo tra Gesù e i farisei in seguito alla guarigione del nato cieco (cf 9,1-41) e dischiude una luce sul mistero paradossale dell’Uomo-Dio. Siamo nel pieno della luce, nella Festa delle Luci, e le tenebre che accecano le autorità religiose e politiche cercano di soffocarla. Le tenebre continuano ad accecare chi non si fida di Lui e invece di ricevere la vita in dono da Lui cercano invano di togliergliela (cf 1,4-5; 10,31-39; 8,58; 9,39-41).


Ambientazione liturgica

Nelle domeniche di Pasqua, dalla III alla VI, attraverso i brani evangelici tratti dal racconto di Giovanni, anche noi siamo invitati a fare l’esperienza del Risorto che ridona a Pietro e ai primi discepoli la sorprendente scoperta di essere nuovamente chiamati a seguirlo con un amore rinnovato che riempie ogni umano fallimento [cf Gv 21 - III domenica].

Con la sua risurrezione Egli ci raggiunge dove noi siamo riuniti insieme e ora, attraverso Lui porta e pastore [Gv 10 - IV domenica], siamo guidati in quella Vita piena e vera che si può sperimentare nell’amore reciproco tra fratelli e sorelle [Gv 13 - V domenica] e attraverso la forza dello Spirito donato dal Risorto stesso [Gv 14 - VI domenica]. Da qui nasce l’esperienza di piena unità con il Padre e attraverso Gesù tra tutti gli esseri umani [Gv 17 - VII domenica].

Siamo condotti così nella celebrazione unica e continua “della risurrezione di Cristo, e in Lui della nuova vita donata all’umanità, sottolineando le sfaccettature e le manifestazioni dell’unico volto glorioso del Risorto, l’Uomo Nuovo, che dopo aver sconfitto definitivamente la morte abbandonandosi all’amore del Padre, comunica ad ogni vivente la gioiosa notizia della vittoria. La comunica ai discepoli sorpresi e impauriti come compimento delle promesse dell’AT. (Comunità di Viboldone)

È lo stesso “dramma” che accompagna la predicazione di Paolo e Barnaba, anch’essi posti come luce sono rifiutati, il che dà a loro l’opportunità di rivolgersi ai pagani destinati alla vita eterna [Atti 13 - I lettura] come il Figlio che “rifiutato” non smette di donarci la Vita!

Egli è l’Agnello-Pastore che ha condotto l’uomo nato cieco dal buio dell’ignoranza alla luce della conoscenza dell’amore del Padre per lui e ancora continua a voler condurre l’umanità attraversata dalla grande tribolazione con il dono di se stesso, della sua vita “deposta”, consegnata.

Il senso della sua esistenza tra noi è proprio quella di far diventare il genere umano una comunità riconciliata nel suo sangue e lo attua proprio condividendo il suo faticoso cammino di umanizzazione; con la sua radicale debolezza, la morte per amore, non opera dal di fuori ma che dall’interno genera la vita piena [Apocalisse 7 - II lettura].

“Riconoscete che il Signore è JHWH / Egli ci ha fatti: noi siamo suoi, / suo popolo e gregge del suo pascolo” è ancora la nostra preghiera come risposta alla sua personale cura [Salmo 99].


Preghiamo con la Liturgia

O Padre, tu sei la fonte della gioia e della pace,
e ci hai affidato al tuo Figlio,

nostro Agnello e Pastore;

sostienici con il tuo Spirito,
perché nulla ci separi mai da Te
che sei la sorgente della Vita.

Amen.


Domenica 4 ottobre 2026 - La cura: XXVII TO/A

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